1 novembre 2026

10 Novembre 1951, verso la grande alluvione 75 anni fa. Il racconto della tragedia. Nessuna manifestazione prevista per ricordare

Si apre il mese di novembre, quello in cui si ricorda il 75esimo anniversario della grande piena del Po del 1951. Diverse sono le iniziative in programma nel Polesine, l’area certamente più colpita da quello storico, drammatico evento mentre nel medio Po, tra Cremonese, Piacentino e Parmense, ad oggi, non è previsto nulla di rilevante. Dispiace doverlo constatare ma non stupisce il fatto di dover assistere a silenzi che, talvolta, raggiungono livelli imbarazzanti. Era più facile, certamente, dare vita a qualche insulso “dolcetto o scherzetto” che nulla ha a che vedere con le nostre tradizioni (salvo per sentire genitori, associazioni e anche qualche amministratore giustificarsi, malamente, dicendo che feste e festicciole sono state fatte per far divertire i più piccoli....o forse è un modo come un altro per mascherare le proprie banalità?) ed è anche più facile dare vita ad eventi mangerecci (sempre a scopo di lucro) solo perchè questi richiamano frotte di personaggi insaziabili e politicanti che immancabilmente devono mettersi in mostra e sciorinare fiumi di parole (con molti fatti che continuano a stare a zero). Era difficile, a quanto pare, trovare una sala ed esporre foto e ricordi di quei giorni, o forse ci si è semplicemente dimenticati perchè la storia interessa poco nonostante sia l’elemento da cui veniamo?

Le risposte sarebbero fin troppo facili da dare ma ormai non servirebbero. La storia va tenuta viva, ricordata e celebrata e, in novembre, porta anche altri anniversari che vanno ben oltre il 75esimo dell’alluvione del 1951. Ricorre, per esempio, il 225esimo anniversario di un’altra storica, drammatica alluvione, quella del 1801 che per altro diede avvio, di fatto, ad un lungo  periodo di forte instabilità idraulica per il Po. Tra il 1801 e il 1876, il fiume arrivò a rompere gli argini più di duecento volte lungo il suo corso, spingendo le comunità rivierasche a riprogettare interamente i consorzi di bonifica ed i sistemi di difesa idraulica golenale. A Cremona quella del 1901 fu una esondazione tanto grande quanto disastrosa, ad oggi considerata la seconda per importanza storica dopo quella devastante del 1705.   Proprio nell’anno 1801 (legge del 13 maggio 1801), nell'ambito delle riforme francesi in Alta Italia, venne istituito il dipartimento dell'Alto Po con capoluogo Cremona. Nei documenti idrografici quella alluvione è indicata come l'evento di riferimento principale dell'Ottocento, tanto che per decenni le sommità degli argini maestri lungo il corso del fiume vennero regolarizzate e ricostruite per superare le quote raggiunte proprio durante la piena del 1801.  Le cronache del tempo (come quelle del novembre 1801) raccontano di precipitazioni e di una crescita del livello delle acque protrattasi per molti giorni consecutivi, con cedimenti e rotte arginali che interessarono non solo il territorio cremonese e mantovano, ma anche le zone golenali e parmensi (tra cui i casoni e le aree vicine a Roccabianca e Sacca). L'inondazione modificò in modo marcato la morfologia dell'alveo, distruggendo o compromettendo le difese arginali dell'epoca e innescando nei mesi successivi gravi crisi locali, tra cui carestie e perdite di bestiame. Quello avvenuto tra il 13 ed il 15 novembre 1801 è considerato, ancora oggi, come uno degli eventi alluvionali più gravi e memorabili nella storia del territorio di Casalmaggiore e del Casalasco. 

