Anniversario della nascita di Verdi, al via i lavori di restauro di Palazzo Orlandi nel centro di Busseto
Ricorre oggi, sabato 10 ottobre, l’anniversario della nascita (il 231esimo) del maestro Giuseppe Verdi. La “grande assente” continua a restare la Villa di Sant’Agata che a fine mese “celebrerà” un triste anniversario: quello del quarto anno della sua chiusura. Perchè al di là di una eccezionale apertura con il Fai e del recente incontro musicale che ha visto protagonista il maestro Riccardo Muti ed al metto dei lavori già effettuati e di quelli in programma, sta di fatto che la villa è ancora, continuamente tristemente chiusa.
Tuttavia qualcosa si muove; infatti proprio in questi gironi stanno prendendo il via i lavori di restauro e rifunzionalizzazione di palazzo Orlandi, ora denominato palazzo Verdi, posto proprio nel centro di Busseto. L’edificio è quello che il Cigno acquistò nel 1845 (allora l’edificio era chiamato palazzo Dordoni – Cavalli), vi abitò tra il 1849 ed il 1851 (e ne fu proprietario dal 1845 al 1888) e vi compose Rigoletto, Luisa Miller e Stiffelio. Al suo interno il maestro visse insieme a Giuseppina Strepponi, la sua seconda moglie, suscitando lo scandalo dei benpensanti locali e proprio a causa dell’atteggiamento ostile della gente verso questa sua condizione decise di trasferirsi nel Piacentino, dove acquistò una tenuta a Sant’Agata nella quale eresse la villa, Palazzo Orlandi chiuso lo è da molti anni tempo ma ora, finalmente, si volta pagina con gli attesi lavori di restauro e rifunzionalizzazione gestiti da Finanziaria internazionale investments sgr e commissionati dal fondo immobiliare Nabucco.
Proprietaria del grande edificio è la Siae (Società italiana degli autori ed editori) che lo ha acquistato nel 2013, attraverso il suo fondo immobiliare Norma di Sorgente Group, con l’obiettivo di recuperarlo e di realizzarvi una scuola di musica d’eccellenza, dedicata alla lirica e non solo. A realizzare l’importante intervento è la Umistop di Maurizio Mora, importante azienda bussetana che ha al suo attivo altri importanti lavori di sistemazione e restauro di storici edifici tra i quali, pochi anni fa, anche il castello di Pandino.. Progetto, direzione e responsabilità dei lavori sono di Sqs Ingegneria srl con l’architetto Laura Petronio che si occupa della parte di interventi legata ai restauro e l’ingegner Stefano Militello che si cura invece degli interventi strutturali. Il geometra Michael Ghiorsi è invece incaricato della direzione del cantiere. Cantiere che andrà avanti per parecchi mesi. L’avvio di questo importante intervento nel “cuore” della cittadina verdiana ha già trovato il plauso di numerosi melomani ed appassionati verdiani che auspicano che il restauro e il futuro riutilizzo del palazzo possano essere un importante trampolino di lancio per un nuovo sviluppo turistico e culturale delle terre verdiane. Nel giorno della nascita del maestro, abituale frequentatore di Cremona soprattutto per motivi di affari (su Cremonasera se ne è scritto in svariati articoli) è doveroso ricordare anche due figure, quelle dei suoi genitori, Luigia Uttini e Carlo Verdi, entrambi sepolti a due passi da Cremona, nel cimitero di Vidalenzo di Polesine Zibello (Parma). Un luogo simbolico, perché posto al confine tra Emilia Romagna e Lombardia e tra le province di Parma, Piacenza e Cremona, tutti luoghi particolarmente cari al Cigno ed assai legati alla sua memoria. Due figure, quelle dei genitori, va ribadito, troppo spesso poco considerate, poco commemorate, talvolta finite nel dimenticatoio quando invece meriterebbero ben più considerazione. Luigia Uttini e Carlo Verdi riposano lì, in una piccola cappella (di cui si pubblicano le immagini) all’ombra della chiesa parrocchiale di san Cristoforo. Lo stesso cimitero in cui, da pochi anni, riposa anche il maestro Carlo Bergonzi, ritenuto dalla critica il più grande tenore verdiano del Novecento, anche lui nativo di Vidalenzo. Venendo alla figura dei genitori del maestro, Luigia Uttini nacque a Saliceto di Cadeo, nel Piacentino, il 29 settembre 1787 e morì a Vidalenzo il 28 giugno 1851. Figlia di Carlo Uttini, oste di Saliceto di Cadeo, il 30 gennaio 1805 sposò Carlo Verdi nell’oratorio di Santa Maria Annunziata a Busseto e i due andarono poi a vivere a Roncole. Nel Registro delle nascite del Municipio di Busseto relativo al figlio Giuseppe, risulta essere “fileuse”, cioè filatrice. Il 10 ottobre 1813 diede alla luce Giuseppe Verdi ed il 22 marzo 1816 la secondogenita Giuseppa Francesca, morta in giovane età il 9 agosto 1833.
