21 settembre 2026

Ai tempi delle elementari. Personaggi e innovazioni in una scuola e in una casa degli anni Sessanta: i maestri e i nonni, dalle classi mono a quelle miste

Ho messo piede per la prima volta a scuola che ancora dovevo compiere i canonici sei anni, ciononostante nel 1963 fui ugualmente anch’io un “remigino”; naturalmente il 1 ottobre, in signorile ritardo rispetto ai poveri studenti di oggi. Mio fratello Paolo si inserì nel ‘65 e l’anno successivo toccò anche a Mariacristina. Nel 1968, quando alla processione familiare lungo via Palestro si unì anche Antonio, la famiglia Cariani raggiunse il vertice del proprio contributo alle iscrizioni presso la Scuola Elementare Trento e Trieste. Con l’ultimo fratello in prima e io in quinta, quello fu l’unico anno a massima densità “carianesca” nella Scuola, prima del graduale spopolamento degli anni successivi in seguito al passaggio alla Scuola Media Campi, allora in via Palestro nell’edificio costruito allo scopo nel 1960.

Come maestro ebbi Gigi Manfredini, bravo disegnatore alla lavagna e già allora scrittore dialettale; lo ammirai anche come attore con il Gruppo di Studio di Teatro (GST). Lo ricordo bonariamente anche come dispensatore con saggia parsimonia, per i più selvatici tra noi, dell’intervento pedagogico da lui definito “scoppola sul coppino”, un’allitterazione dell’esplosiva doppia “p” premonitrice di un destino altrettanto esplosivo, ma in altro senso. Con lui, come ho già raccontato, costruimmo la cartina elettrica per imparare la posizione geografica dei capoluoghi italiani e stampammo anche il giornale di classe “Il Lanternino”, tutto ciclostilato e a più colori, con edizioni anche sulla storia di Cremona. 

Il maestro di mio fratello Paolo era un personaggio decisamente affascinante, estroso al punto giusto, Ugo Bassi. Da giovane era stato il creativo membro del Circolo Zaccaria di San Luca che con altri tre soci fondò lo storico giornale interno, “Il Ventino”. Abitava a Piadena e non nascondeva le proprie riserve verso il rinomato maestro Mario Lodi che insegnava al Vho; a Cremona lo si trovava al bar Fiume dove con la bella stagione era stanziale ai tavolini all’aperto; oppure andava nella gelateria dell’amico Siboni, di cui in classe decantava i gelati da lui prodotti in Corso Garibaldi, proprio a fianco della storica cartoleria Botti, quasi di fronte a via Alfeno Varo. Anche lui entusiasmò la classe con un giornalino, si chiamava “La Botte”. 

Arrivata nella classe seconda, la maestra Adalgisa Sacchi portò mia sorella Mariacristina alla quinta. Non era sposata ed era una grande viaggiatrice; in classe si soffiava il naso con i fazzoletti di carta, suscitando curiosità per quello che allora era ancora un comportamento piuttosto insolito, ma lei diceva che le dava fastidio star lì a lavare i fazzoletti di cotone.

Con Antonio arrivarono delle sorprendenti e per me impensabili innovazioni. Nella sua classe infatti c’erano, incredibile a dirsi, anche delle bambine e per di più l’insegnante era una donna, la maestra Velia Frosi Fantarelli, di cui noi dicevamo avesse nostro fratello come “cocco”. Prima di allora la scuola aveva infatti classi solo maschili e solo femminili, con insegnanti del medesimo sesso degli alunni. Nella pianta ad “elle” della scuola, il braccio lungo via Palestro era rigorosamente quello maschile, mentre le classi femminili erano collocate nell’ala di viale Trento e Trieste. Ma con l’introduzione delle classi miste la suddivisione progressivamente si sgretolò. Rimase invece quella che prevedeva a piano terra le classi prime e seconde, mentre, una volta superato l’esame di fine ciclo (si sosteneva infatti un esame al termine della seconda), dalla terza classe si continuò ad ascendere alla tanto aspirata gloria del piano superiore per rimanere tra “i grandi” fino al termine della quinta. 

La scuola al mattino terminava a mezzogiorno e tutti tornavamo a casa per mangiare quello che le nostre mamme, tutte casalinghe, ci avevano preparato; la mensa non era neppure un’ipotesi. Ritornavamo tra i banchi alle 14 per altre due ore. E soprattutto, chicca delle chicche, al giovedì si stava a casa per l’intero giorno! Ma il progressivo incremento di popolazione scolastica in famiglia comportò un’evoluzione nell’organizzazione degli spazi riservati a chi di anno in anno si aggiungeva a dover svolgere gli ineludibili compiti. Io partii con la collocazione sul tavolo della cucina, regno incontrastato di mia nonna Paolina (1888-1970). Su quel tavolo mi ci perdevo, visto che in famiglia c’era bisogno di nove posti. Quindi, tornato da scuola e dopo la merenda a pane burro e zucchero, pane e miele, o pane olio e sale, mi arrampicavo sulla sedia e sui cuscini aggiunti per portarmi a giusta altezza e con la matita cominciavo ad incolonnare le lettere dell’alfabeto che avevo da copiare sul quaderno a righe. Pur già trafficando per le sue faccende, mia nonna coglieva i miei momenti di distrazione o di noia e mi riportava a battagliare per il governo della matita col suo puntuale aforisma “La curiosità l’è parèenta del sapere”. Io però gliele davo delle belle occhiate mentre lei si metteva in moto per la cena. Avevamo la classica cucina economica in ghisa, smaltata in bianco, quella coi fuochi di diametro regolabile grazie agli anelli che mia nonna aggiungeva o toglieva con gesti secchi ed essenziali utilizzando “el rampìin”.  Ce l’aveva appeso in alto ad una delle asticelle metalliche che partivano a raggera dal tubo di scarico dei fumi e che costituivano la strategica dotazione prevista per far asciugare “stràss e süghìin”. “Èl canòon de stüa” finiva poi nella canna fumaria del camino che, pur ancora presente, era però chiuso da ante in legno e ormai inutilizzato perché superato dalla nuova tecnologia. Sapevo che si trattava di una Zoppas solo perché lo sentivo dire, ma la grafia della lettera iniziale rappresentò a lungo per me fonte di confusione, perché a scuola la “zeta” maiuscola era decisamente diversa. Mia nonna la alimentava col carbone che prendeva a fianco in una grossa cesta; quando era il momento il nonno materno, “el nòono Rìco”, Enrico Pedretti (1887-1966) si faceva le scale fino al secondo piano e ci portava il rifornimento in un sacco di iuta. Sulla mensola del vecchio camino c’era una piccola radio, niente a che vedere con quell’altra strabiliante che aveva mio nonno in sala. Da quella radio nel 1963 ascoltai gli aggiornamenti sulla salute nelle ultime ore di papa Giovanni XXIII; la notizia della sua morte venne trasmessa mentre eravamo a cena, mia nonna piangeva. Ricordo ancora il silenzio carico di apprensione che regnò in casa dal tardo pomeriggio e durante la cena probabilmente per la prima volta percepii il senso del lutto.