Le campagne circostanti Casalmaggiore furono ampiamente sommerse e rovinate dalle acque del grande fiume mentre il centro abitato di Casalmaggiore riuscì a salvarsi dall'inondazione grazie alla tenuta degli argini e al lavoro continuo, giorno e notte, della popolazione accorsa in massa a presidiare le difese.  La scampata catastrofe fu attribuita in parte alla resistenza dei terrapieni e in parte all'intervento miracoloso del famoso Crocifisso, ancora oggi conservato nel duomo di Santo Stefano  e tradizionalmente portato in processione nei momenti di estremo pericolo. A Brancere, ad ormai pochi chilometri da Cremona, l’arciprete dell’epoca parla nei documenti d’archivio di una disastrosa alluvione del Po, annotando che 3 Matrimoni avevano dovuto essere celebrati nella chiesa di Stagno Pagliaro a causa di una grave e terribile inondazione iniziata l’11 novembre del 1801 che allagò la chiesa raggiungendo l’altezza di “quattro braccia e più”, rimanendovi per 22 giorni.  Cinque anni più tardi, nel 1806 (220 anni fa) una nuova ed imponente inondazione del fiume Po sommerse il “nuovo” cimitero, rendendo inservibili sia la chiesa che la casa canonica  ed: il territorio di Brancere vide ridursi ancora una volta, in modo considerevole, la propria estensione, a causa dell’azione devastante del Grande fiume. Che causò danni anche in occasione della piena del 1926 (cento anni fa). “il Po è fiume infido e terribile”, scriveva Francesco Luigi Campari nel libro “Un castello del parmigiano nei secoli” nel quale descrive lo scorrere capriccioso del fiume, ora calmo e tranquillo, ora furibondo e devastante. L’autore parla anche di diverse esondazioni susseguitesi nel corso dei secoli. Una su tutte  quella del 14 novembre del 1801. Una esondazione devastante che sormontato l’argine maestro a Ragazzola, produsse un’ampia falla e un buco profondo, ancora oggi visibile benché nascosto dalla vegetazione. Il bilancio fu di dieci case rasate al suolo, dieci persone morte e 27 salvate a stento. L’acqua lambì l’abitato di Pieveottoville, ma oltre Ragazzola, invase Roccabianca, Fossa e giunse a Fontanelle. Il Campari nel suo celebre libro “Un castello del parmigiano attraverso i secoli” evidenzia e ricorda anche il gesto eroico del giovane pescatore Antonio Mainardi di Ragazzola che salvò la vita a numerose persone meritandosi una pensione vitalizia e la decorazione con la medaglia d’argento da parte del duca Ferdinando di Borbone. Un’altra preziosa testimonianza si trova nell’archivio parrocchiale di Roccabianca, col parroco che racconta della grande piena del 1801 e della successiva carestia del 1802, ricordando anche la decimazione del bestiame del 1794, e la piena del Taro del 1795. Ecco di seguito, anche se con frasi a volte un po’ incerte e parole che, talvolta, non si riescono a decifrare (ma il senso è chiaro) quanto scrive il parroco, a partire dalla alluvione del 1801: “Dopo l’acrescenza dell’acqua del Po di nove continui giorni dopo le possibili usate diligenze e da questa e dalla contigua società ruppe finalmente ai Casoni la mattina delli 13 corrente novembre 1801. Giunse l’acqua superiori la sera del giorno stesso nell’intera società dal Boscho con impeto noto che sopravanzavano gli argini maestri in più luoghi quasi un braccio fu tale l’assistenza l’impegno di questa società di Roccabianca che ad onta di tanta acqua e si impetuosa si era difesa. Non corrispondendo l’attività ed il zelo della comunità di superiori, Ragazzola , Pieve, Zibello. Ruppe in Ragazzola alla ora cinque della mattina del sabbado giorno 13 novembre dirimpetto alla Casa di Gallinella, Tale fu l’abbondanza dell’acque […] l’impatto, che rouvesciò più cose, perirono persone a [de…] Ragazzola ma ancora Pieve Zibello S.Croce, Roccabianca, Stagno Fossa e Rigosa. In mia chiesa ascese quasi le mense degli altari bassi, e la scala di mia canonica era coperta fino al decimo gradino. Appena la sera di Santa Catterina 25 andante era libera dalla mesesima l’andito di mia canonica la prima domenica d’avventom cioè il giorno 29 novembre l’uffizio liberamente in chiesa e vari v’intervennero specialmente dalla parte dell’argine del Po. Anche l’an… d.o.de si dissero alcune alcune messe perché libero il santuario ed alcuni del paese vi intervennero mediante i battelli di loro uso. In tale intervallo morì quasi ottuagenaria l’Annunziata Pasetti vedova Gianelli e fui necessitato trasportarla a Gramignazzo in barca e collà seppellirla col permesso di quel Rettore”.