Nel 1814 trovò rifugio nel campanile della chiesa parrocchiale di Roncole, con il suo piccolo Giuseppe, per sfuggire alle truppe russe ed austriache, nel turbolento periodo immediatamente successivo alla disfatta napoleonica. Episodio, questo, ancora oggi ricordato in una lapide posta alla base della torre campanaria. Intorno al 1830 ebbe qualche problema di salute e nel maggio del 1849 andò a vivere a Sant’Agata che lasciò nell’aprile 1851 quando vi si stabilì il Cigno e lei, col marito Carlo, si trasferì a Vidalenzo dove morì pochi mesi dopo, il 28 giugno 1851. Data, questa, sulla quale esiste anche un piccolo “giallo”: secondo alcune versioni sarebbe morta il 30 giugno (come si legge anche nella lapide di Vidalenzo), secondo altre (pare più accreditate) il 28 giugno. Il marito Carlo, di due anni più anziano, nacque alle Roncole il 28 agosto 1785 e morì il 14 gennaio 1867. Era figlio di Giuseppe Antonio Verdi e di Francesca Bianchi di Villanova sull’Arda. L’11 febbraio 1791 la famiglia prese in affitto, alle Roncole, l’Osteria vecchia, di proprietà del santuario di Madonna Prati che poi Carlo Verdi mantenne fino all’11 novembre 1830. Il 30 gennaio 1805 si sposò appunto con Luigia Uttini e nello stesso anno incorse nei rigori della legge, accusato di aver permesso, nel suo locale, il gioco d’azzardo con le carte. Nel 1825 venne nominato Tesoriere della Fabbrica della chiesa di San Michele Arcangelo alle Roncole (quella in cui il figlio Giuseppe venne battezzato e dove mosse i primi passi nel mondo della musica sull’organo che ancora oggi si conserva ma è da tempo inutilizzato a causa della chiusura della chiesa per inagibilità)) e mantenne questo incarico fino al 1840. Nel 1830, per aver troppo ritardato il pagamento dell’affitto, venne sfrattato da un terreno di 48 biolche con annessa casa padronale in cui abitava e si trasferì a Busseto, dal 1848 nel Palazzo Orlandi acquistato dal figlio.
Nel 1849 si trasferì con la moglie a Sant’Agata rimanendovi fino al 1851. In quell’anno il figlio Giuseppe, venuto a sapere che il padre si diceva amministratore o affittuario della residenza di Sant’Agata, scrisse al notaio Balestra: “non accondiscenderò a questi due progetti. Io intendo essere diviso da mio padre, di casa e di affari. Infine non posso che ripetere quanto le dissi ieri a voce; presso il mondo Carlo Verdi deve essere una cosa e Giuseppe Verdi un’altra” (testo del 21 gennaio 1851). La difficoltà nei rapporti con il padre e, in particolare, il prorompere di Antonio Barezzi nella vita di Giuseppe Verdi hanno sempre lasciato nell'ombra i genitori. Il padre Carlo sostenne il figlio nei primi anni di carriera, ma dopo i successi e la notorietà raggiunte dal figlio stesso, pretese di amministrarne il cospicuo capitale. Questo portò ad una brusca rottura dei rapporti fino allo strappo definitivo del 1851.
