Asst Cremona, cerimonia della gratitudine. Novantuno i dipendenti ASST di Cremona andati in pensione nel 2025
Venerdì 6 febbraio 2026, nell'Aula Magna dell'Ospedale di Cremona, si è svolta la Cerimonia della Gratitudine dedicata ai dipendenti dell'ASST di Cremona andati in pensione nel corso del 2025.
Novantuno professionisti – medici, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici e personale amministrativo, ma anche medici di famiglia e pediatri di libera scelta – che hanno concluso il loro percorso lavorativo dopo una vita trascorsa negli ospedali, nei servizi territoriali e negli ambulatori. Di questi, quarantasei hanno partecipato alla cerimonia insieme a familiari e amici.
Ad aprire l'incontro il Direttore generale Ezio Belleri, che ha ringraziato i presenti per «il valore umano e professionale costruito in tanti anni di servizio» e per «l'eredità fatta di competenze, relazioni e senso di responsabilità» lasciata alla comunità sanitaria. «Essere riconoscenti verso chi ha dedicato gran parte della propria vita alla sanità pubblica non è un gesto formale, ma un dovere», ha sottolineato.
«Gran parte dei posti lasciati dai collaboratori è stata già coperta; per quelli ancora vacanti siamo al lavoro». Ha concluso Belleri - «garantire il turnover resta un obiettivo costante, anche se negli ultimi anni non è sempre semplice a causa della carenza di personale».
Al fianco di Belleri, il direttore Amministrativo Gianluca Leggio e il direttore sanitario Francesco Reitano.
Alla cerimonia hanno partecipato anche primari, coordinatori infermieristici e dirigenti degli uffici di staff, riuniti in un momento di condivisione. Un'occasione per riflettere sul valore del lavoro comune. «Essere colleghi, pur con ruoli diversi, in un'organizzazione complessa che si prende cura delle persone è qualcosa che spesso dimentichiamo», ha sottolineato Belleri. «Ogni giornata di lavoro è fatta di incontri, storie ed esperienze: è nelle relazioni professionali che si gioca la vera differenza, anche se la routine quotidiana spesso fa perdere di vista questo aspetto».
In media, infatti, ogni professionista dedica quarant'anni o più della propria vita al servizio della comunità. Un tempo immenso che lascia un segno profondo nella storia dell'ASST Cremona, dei cittadini e dei pazienti.
LA CURA NON È SOLO UN LAVORO
Per Silvia Bussini, ostetrica, quello in ospedale non è mai stato soltanto un lavoro: «Dopo tanti anni era diventato casa, essere ostetrica è stata la mia vita». Un sentimento condiviso da molti operatori: «Mi manca la quotidianità, mi mancano i colleghi», è una delle frasi che ricorre più spesso nei loro racconti. I ricordi tornano a un gruppo unito, ai turni condivisi, alle difficoltà affrontate insieme e ai legami umani costruiti nel tempo. «Eravamo un bella équipe, siamo stati bene», dicono in tanti.
A riaffiorare sono anche i momenti più intensi come «Quando portavo fuori dal nido un bambino appena nato e c'erano i familiari ad aspettarlo. Ogni volta era un'emozione diversa», aggiunge commossa Fulvia Bonfanti, infermiera in Pediatria all'Oglio Po.
L'OSPEDALE TI ENTRA NEL SANGUE, TORNEI SUBITO
«Quando sono andata in pensione ho pianto», ricorda Elisabetta Cavana, infermiera della Farmacia dell'Ospedale di Cremona. Dopo l'entusiasmo iniziale, è arrivata la nostalgia per il lavoro e per i colleghi. «Mi mancava tutto», confida Morena Bottarelli, ex operatrice sociosanitaria che oggi continua a prendersi cura degli altri come volontaria, accompagnando le persone alle visite in ospedale. «Se mi richiamassero, tornerei subito», afferma senza esitare.
Anche Roberta Buzzi Donato, assistente sanitaria dell'Ufficio Qualità, racconta un legame difficile da spezzare: nonostante l'euforia per il tempo libero, «chi lavora in ospedale si ammala di ospedale: ti entra nel sangue, perché fai parte di una comunità». Un distacco vissuto con intensità anche da Antonio Cariani, educatore della psichiatria: «Gli ultimi giorni di lavoro sono stati i più duri: ho fatto ordine, buttato carte, ripercorso tutta la vita professionale. Mi sono commosso. Ora ho voltato pagina e sono un nonno felicissimo».