Per qualche tempo il Po  lasciò poi tranquille le popolazioni dei nostri territori ma dopo un secolo e mezzo, nel 1951, lo stesso giorno 14 novembre una nuova piena fece vivere alla gente dei nostri paesi, altri giorni di terrore. L’argine maestro resse e non vi furono morti, ma nel Polesine si contarono purtroppo 100 vittime e 180mila senzatetto. 

Nel mezzo vi furono comunque diverse importanti piene come quella del 1926 di cui ricorre il centenario. Per quanto riguarda l’evento, indimenticabile, del 1951, occorre senz’altro ricordare quel prezioso opuscolo di Franco Dolci (corrispondente de l’Unità prima e presidente della Provincia poi) dal titolo”Cronache del fiume e della golena, 1951, l’uomo a tu per tu con la furia del Po” nel quale si ripercorrono pagine di storia,  di drammi familiari, di paure per le città, dell’impegno  per scongiurare l’esondazione che avrebbe sommerso i centri abitati e delle stese città. Si parla anche dei paesi del Casalasco tra cui Torricella del Pizzo, Gussola, Casalmaggiore e tanti altri. A Torricella del Pizzo i volontari avevano svolto un eccellente lavoro, tutte le famiglie del Bosco Piazza , una frazione popolosa nel cuore della golena, erano state tutte messe in salvo, in tempo e con capacità si era intervenuto in altre cascine. Proprio a Torricella Franco Dolci trovò Iginio Cerioli con l’indimenticabile fazzoletto al collo, Giuseppe Filippini ( Pippo), i fratelli Cavalli (Nello , Arnaldo, Darico), il giovane segretario della Fgci Ilter Mantovani, i fratelli Morandi (Giovanni e Mario) e tanti altri , tutti impegnati nel lavoro sull’argine maestro e nel sostegno alle famiglie alluvionate. Più gravi furono i danni che si registrarono a Gussola. Qui la grande azienda agricola “La Cartiera” di B.Donzelli, dove si era combattuta la storica battaglia con l’occupazione dell’azienda , sotto la direzione del consiglio di cascina, nonostante “la coronella” che la cingeva, fu invasa dalle acque, morirono 60 capi di bestiame, fra i quali 14 vacche da latte, e si fece in tempo a mettere in salvo i cavalli. Gli abitanti delle cascine in golena furono posti in salvo; sfollati in paese vennero sistemati in case di parenti e famiglie amiche. La solidarietà era stata immediata. A Gussola la  situazione fu particolarmente grave, sull’argine si lavorò e si riempirono i sacchi di terra per il suo rialzo. A Casalmaggiore ci fu uno scontro titanico fra l’uomo e la natura, i giorni 13 e 14 novembre per Casalmaggiore furono i momenti più cupi  e terribili della piena. Sull’argine maestro, una lotta viene ingaggiata fra l’uomo e il fiume e si arrivò a scrivere pagine di vero eroismo. La posta in gioco era enorme; la salvezza o la distruzione  di Casalmaggiore e di chissà quanti altri Comuni retrostanti, e con quali costi umani? La campana del Duomo di S.Stefano suonò ripetutamente a martello e sull’argine si lavorò senza risparmio. Ripercorrendo rapidamente gli eventi del novembre 1951 val la pena riprendere un articolo del nostro direttore, Mario Silla, uscito in occasione del settantesimo della alluvione del 1951, corredato dalle storiche fotografie di  Ezio Quiresi che hanno  raccontato bene, e raccontano ancora oggi, cos'è stato quel disastro. Ecco il “diario” proposto all’epoca dal direttore Mario Silla:

“10 Novembre 1951: da un po' di giorni sulla pianura padana piove con insistenza. Il livello del fiume comincia a salire (4,55 metri sopra lo zero). Le acque del Po iniziano ad uscire in golena.