Il Cigno dispose comunque, per i genitori una piccola pensione, e loro si trasferirono a Vidalenzo, dove Luigia Uttini morì, come anticipato, poco dopo (il 28 giugno 1851). Carlo Verdi tornò allora a Busseto e già l’anno successivo accusò problemi di salute con Emanuele Muzio (unico allievo di Giuseppe Verdi) che in una lettera a Tito Ricordi del 26 aprile 1852 scriveva “Speriamo che Iddio voglia risparmiare a Verdi l’immenso dolore di perdere il padre suo!”. Nel 1865 la situazione peggiorò ancora e Giuseppe Verdi, il 5 aprile di quell’anno, ad Arrivabene scriveva “il mio povero padre è sempre nello stesso stato. Io vorrei pure sperare nella buona stagione ma il male è grave, e l’età troppa” e venti giorni più tardi, sempre ad Arrivabene scriveva che il padre si era aggravato mentre due giorni dopo sempre in un suo scritto evidenziava che “la febbre, benchè leggerissima non l’abbandona mai: nonostante un pericolo imminente non c’è”. Carlo Verdi morì il 14 gennaio 1867, e Verdi, ancora ad Arrivabene, da Parigi, l’8 febbraio 1867 scrisse: “avrei voluto chiudere gli occhi a quel povero vecchio, e sarebbe stato un sollievo per Lui e per me!”. Giuseppina Strepponi il 18 gennaio di quello stesso anno scriveva: “Verdi ne è addoloratissimo, ed io, ad onta che abbia vissuto pochissimo con lui, e fossimo agli antipodi nel modo di pensare, ne sento vivissimo rammarico e forse tanto vivo quello di Verdi”. Parroco di Vidalenzo negli anni in cui Luigia Uttini e Carlo Verdi vissero a Vidalenzo era don Giovanni Avanzi, amico di famiglia dei coniugi Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi e, come noto, era spesso loro ospite nella Villa di Sant’Agata. E’ molto probabile, anche se non esistono conferme ufficiali, che a dettare le lapidi obituitarie dei genitori del maestro, sia stato proprio don Avanzi. A proposito di immobili ed edifici verdiani, da una parte la Villa che attende i restauri e l’attesissima riapertura al pubblico (ci si lasci dire e scrivere che in altri Paesi non si sarebbe mai nemmeno immaginato di tenere chiusa una villa di quella importanza, ma in Italia accade questo e ben altro purtroppo), dall’altra palazzo Orlandi che muove i primi concreti passi per il suo restauro e successiva riapertura, c’è anche la chiesa di Roncole Verdi (dove il Cigno fu battezzato e mosse i primi passi nel campo della musica) chiusa per inagibilità da 6 anni, dove i lavori sono in corso e, di recente, è stata annunciata la probabile riapertura nel corso del 2027 e c’è il mulino del Castellazzo, a Sant’Agata, di recente divenuto di proprietà dell’associazione “Verdi e le sue terre Ets” di Villanova sull’Arda che ha già avviato un importante progetto di recupero ed ha avviato i primissimi interventi di sistemazione e miglioramento dell’area. Il mulino, citato per la prima volta in documenti del 1494, fu acquistato dal maestro Giuseppe Verdi nel 1875 ed è stato parte dei molti terreni di sua proprietà. Il celeberrimo musicista e compositore, come noto, era anche un eccellente, scrupoloso e lungimirante imprenditore agricolo. Tra l’altro, giusto aggiungerlo, nel 1877 il Tribunale di Piacenza si pronunciò a favore del maestro in una causa riguardante le acque del canale di Castellazzo che serviva per irrigare i campi posti dietro alla villa. L’avvocato di Verdi era Gaetano Grandi di Piacenza, avo del celebre avvocato Filippo Grandi. Nella tenuta del Castellazzo, tra gli altri, vi lavorò Silvestro Luigi Bellingeri, nato a Casanova d’Offredi il 7 maggio 1869 da Demetrio Bellingeri (celebre fattore del maestro, uno dei suoi uomini di maggior fiducia) e Petronilla Carletti . Casanova d’Offredi, piccolo centro nel “cuore” del cremonese, giusto ricordarlo, all’Unità d’Italia, nel 1861 contava 348 abitanti e fu Comune autonomo fino al primo gennaio 1868 quando venne aggregato a Cà d’Andrea: infatti Silvestro Luigi Bellingeri, come si legge negli atti di allora, risulta nato nel