C'è anche chi ha lasciato con la consapevolezza di un passaggio di testimone. «Mi è dispiaciuto andare via in un momento in cui la Cardiologia sta crescendo molto e c'è una bella équipe. Ma è stato giusto così. Auguro il meglio ai medici che prenderanno il testimone», afferma il cardiologo Alberto Garini.
«Con i miei colleghi c'è tantissimo affetto, siamo stati e siamo una bellissima équipe, fondata sul rispetto reciproco, sia sul piano professionale che umano: mi mancheranno» - ricorda Sophie Testa (Direttore Laboratorio Analisi).
UN ONORE ENTRARE IN RELAZIONE CON I PAZIENTI
Ad Antonio Coluccello (medico di terapia intensiva e rianimazione) «manca l'adrenalina del pronto soccorso, dell'emergenza. Non posso dimenticare l'impegno corale durante il Covid, giorno e notte come se non ci fosse un domani, perché quella era la sensazione di tutti».
Donatella Parentini (medico di medicina generale) spiega: «questo lavoro per me è stato prima di tutto una fonte di salute. Un cammino personale e umano bellissimo; il medico è il più bel lavoro che c'è. È stato un onore entrare nell'intimità più profonda delle persone». Anche a Marina Ballasina (fisioterapista) mancherà «Il rapporto prolungato nel tempo con il paziente, quello che fa vedere i risultati».
«Stare con i malati di sclerosi multipla è il ricordo più forte» afferma Monica Monchini (Infermiera di neurologia) «Mi mancano le confidenze dei pazienti, la relazione che si creava con ciascuno di loro, la dedica che mi hanno fatto resta il dono più prezioso».
DOPO TANTI ANNI, STARE A CASA NON È SEMPLICE
Per Anna Montaldi, infermiera della Multidisciplinare di patologia mammaria, il ricordo più vivo resta «il briefing del mattino, quando consultavamo il calendario filosofico con il pensiero del giorno per dare il via al turno. Ci aiutava a trovare lo spirito giusto per affrontare le difficoltà. Un'abitudine che oggi mi manca», ammette «stare a casa non è semplice».
Un sentimento condiviso anche da Nicoletta Peri, che dopo anni in corsia va in pensione come infermiera di famiglia. «Il lavoro in reparto è faticoso e più routinario, mentre l'esperienza sul territorio mi ha mostrato un lato più dinamico della professione», racconta, sottolineando l'importanza dell'autorganizzazione, della conoscenza dei servizi dell'Asst e delle connessioni necessarie per garantire le cure domiciliari. «Confesso, soffro un po' l'isolamento, mi manca il contatto con i pazienti».
Sulla stessa linea Monica Alberici, infermiera dell'area intensiva di Oglio Po: «Non sarei mai andata in pensione. Sento la mancanza della sensazione che si prova in terapia intensiva al risveglio dei pazienti che significava, ecco ce l'ha fatta».
Per Massimo Rovatti, chirurgo, la pensione è poco più di una formalità. «Non vedo l'ora di rientrare in reparto. Un chirurgo non può smettere: deve continuare a supportare l'équipe, anche nella formazione dei più giovani». Sul valore dei percorsi professionali si sofferma anche Gabriella Conforti, coordinatrice dei corsi di Laurea, che ripercorre la propria crescita: «Grazie all'Asst ho potuto studiare e seguire percorsi di formazione specifici, per me è stato molto importante».
È COME ESSERE IN FERIE, ORA MI DEDICO AD ALTRO
C'è poi chi vive il distacco con uno sguardo diverso. Sonia Abelli, tecnica di radiologia all'Oglio Po, racconta una sensazione ancora sospesa, «come se fossi in ferie», mentre Nora Bertoli, infermiera dell'Oncologia di Cremona, guarda avanti: «Non sento più la nostalgia del lavoro, ormai sono entrata in una dimensione diversa».
UN DONO SIMBOLICO, CON GRATITUDINE
Durante la cerimonia, tra gli applausi dei presenti, ogni dipendente andato in pensione ha ricevuto dalle mani del direttore un dono rappresentativo: una cornice bianca con il simbolo universale della gratitudine e un pensiero «per il tempo di vita dedicato al lavoro e alla cura».
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