“La pioggia era spesso accompagnata da vento che spirava in senso contrario alla corrente del Po. Mi recai all'estremità di via del Sale, dai Livrini, e trovai l'acqua che stava dilagando sulla strada alzaia. I Livrini, abili barcaioli e pescatori, stavano armeggiando con mobili e suppellettili nella loro rustica abitazione. Le Colonie Padane e, più a nord, le Canottieri “Baldesio” e “Bissolati” erano minacciate. Se si fosse fermata a quel livello la piena poteva ancora considerarsi “ordinaria”; il guaio è che continuava a piovere. Le precipitazioni non accennavano ad arrestarsi. Il cielo era scuro e sempre pesante di pioggia. E fu vento e acqua per diversi giorni”. Il racconto è di uno straordinario testimone oculare, Franco Dolci allora corrispondente de l'Unità e poi presidente della Provincia. Piove ancora. Le acque invadono le campagne a Spinadesco, a Crotta, a valle della città. Viene ordinato lo sgombero di tutta la golena da Spinadesco fin giù a Casalmaggiore. Il Po questa volta fa davvero paura.

11 Novembre 1951: E' ancora Franco Dolci a raccontare con piglio di cronista: “In bicicletta mi precipitai a Stagno Lombardo e, come facevo spesso da ragazzo, puntai su Porto Polesine. Appena al di là della cascina Casotti dovetti fermarmi sulla sommità dell'argine golenale. Il “baracchino” gestito dalla famiglia Simonetta era già invaso dall'acqua; la cascina “Tettoia” del dottor Franco Galli stava sgomberando. Cariaggi, animali, famiglie di contadini, portandosi appresso il poco salvabile, si dirigevano verso Stagno Lombardo. Cariaggi e bestiame si muovevano lenti e dolenti. Sembravano carichi di presagi funesti. Terribile il muggito dei bovini: sembrava l'annuncio tragico di una catastrofe imminente. Frequentatore del Po, non l'avevo mai visto minaccioso e terribile”.

12 Novembre 1951. L'idrometro a Cremona segna che il Po cresce ancora. È a 5,45. Giuseppe Ghisani, indimenticato giornalista della Provincia, nel suo libro “Campane sull'acqua” scrive: “Alle 19 l'argine Coronnella nella larga curva di Brancere, presso Stagno, cede: 300 ettari di terreno sono sommersi nel giro di pochi minuti. Si interviene subito: la vasta voragine viene tamponata con 400 sacchi di sabbia che la colmano, impedendo così l'allagamento di 12mila ettari di terreno”. Ma l'acqua avanza ancora. “Dopo l'argine della cascina “Casotti” vengono sfondati quello della “Vigna” (della tenuta Dalla Zoppa) e quello della “Mòorta”(dal nome della csina di proprietà Soldi sita in territorio di San Daniele Po). Con la rottura di quest'ultimo – scrive ancora Franco Dolci – l'acqua risale con violenza verso Nord dirigendosi verso la trattoria “La pioppa”. Di fronte alla trattoria, un potente “fontanazzo” preannuncia drammaticamente l'arrivo della piena”.

Le acque crescono ancora e la gente trova rifugio sull'argine maestro su cui stanno premendo le acque. Le famiglie contadine con le loro povere cose vengono ricoverate nelle scuole di Stagno. Scrive ancora Dolci.