Comune di Cà d’Andrea (era l’anno successivo, il 1869), nella frazione di Casanova d’Offredi. Il suo atto di nascita, tra l’altro, è pubblicato nel libro “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè, ed il prezioso sgabello (finito al centro del volume di Demaldè e Quattrini) fu donato dal maestro Verdi a Demetrio Bellingeri (che lavorava alle sue dipendenze) con la raccomandazione che doveva solo essere guardato e non utilizzato, per non rovinarlo. Demetrio aveva quindi promesso di regalarlo al primo figlio che si fosse sposato, che fu appunto Silvestro. Il maestro aveva fama di padrone oculato e piuttosto intransigente, ma era sempre al centro di tutte le conversazioni della famiglia. E la fidanzata di Silvestro, Regina Bonomi, che tanto aveva sentito parlare del Cigno durante il fidanzamento, quando vide per la prima volta lo sgabello in occasione delle sue nozze ne rimase incantata. Quel prezioso cimelio esiste ancora ed è custodito, con grande cura, dalla milanese Marcella Savi che lo ha avuto in eredità dalla nonna Paolina Demaldè. Marcella Savi torna spesso nelle terre verdiane perché da quelle parti è rimasta la casa dei nonni e quando si reca al Castellazzo osserva, cerca di immaginare, pensa a quando quei terreni erano del maestro Verdi, quando nei cortili delle cascine i contadini venivano sorpresi dal suo arrivo. Il canale del Mulino scorre fin qui e procede fino a Sant’Agata, poco più avanti, e il reticolo delle carraie sembra congiungere tutti i poderi con la Villa del Maestro, quella di Sant’Agata. Nel libro “Lo Sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” (Edizioni Fantigrafica, Cremona, 2018) Maura Quattrini e Davide Demaldé hanno ricostruito un racconto storico descrivendo la vita in questa località, a partire da documenti d’archivio e dalle testimonianze dei discendenti delle famiglie che lavorarono per quel Verdi non solo musicista, ma moderno e lungimirante imprenditore agricolo. Un volume che è un vero e proprio “affresco” della vita agreste piacentina a cavallo tra Ottocento e Novecento nel vasto latifondo del Castellazzo di proprietà del maestro Verdi. Col tempo lo sgabello, passando da una proprietà all’altra, è finito alla famiglia di Paolina Demaldè, rimanendo al Castellazzo. Marcella Savi è sicura che quel che le diceva la nonna fosse vero: lo sgabello era di Verdi. Si è confrontata anche con il Conservatore del Museo del Teatro alla Scala di Milano, Matteo Sartorio, il quale le ha fatto notare che l’oggetto è del tutto simile a quello che appare in una famosa illustrazione nella quale Verdi siede al pianoforte in compagnia del librettista Boito a Villa Sant’Agata. La relazione peritale diagnostica dello Studio Rosati Verdi Demma di Parma (2015) al contempo certifica che lo sgabello è autentico per epoca e manifattura. Marcella, dunque, presenta uno sgabello da pianoforte ottocentesco, conservato da famiglie che vissero nel contesto rurale delle proprietà di Verdi, identico a quello che utilizzava il Maestro. Il maestro Verdi, va ribadito, fu non solo uno straordinario musicista e compositore ma anche un grande e lungimirante imprenditore agricolo. Se è vero che ebbe conoscenze ed amici del calibro di Manzoni, Cavour, Ricasoli, Minghetti e Garibaldi è altrettanto vero che discuteva abitualmente di colture, raccolti ed attrezzi agricoli tanto a Sant’Agata quanto sui diversi mercati del Parmense, del Piacentino e del Cremonese con proprietari terrieri, contadini ed agricoltori, tecnici e fattori di campagna che non sono forse passati alla storia ma che lui teneva in giusta considerazione. Diventò presto un ricco possidente terriero senza mai perdere i tratti salienti di quella discendenza rurale dalla quale proveniva e quindi una certa rudezza ma anche una immensa umanità, un solido buon senso tipico dell’uomo di campagna, la profonda onestà. Grandi personalità del Risorgimento come Cavour e Manzoni ebbero in