Giunto alla terza però in cucina ci passò mio fratello Paolo e io venni trasferito d’ufficio in sala, il regno di mio nonno Ettore e della sua pipa caricata coi toscani, territorio perennemente invaso dal fumo che, al modo della nebbia, col tempo si disponeva a banchi muovendosi lentamente e uniformemente. A noi fratelli piaceva ogni tanto perturbare quell’azzurro mare piatto e impalpabile, attraversandolo con calma per poter osservare i vortici che vi si sviluppavano. Il nonno Ettore (1883-1972) “se la impipàava in sàala”, come diceva mia zia Velia, seduto su una robusta poltroncina in legno verniciato di nero; il semicerchio dello schienale si risolveva in braccioli che terminavano con una testa di cane dalla bocca minacciosamente aperta, nella quale l’introduzione esitante delle nostre dita costituì per tutti e quattro una delle prime ardite prove di coraggio. Sedeva con la pipa nella mano destra e, appoggiandosi al bracciolo, sosteneva la testa con la sinistra, con la quale ogni tanto si toccava lo zigomo o la tempia, infastidito dalla sua infiammazione del nervo trigemino. Davanti a lui, nell’angolo della sala, la radio (di televisione non si parlò per anni in famiglia). Era una Philips in legno, ad onde medie e con circuito a valvole, dall’indimenticabile caldo suono dato dalle frequenze basse. Tutti i “giornale radio” erano suoi, insieme alla musica sinfonica. Ma quando dovevo fare i compiti, lui spegneva tutto, pipa e radio, ed io mi mettevo proprio dietro di lui alla mia nuova “scrivania” appoggiata al muro del lato minore della sala.

In realtà non si trattava di una vera e propria scrivania, ma di un massiccio comò in noce alto almeno un metro il quale, con tanto di serrature centrali e pomi in ottone, presentava tre bei cassettoni, il primo dei quali però era falso, trattandosi di un’anta che si apriva a sbalzo verso l’esterno. Permetteva così l’accesso ad uno spazio interno dotato di piccoli cassetti da scrivania e costituiva il piano di appoggio di uno scrittoio. Lì sopra, con la solita sedia truccata in altezza con cuscini, iniziai invece a imbrattare dita e quaderni con l’inchiostro usando cannuccia e pennino e tentando rimedi con la carta assorbente. Il mobile era di mia nonna Paolina che negli altri due cassetti custodiva gelosamente le sue candidissime tovaglie delle grandi occasioni. Era probabilmente l’oggetto a cui teneva di più in tutta la casa e di cui andava orgogliosa, perché quello era “èl cumò dell’avvocato Ratti”. Non so come facesse mia nonna, di umili condizioni, ad avere un’amicizia così altolocata, ma tale doveva essere perché quando l’avvocato decise anni addietro di rinnovare i mobili di casa, le regalò sedie e comò che finirono appunto nella nostra sala. Che si trattasse di un personaggio di rilievo, ce lo attesta Ugo Gualazzini che pensò di tratteggiarne un profilo nella Strenna Adafa 1975, pp. 153-160, presente anche, insieme ad altre biografie, in “Uomini e cose della vecchia (e antica) Cremona”, Strenna Adafa 2010. 

Luigi Ratti, chiamato Bigio dal più giovane amico Gualazzini, essendo nato nel 1848, era riuscito ad arruolarsi giovanissimo con Garibaldi per le campagne del ’66 in Trentino. L’intraprendente padre col suo Torrone Ratti, prodotto in una delle prime fabbriche cremonesi, conquistò parecchi mercati all’epoca. Laureato in giurisprudenza a Padova, si diede alla professione con pochi successi perché, annota Gualazzini, “soprattutto si sentiva uomo di lettere, scrittore, giornalista, conferenziere, storico”, “preferiva scrivere drammi e pronunciare applauditissime conferenze storiche che arringhe in Corte d’Assise”. Ebbe una figlia, Alda, sposatasi in Locatelli, e due mogli. Mio padre raccontava che, a detta di mia nonna, egli fu legato maggiormente alla seconda, Maria Lazzari, insieme alla quale venne sepolto. Fin da bambini, nella visita al cimitero, mio padre ci ha indicato quel sepolcro: “Qui c’è l’avvocato Ratti, chél del cumò in sàala”.

Maurizio Cariani


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