“La campana della chiesa di Stagno Lombardo ha suonato a martello. E' il tocco grave dei momenti di emergenza. Gli uomini sono tutti sull'argine, lo tengono sotto controllo. Vigilano anche contro possibili rotture dolose provenienti dall'opposta sponda parmigiana. Intanto assistono e sistemano i fuggiaschi...Don Vittorio Cominetti, parroco di Stagno, era sull'argine, uomo fra gli uomini, anche la sua presenza e la sua opera erano motivo di conforto...Gruppi di uomini armati di pale e badili erano disseminati un po' ovunque, come sentinelle in allerta, pronte ad intervenire... La gente fuggita dalle acque era sistemata nelle case di amici, nelle scuole, in canonica”.

13 Novembre 1951. Un fontanazzo si apre in piena notte nell'argine di Spinadesco. “Al lume delle fiaccole di resina e delle fotoelettriche del Comando militare, guidate dagli addetti dell'Ufficio tecnico del Comune e del Genio Civile di Cremona, squadre di uomini lavorano senza sosta nell'opera di tamponamento di una grande coronella (una specie di diga, ndr). Appena il primo fontanazzo cessa di zampillare, ecco sorgerne altri due poco distanti: uno all'interno della coronella stessa, l'altro all'esterno, cosicchè un lago di otto chilometri, profondo anche venti metri, si stende dall'argine di Cavatigozzi a quello piacentino”. Così racconta ancora Giuseppe Ghisani la notte del Santo patrono di Cremona nel suo libro “Campane sull'acqua”. Il lavoro di contenimento dà buoni frutti. Se l'argine avesse ceduto le acque avrebbero riempito il Morbasco e poi tutta la città.

“Seguendo l'argine maestro raggiunsi Cà de'Gatti (frazione di Pieve d'Olmi) osservando quella realtà trasfigurata dagli elemeni scatenati dalla natura. Anche a Cà de' Gatti trovai grande animazione. - racconta ancora Dolci - La ventina di famiglie che vi abitavano erano in allarme. L'acqua era là, a pochi metri, appoggiata sonnacchiosa e pesante, alla sponda esterna dell'argine maestro. Il “budrio” appena giù dall'argine dove da ragazzo vi facevo il bagno, era scomparso inghiottito dal grande lago artificiale creato dal Po in piena. Le cascine tutte sott'acqua.”

Gravi danni a San Daniele Po con il grande lago che imprigionava tutta la golena. In prima linea, come sempre Sommo con Porto, la frazione che il modesto argine non difende dal fiume. I danni sono enormi. Adesso si ha paura per Casalmaggiore. Si teme la rottura dell'argine e l'invasione dell'acqua in tutto l'abitato. Ha ceduto l'argine golenale di Agoiolo. Il sindaco di Casalmaggiore, Mario Carlo Volta, chiama uomini e donne al lavoro sull'argine. Le campane del Duomo di Santo Stefano suonano a martello. Si confezionano e posizionano migliaia di sacchi di sabbia. Arrivano tutti gli operai delle fornaci, dello zuccherificio, del “Placcato oro”. A destra il Taro e l'Enza scaricano acqua aggravando il peso su Casalmaggiore. Il gran lavoro di tanti uomini e 250 militari arrivati dalla Col di Lana di Cremona a Casalmaggiore per oltre 30 ore continuate riesce a contrastare la piena che rende però inagibile la ferrovia per Parma. Poi la buona notizia da Cremona, il Po inizia a defluire.

14 Novembre. Il Po cala, il prefetto Manlio Binna chiede a tutti di aiutare le tremila persone danneggiate dall'alluvione rimaste senza nulla. I cremonesi si danno da fare, al Ponchielli si programma una serata di beneficienza per gli alluvionati con la corale diretta da Ottorino Vertova e con il baritono Protti. La solidarietà è tangibile anche con una raccolta fondi del quotidiano locale. Alle 14,30 un nuovo allarme raggiunge Casalmaggiore. Ha ceduto per una quarantina di metri l'argine di Mezzano Rondani (Parma)per fortuna senza conseguenze sulla sponda cremonese.

Poi il Po, pur tra notizie contradditorie e voci che si inseguono di nuove precipitazioni, sembra davvero dare tregua.