comune, con lui, la passione per l’agricoltura ma restava una grande differenza. Cavour e Manzoni erano nobili e ricchi per eredità familiare mentre Verdi costruì la sua attività agricola con i proventi del proprio lavoro di musicista. Si distinse quindi non solo come artista ma anche come agricoltore, patriota, politico con uno smisurato amore per la terra che affondava le proprie radici alle origini stesse del Cigno. I proventi delle sue celeberrime opere servirono per l’acquisto dei poderi e Sant’Agata, con la sua villa, diventò presto il centro di uno eccezionalmente vasto complesso di fondi agricoli che si estendevano tra Villanova sull’Arda, Cortemaggiore, Besenzone, Fiorenzuola d’Arda, Polesine, in quel “fazzoletto” di terra compreso tra Arda, Ongina e Po. Con una “propaggine” anche in terra cremonese, alla tenuta Gerre del Sole. Nel 1857 il maestro acquistò il “Piantadoro” dalla contessa Sofia Bulgarini, un fondo davvero enorme che includeva 9 poderi ed una piccola proprietà a Villanova sull’Arda. Tredici anni più tardi, nel 1870, comprò il podere Gerre del Sole, ad ormai due passi da Cremona, in territorio di Stagno Lombardo. Qui, una figura di rilievo, fu proprio quella di Demetrio Bellingeri, nato a Busseto nel 1832, ma di origine cremonese, suddito di Maria Luigia d’Austria che, proprio negli anni in cui si compì l’Unità d’Italia, sposò una cremonese, Petronilla Carletti, stabilendosi nell’allora Comune cremonese di Due Miglia. Ente, questo, che scomparve, con decreto Statale, nel 1920 su richiesta stessa degli amministratori di Due Miglia e del Comune di Cremona. Era un Comune con la sua importanza, o almeno l’aveva avuta in passato. Il suo territorio, tutto agricolo, rimase legato non soltanto alle vicende militari, ma anche a quelle socioeconomiche. Vi si insediarono anche i monaci cistercensi, noti bonificatori, con sede a Cavatigozzi dove esiste la loro antica Abbadia. Il comune di Due Miglia fu anche un baluardo a difesa della città e le vicende accadute nella lotta per strappare al Po le terre, oggi tutte estremamente fertili, contribuiscono a spiegare chiaramente l’importante sviluppo agrario cremonese. Questo Comune era diviso in sette quartieri, per un totale di circa 9mila e 300 abitanti. Il territorio era composto da 5.160 ettari con un reddito di oltre 4 milioni ed il perimetro del comune stesso era poco più di 48 chilometri. Dati, questi, che insieme ad una carta topografica, formano gli elementi fondamentali dell’atto di consegna e, quindi, di soppressione avvenuto nel 1920 tra le due amministrazioni comunali. Da quell’anno il comune di Due Miglia venne anche cancellato dalle carte geografiche e la città di Cremona crebbe, in estensione, di oltre 5 mila ettari. Tornando alla figura di Demetrio Bellingeri, questi non era che uno dei tanti giovani che all’epoca (forse molto più di oggi), specie in occasione di feste, si spostavano da una riva all’altra. Ma lo facevano soprattutto per lavoro e, specie chi viveva tra Busseto e la Bassa Piacentina utilizzava l’attraversamento del Po che si trovava nei pressi di Soarza. Demetrio e la moglie Petronilla vissero a Ca’ d’Andrea dove nacquero i figli Massimo, Silvestro ed Amalia e, nel 1870, tornarono a vivere a Busseto perché Demetrio (nato nella stessa Busseto nel 1832) aveva trovato un nuovo lavoro nella tenuta dell’avvocato Calvi a Samboseto. Era, quello, l’anno in cui il maestro Verdi acquistò la tenuta Gerre del Sole. Sei anni più tardi la famiglia Bellingeri si stabilì a Ongina di Vidalenzo, al crocevia quindi tra Emilia e Lombardia, in un casolare acquistato sempre dal maestro Verdi nel 1857 insieme alla vastissima tenuta Piantadoro di cui faceva parte anche il mulino del Castellazzo. Nella scuderia ad Ongina, a due passi dall’osteria, venivano custoditi i cavalli utilizzati per il trasporto di sabbia, terra e ghiaia provenienti dal Grande fiume ed utilizzati sia per la realizzazione degli