Il 25 novembre partendo dalla Cattedrale si portano in processione il crocifisso della chiesa di Sant'Omobono e l'urna del Santo Patrono dal duomo fino alle sponde del fiume. Partecipa tutta Cremona a ringraziare per lo scampato pericolo. Intanto arrivano decine di profughi dal Polesine. Vengono ospitati all'ospizio Soldi. 

Nelle fotografie di Ezio Quiresi 1)La folla di curiosi sul fiume, 2)  l'acqua in cascina a Spinadesco, 3) sull'argine a Spinadesco, 4) La Canottieri Bissolati, 5)La copertina della Domenica del Corriere e il Dopolavoro Ferrovieri, 6) La vista dal terrazzo della Baldesio, 7) la Società Canottieri Bissolati, 8) Presso l'argine di Spinadesco, 9)Mandrie sull'argine a Spinadesco”.

La situazione fu pesante sulla sponda emiliana del Po.  Di quell’evento sono rimasti tanti ricordi ed immagini, raccontati all’epoca da storiche firme della Gazzetta di Parma: quelle di Alfonso Madeo, Baldassarre Molossi e Aldo Curti. Ne hanno scritto anche firme del calibro di Cesare Zavattini, Gianni Brera e Giovannino Guareschi e sono sopravvissute immagini di maestri fotografi quali il già citato Ezio Quiresi, ma anche Giovanni Amoretti, Bruno Vaghi. 

Ma sono rimaste anche le memorie, tante, di coloro che l’hanno vissuta sulla loro pelle, nelle loro case, nelle loro campagne. Nelle memorie degli uomini e delle donne del Po, abituati a conoscere il fiume, fonte di vita, ispiratore di mille tradizioni, ma anche motivo di una lotta antica, e spesso impari, con la sua furia. L’ira di un fiume che sa sfogarsi, sa essere dirompente e devastante, sa coprire di limo ciò che invade, per poi tornare in silenzio, nel suo “letto”, proseguendo il suo costante viaggio verso il mare. Settancinque anni dopo, oltre a raccontare ancora una volta i noti fatti dell’epoca, è anche significativo ripercorrere i grandi valori che, anche in quella occasione, gli uomini e le donne del Po, emiliani e lombardi, piemontesi e veneti, avevano saputo, come sempre del resto, mettere in campo fornendo molteplici prove di coraggio, generosità, solidarietà e altruismo, tirandosi su le maniche per salvare il salvabile, aiutare (prima, durante e dopo) chi aveva bisogno, rispondendo “presente” ai rintocchi dei campanili e agli appelli delle autorità. Non erano affatto tempi facili, molti di loro portavano ancora nelle mente e nel corpo i segni della guerra finita solo pochi anni prima. Molti erano stati protagonisti della Resistenza; altri ancora avevano tirato avanti la “baracca” tra mille difficoltà e crescente povertà; altri avevano pianto la scomparsa, tragica e improvvisa, di figli e nipoti, genitori e fratelli. Ma, nonostante le frustrazioni e i dolori, si erano di nuovo messi in trincea, per la pesante disputa contro il fiume.  I giorni più difficili furono quelli compresi tra l’8 e il 21 novembre (con i momenti più critici toccati tra il 13 ed il 14 novembre), con il Grande fiume che allagò ettari ed ettari di golene; provocò centinaia di sfollati e fece una quantità notevolissima di danni. Tra le pagine più dure, quella della rottura dell’argine maestro a Mezzano Rondani, con l’acqua che arrivò ad allagare parte di Colorno, oltre a Copermio, Sacca e Sacchetta; mentre tra i fatti più memorabili, la straordinaria prova fornita dagli abitanti di Stagno di Roccabianca (che all’epoca era immerso in golena) che, a costo di salvare il loro paese dalla furia del Po finirono nell’acqua fino alla cintola utilizzando tutte le difese possibili, ripetendo che piuttosto che far allagare le loro case l’acqua l’avrebbero bevuta tutta. Il fiume arrivò a toccare gli 8 metri e mezzo sopra lo zero idrometrico e, il giorno 14, la sua portata arrivò a superare i 12mila metri cubi al secondo. L’ex sindaco di Zibello Gaetano Mistura, al quale si deve sempre dire Grazie per il suo immenso impegno nella tutela, nella valorizzazione e nella promozione della storica locale, rendendo pubbliche le memorie del padre Fausto, raccolte nel diario inedito “1951: la Grande Alluvione, ovvero quello che a memoria d’uomo non si era mai visto” in cui, tra le altre cose, si legge che il 10 novembre “Il Po ha cominciato la sua fase terrorizzante e spaventevole, la crescita continua con una media di 4/5 centimetri orari e così di seguito fino alla sera di domenica undici. A sera tardi e per quasi tutta la notte un impetuosissimo vento, torrenziali piogge, tuoni e lampi, han fatto sì da rendere la situazione assai allarmante, tanto è vero che il giorno seguente (12 novembre) il Genio Civile ha dato ordine alle famiglie di Zibello, Pieve, Ragazzola, Polesine, Roccabianca, Stagno abitanti fra l’argine di Comprensorio e l’argine Maestro di evacuare, perché il pericolo poteva essere imminente. Infatti la crescita continua, senza interruzioni, dai cinque ai sei centimetri orari. Le famiglie sfollano premurosamente oltre l’argine Maestro. In qualche modo i proprietari di bestiame collocano i loro animali presso parenti e amici, in capannoni o barchesse e così le loro principali sostanze. Ma gli interessati tentano ugualmente con ogni sacrificio di evitare una sciagura e con sacchi di terra, creste fatte con badili e motori si riesce a tenere l’invasione delle acque in questo territorio e così si lavora intensamente tutta la notte”.