argini che per la ristrutturazione delle cascine. Demetrio lavorò quindi come fattore del Bosco, che era una delle possessioni che componevano il Piantadoro e ad Ongina, nel 1876, nacque tra l’altro il quarto figlio, Giovanni. Si meritò la piena fiducia del maestro Verdi, Demetrio e tra i due i contatti furono frequenti col fattore che informava puntualmente e minuziosamente il maestro (recandosi più volte anche alla villa di Sant’Agata) su tutto quello che accadeva nei suoi terreni, sulle produzioni vendute, sui lavori realizzati specie a rinforzo degli argini al fine di contenere le esondazioni del Po e dell’Ongina. Lo informava su ogni intervento che veniva realizzato, sulle condizioni del bestiame, dei cavalli e di tutti gli animali che venivano allevati nel podere (compresi i capponi che venivano inviati al mercato di Cremona) e gli presentava conti con assoluta precisione meritandosi appunto l’assoluta fiducia, manifestata dal maestro Verdi anche per iscritto al sovrintendente Mauro Corticelli. Nella tenuta Piantadoro lavorò anche uno dei figli di Demetrio, Silvestro Luigi, nato a Cà d’Andrea nel 1869, imparando alla perfezione il mestiere del padre. A proposito, tra l’altro, del libro “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè, pare che Verdi stesso abbia regalato lo sgabello a Demetrio Bellingeri e al figlio, con la raccomandazione che doveva solo essere guardato e non utilizzato, per non rovinarlo. Demetrio aveva quindi promesso di regalarlo al primo figlio che si fosse sposato. Il maestro aveva fama di padrone oculato e piuttosto intransigente, ma era sempre al centro di tutte le conversazioni della famiglia. E la fidanzata di Silvestro, Regina Bonomi, che tanto aveva sentito parlare del Cigno durante il fidanzamento, quando vide per la prima volta lo sgabello (il dono di Verdi a Demetrio) in occasione delle sue nozze ne rimase incantata. Per oltre mezzo secolo, tra un trionfo lirico e l’altro, tra viaggi in Italia e all’estero, il maestro Verdi fu assorbito dall’impegno delle proprietà e delle occupazioni minuziose e continuative che comporta la vita di campagna, come emerge anche dalle nutrita corrispondenza alla quale ha attinto, a piene mani, il professor Cafasi nel dare vita al libro “Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata”. Volume in cui, nel capitolo dedicato alla cronologia degli acquisti dei beni immobili, emerge che il primo importante investimento fu nel 1844 quando Verdi comprò il podere Pulgaro nei pressi di Madonna Prati. Nel 1870, quindi, l’acquisto del podere Gerre del Sole a Stagno Lombardo e, nello stesso anno, anche l’acquisto del podere “La Pavesa” a Bersano. Delle sue proprietà ha sempre avuto grande e meticolosa cura; basti pensare che quando si trovava a Sant’Agata, all’alba era già in piedi per recarsi nelle stalle, nelle scuderie, nei caselli e nei campi e due volte a settimana riceveva, in una stanza al piano terra della villa, i fattori e le persone addette ai diversi poderi per fare il punto della situazione sulle varie attività. Il Cigno, che aveva una predilezione per il maggengo cremonese, era un imprenditore agricolo dotato di grandi capacità e particolare lungimiranza e curava lui, direttamente, gli affari. Si recava spesso nei mercati agricoli di Parma, Piacenza e Cremona sia per vendere i suoi prodotti che per contrattare direttamente l’acquisto di bestiame, concimi, macchine ed attrezzi agricoli ed era quindi abbastanza frequente veder passare, su strade polverose, la sua carrozza trainata da due vigorosi cavalli da tiro cremonesi. Proprio andando a ripercorrere e studiare la vastissima produzione epistolare dell’epoca (fortunatamente rimasta a differenza di quanto accade oggi con il virtuale che rischia di far scomparire memorie che, un domani, potrebbero avere particolare valore) è possibile conoscere e capire l’humus culturale ed agronomico nel quale il Cigno di Busseto maturò la sua attività in campo agrario, con tutto un tessuto composto da visite a mercati e fiere della zona, letture e studi di testi agrari, frequenti contatti e scambi di esperienze con altri proprietari delle solite tre province di Parma, Piacenza e Cremona. Fu un grande imprenditore agricolo ma anche un produttore e consumatore del tutto responsabile, raffinato, profondamente onesto e generoso, con una attenzione particolare verso le fasce deboli della popolazione. A questo riguardo è di particolare interesse un articolo del giornalista piacentino Francesco Giarelli dal titolo “Un po’ di Verdi intimo” che, in perfetta linea con tanti biografi verdiani, fornisce un resoconto molto puntuale della tipica giornata di verdi a Sant’Agata: “Levata di letto prima delle 6 d’estate prima delle 7 d’inverno. Tempo consentendolo una visitina agli operai nei campi prossimi alla villa. Il maestro stringe sotto l’ascella sinistra, ovvero adopera come bastone di appoggio, un parasole di tela russa. Reduce prende a prima colazione qualche crostino burrato ed abbrustolito nel caffè e latte munto dalle sue giovenche olandesi. Poi una visita minuziosa agli stabuli bovini ai cavalli da lavoro e agli allevamenti dei puledri. Ripresa del lavoro colla lettura della corrispondenza con qualche interrogazione al pianoforte, sempre semiaperto, colla scrittura di qualche brevissima lettera. Alle undici e mezzo la seconda colazione riunisce gli ospiti di Sant’Agata. A Sant’Agata il pranzo è alle sei. Dopo il circolo si prolunga in lieti conversari, in lettura amena e di rado in un po’ di musica sino alle dieci e mezzo. Alle undici la villa è immersa nel sonno”. Anche il passaggio della carrozza del maestro era considerato un vero e proprio avvenimento; lo descrive così lo stesso Giarelli: “Sui grandi argini del comprensorio di Po, sotto al raggio cocente, passava la ampia e monumentale carrozza del maestro: una carrozza tutta scura, tratta da una pariglia di vigorosi e imponenti morelli, tenuti tra mani da un abile cocchiere, in bruna livrea, senza filettatura, senza bottoni metallici, colla coccarda all’alto cappello, ed i guanti bianchi in filo di Scozia. Gli abitanti di Villanuova, di S.Nazzaro, di Monticelli, di Castelvetro, di San Pedretto, di San Giuliano e via dicendo, vedevano allora con settimanale regolarità la carrozza di Verdi, avviarsi a Mezzano Chitantolo, sulla sponda sinistra del Po (quella cremonese, ndr), per salire sul ponte trasbordare in Lombardia. Lungo la via il faccione roseo di Giuseppe Verdi e spesso anche il volto della Strepponi, apparivano, affabilmente salutanti allo sportello. Bon viagg sior maestr e bon appetit. Tale il saluto immanchevole degli umili contadini, sospendenti per un minuto la rude opera del campo, fiancheggiante la via, su cui la vettura di lui roteava verso Croce Santo Spirito”. Soprattutto di sabato il passaggio della carrozza era un appuntamento molto frequente, con Verdi che raggiungeva Cremona dove si fermava all’Albergo del Sole , al solito tavolo e alla solita ora, per gustare la desiderata cotoletta alla milanese, con burro in grande abbondanza. Ancora Giarelli scriveva che “Discutere di prezzi e di mercato , reciso, tagliente, rude, ma sempre giusto. Bisogna stare molto attenti con Verdi perchè non c’era pericolo di fargli intendere una cosa per l’altra. Verdi non aveva le distrazioni degli artisti, ricordava tutto con una esattezza matematica. Austero come era nella vita privata, esigeva da tutti ordine e disciplina. A Sant’Agata c’è ancora un locale, una specie di studiolo a terreno, modestamente arredato con una scrivania e una logora poltrona, nel quale il maestro riceveva una volta la settimana i suoi agenti, i contadini, i famigli. Era una mezza giornata dedicata metodicamente ad essi. E Verdi, chiedeva, preciso e minuto, consigliava, ordinava e spesso si inquietava”. Si inquietava, sì, ed aveva ragione ma aveva anche un cuore grande, colmo