I momenti più drammatici vennero vissuti fra il 13 ed il 14 novembre, con campagne, casolari, edifici totalmente allagati, persone evacuate, altre radunate sugli argini con le loro masserizie; le campane a martello per tener vivo l’allarme. A Pieveottoville, nella chiesetta della “Madonnina del Po” (conosciuta anche come Santa Lucia) si registrarono 80 centimetri d’acqua. “Furono ore drammatiche – scriveva ancora Mistura – da varie parti si udivano grida; erano persone che chiedevano pietosamente aiuto, da alberi a cui stentatamente avevano potuto giungere ed aggrapparsi; altri a nuoto raggiunsero le più vicine case; altri poterono trarsi in salvo sfidando il pericolo e attraversando l’impetuosa ondata e raggiungere l’argine. Un ottimo giovane, incurante del pericolo, dà mano ad una barca, voga accanitamente, raggiunge i disgraziati e li porta in salvo”. Ancora nel diario di Mistura si legge che “Purtroppo arriva la tragica sera del 14, quando già si viveva tranquilli e si pensava che ormai il pericolo fosse scongiurato. Appena scoccate le 20.30 si udì dai campanili di Roccabianca, Ragazzola, Pieve suonare campane a martello; le competenti autorità invitavano insistentemente la popolazione ad evacuare, in special modo si raccomandavano le donne, i bambini e vecchi. Nessuno ancora sapeva donde venisse il pericolo, non si sapeva quale via pigliare sembravano tutti istupiditi dallo spavento. La stretta necessità scosse gli animi e si decise sul daffarsi. Si seppe in questo momento che la chiavica di Stagno detta dei “Rami” in località Tolarolo si era ormai resa pericolosissima, anche l’argine ebbe un piccolo cedimento; i tecnici gridarono alla gente di allontanarsi immediatamente. La volta della chiavica aveva ceduto; nel mezzo dell’argine, subito una grossa fontana si era sviluppata e metteva acqua torbida, potevano bastare ancora pochi minuti perché tutto fosse spinto via, non valse l’aiuto dei tecnici del Genio né quelli privati, neppure l’opera degli accorsi dei paesi circostanti, tutto sembrava ormai inevitabile; il pericolo era ormai imminente, tanto è vero che anche il Genio abbandonò l’impresa. Fu in questo momento che bravi giovani di Stagno si accollarono la responsabilità. In brevi istanti procurarono da privati teloni impermeabili e ad uno ad uno li poterono porre davanti alla falla. Questi subito tolsero la pressione di quella bocca d’acqua Chiavica dei Rami demolita nel giugno 1952 che sgorgava nel centro dell’argine. Fatto questo fu maggiormente facile buttare in questa breccia un gran numero di sacchi e l’aiuto di una seconda frana tamponò la falla, salvando così dall’allagamento Roccabianca e i paesi viciniori. Solo a tarda notte verso le due del 15 si poterono avere le prime confortanti notizie”. Ma quando il peggio sembrava ormai passato, a causa di nuove perturbazioni, tra il 21 ed il 22 novembre io fiume tornò ad allagare le zone già colpite, causando ancora l’evacuazione di persone ed allevamenti, ma fermandosi ad una quota inferiore di circa 80 centimetri rispetto a quella toccata precedentemente. “Passarono almeno otto giorni – scriveva ancora Fausto Mistura – prima di vedere quasi totalmente il terreno. Con grande desolazione potemmo vedere quale disastro ci lasciarono le acque”. La storica piena del Po del 1951 non va ricordata solo per la devastazione, la desolazione e la morte che seminò ma anche per le immense prove di solidarietà, generosità e coraggio che la gente seppe realizzare. Fatti ancora vivi nella mente di coloro che la piena l’hanno vissuta sulla loro pelle, nelle loro case, nelle loro campagne. Eventi fissati nelle memorie degli uomini e delle donne del Po, abituati a conoscere il fiume, fonte di vita, ispiratore di mille tradizioni, ma anche motivo di una lotta antica, e spesso impari, con la sua furia. L’ira di un fiume che sa sfogarsi, sa essere dirompente e devastante, sa coprire di limo ciò che invade, per poi tornare in silenzio, nel suo letto, proseguendo il suo costante viaggio verso il mare.

Settantacinque anni dopo è doveroso ripercorrere i grandi valori che, anche in quella occasione, gli uomini e le donne del Po, emiliani e lombardi, piemontesi e veneti, avevano saputo, come sempre del resto, mettere in campo fornendo molteplici prove di coraggio, generosità, solidarietà e altruismo, tirandosi su le maniche per salvare il salvabile, aiutare (prima, durante e dopo) chi aveva bisogno, rispondendo presente ai rintocchi dei campanili e agli appelli delle autorità. Non erano affatto tempi facili, molti di loro portavano ancora nelle mente e nel corpo i segni della guerra finita solo pochi anni prima. Molti erano stati protagonisti della Resistenza; altri ancora avevano tirato avanti la “baracca” tra mille difficoltà e crescente povertà; altri avevano pianto la scomparsa, tragica e improvvisa, di figli e nipoti, genitori e fratelli. Ma, nonostante le frustrazioni e i dolori, si erano di nuovo messi in trincea, per la pesante disputa contro il fiume. Una nuova e dura prova, che la gente aveva appunto affrontato, e superato, tra prove di coraggio, solidarietà e generosità. Anche le più piccole comunità si erano mobilitate. Soltanto a Santa Croce, frazione di Polesine Parmense, come si evince dalle memorie, inedite, dell’allora parroco don Adamo Cicognini si era fatta una raccolta “bussando a tutte le porte” scriveva don Adamo aggiungendo che “il generoso contributo di ognuno ha fatto sì che siano raccolte 220mila e 200lire; quintali 15,62 di viveri, indumenti vari ed in buono stato”. All’epoca era tanta roba e parecchie altre, ovunque, su entrambe le rive, erano state le prove di solidarietà, altruismo e generosità realizzate dalle genti, tutte, del Po. Gente dal carattere sanguigno e tenace, ma con un cuore sempre estremamente grande, capace di gesti di generosità e di altruismo del tutto speciali, in ogni tempo e in ogni stagione, nel solco della storia, del presente e del futuro.

Eremita del Po

Paolo Panni


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