di operosa generosità: lo dimostrano non solo la realizzazione e la fondazione dell’ospedale “Giuseppe Verdi” di Villanova sull’Arda e della Casa di riposo per musicisti di Milano, ma anche le tantissime opere di bene realizzate e testimoniate (in buona parte) dalle tante lettere che ancora oggi si conservano (specie quelle indirizzate al canonico don Giovanni Avanzi, parroco di Vidalenzo prima e di Spigarolo poi, suo personale amico e consigliere). Lo testimonia anche il suo testamento olografo, datato 14 maggio, 1900, con i generosi e corposi aiuti lasciati agli Asili Centrali di Genova; allo Stabilimento dei Rachitici, dei Sordo Muti e dei Ciechi di Genova; all’ospedale di Villanova sull’Arda e all’asilo infantile di Cortemaggiore; all’Opera Pia Casa di riposo per musicisti di Milano. Senza dimenticare i soldi lasciati ai suoi dipendenti, ai suoi collaboratori, ai poveri di Sant’Agata. Alla cognata Barberina Strepponi di Cremona lasciò invece, vita natural durante, l’usufrutto del fondo Canale che aveva acquistato da Francesco Pedrini di Cortemaggiore legando la proprietà del fondo stesso “alla Signora Peppina Carrrara – scriveva il maestro stesso – maritata Italo Ricci, figlia primogenita della Maria Verdi maritata con Alberto Carrara. Nel caso che questa disposizione non potesse aver effetto, il fondo apparterrà alla mia erede universale”. Una figura, quella del Verdi agricoltore, di grande interesse che, esattamente come quella del musicista e compositore, denota in tutto una personalità estremamente profonda e una intelligenza di certo fuori dal comune, con capacità immense anche nel saper guardare avanti e leggere i tempi. Un uomo di eccezionale levatura che ebbe a dire “Tornate all’antico e sarà un progresso”: peccato che sia stato poco ascoltato ed i risultati infatti si vedono. Per tutti coloro che desiderano conoscere meglio ed approfondire la figura del Verdi agricoltore si consiglia sempre la lettura di pubblicazioni quali “Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata” di Francesco Cafasi (edizioni Zara), “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè (edizioni Fantigrafica), “Ti lascio e vado nei campi” di Ilaria Dioli, Giuseppe Gambazza e Daniela Morsia (Diabasis), “Verdi proprietario e politico” di Giuseppe Martini (catalogo dell’omonima mostra allestita all’Archivio di Stato di Parma nel 2013/2014) e “Verdi e la sua terra” (Cassa di risparmio di Parma) con le eccezionali immagini di Carlo Bavagnoli. Con l’auspicio finale che Cremona, e le sue terre, siano sempre più coinvolte nelle celebrazioni, nelle iniziative e nei progetti dedicati al maestro, proprio in virtù del legame che il Cigno aveva anche con il cremonese e chissà che, un giorno, magari tra le nebbie invernali o tra i girasoli di luglio, tra i campi del “Piantadoro” non si possa dare vita ad un grande concerto verdiano che unisca l’una e l’altra riva del fiume, senza “litigi” (ce ne sono stati molti, tutto sommato abbastanza futili) circa le origini o l’appartenenza territoriale del maestro che è e resterà un patrimonio dell’umanità. Ben venga quindi il recupero del Mulino del Castellazzo, di Palazzo Orlandi e della chiesa di Roncole e ben vengano tutte quelle iniziative che possano portare visibilità ai nostri territori, sull’una e sull’altra riva del Po, dando nuovo vigore, nuove opportunità e nuova linfa alla nostra gente. Restiamo nel frattempo in attesa di sapere da chi di dovere se, come e quando riaprirà la Villa Verdi di Sant’Agata e come e quando sarà recuperato e riaperto l’Ospedale voluto e fondato dal maestro a Villanova. Siccome si tratta di domande chiaramente rivolte agli incravattati (si legga politici), si evitino frasi fatte, proclami e politichese. Bastano due righe per dire come e quando. In attesa, come si suole scrivere alla conclusione di una lettera, di cortese riscontro.
Eremita del Po
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