Castelponzone, tutto pronto per la tradizionale Fiera di San Luca nell'antico borgo
E’ tutto pronto, a Castelponzone, per uno degli appuntamenti più tradizionali, attesi e ricchi di storia, dei nostri territori. Domenica 18 ottobre torna l’appuntamento con l’antica Fiera di San Luca – Sapori d’autunno, per una giornata tra storia, ricordi, colori ma anche sapori di stagione, colori, all’insegna del piacere di stare insieme. Per l’occasione le Castelline del Borgo organizzano un raduno d’auto d’epoca e Citroen Ds e, inoltre, sarà anche possibile visitare la mostra “Artisti nel borgo” allestita fino al 2 novembre.
“Quando arrivava la fiera – ricordano le Castelline del Borgo – Castelponzone cambiava faccia. Per qualche giorno il borgo non era più un piccolo paese. Era il centro di tutto. Arrivava gente da ovunque. Mercanti, animali, bancarelle sotto i portici. La Fiera di San Luca, la terza domenica di ottobre, era LA FIERA!. Non un giorno solo: quindici giorni di mercato, di festa, di vita. Bovini, cavalli, maiali. E poi giostre, saltimbanchi, il circo. Il profumo delle caldarroste e quello del bestiame, mescolati insieme. A luglio, la seconda domenica, un’altra fiera. Più semplice. E ogni giovedì il mercato che riportava voci e passi per le vie. Ma la fiera non era solo quello che si vendeva. Era la gente che si incontrava. Quella che si fermava a parlare sotto i portici. E poi i ricordi più vicini... L'autopista che arrivava in paese. Il banco dei dolci. La pesca di beneficenza, con quei bigliettini da incollare sui premi - e noi bambini che ci sentivamo importantissimi. E la balera. Due, tre sere di musica, anche quando fuori c'era già la nebbia che ti entrava nelle ossa. Nessuno ci faceva caso. Sono cambiati i tempi – si ricorda - Sono cambiate le fiere. Ma una cosa è rimasta uguale: la voglia di ritrovarsi. E tu cosa ricordi? Un volto? Una bancarella? Una musica della balera? Un premio vinto alla pesca? Raccontacelo nei commenti. Ci piacerebbe ritrovarci e rileggere le vostre storie insieme. Vi aspettiamo domenica 18 ottobre a Castelponzone per Borgo in Fiera - Sapori d'Autunno. Per sentire, anche solo per un pomeriggio, il profumo di quelle antiche giornate di festa. Nel nostro borgo. Nel nostro Castello. Tra le nostre tradizioni”.
Per andare alla scoperta di un “borgo bomboniera” ricco di bellezza e di suggestioni, di storia e di saperi. Del resto cè qualcosa che ha sempre reso Castelponzone diverso dagli altri paesi intorno. Basta camminare tra le sue vie per accorgersene. Le porte, i grandi portoni, i ferri battuti lavorati con cura, i camini e quei comignoli alti, tutti diversi, in mattoni rossi: sono particolari che raccontano la storia del borgo e delle persone che lo hanno abitato. “Una storia fatta di case – ricordano le Castelline del Borgo - famiglie, lavoro e di un’architettura che ancora oggi conserva caratteristiche difficili da trovare altrove. Castelponzone nacque attorno alla sua rocca già agli inizi del Trecento. Un borgo fortificato, chiuso dalle mura e dal fossato, con le sue porte d’accesso e una struttura che ha mantenuto nel tempo molti dei suoi caratteri originari. Tra gli elementi più riconoscibili ci sono i portici, con i loro archi tutti diversi, le antiche botteghe e le osterie. Per secoli furono il cuore della vita del paese, attraversati da persone e mercanti e animati dal mercato che si svolgeva lungo la strada principale. Alle spalle delle case porticate si trovano gli strettini, i nostri stretìin: piccoli vicoli dove si affacciavano i retri delle botteghe e dei laboratori. Erano spazi legati al lavoro quotidiano degli artigiani, separati dalle facciate principali ma parte integrante della vita del borgo. A poca distanza dalle abitazioni si trova la chiesa dei Santi Faustino e Giovita. La chiesa attuale è settecentesca e conserva la bellissima Santa Lucia del Genovesino, opera del Seicento. Oggi – rimarcano -è chiusa per le sue criticità strutturali e attraversa un momento particolarmente delicato. Ci auguriamo che questa situazione possa essere solo temporanea, perché la chiesa fa parte della storia di Castelponzone e della memoria di tante generazioni. La Messa di Mezzanotte, le processioni, le feste e le tradizioni hanno lasciato ricordi che ancora oggi appartengono alla comunità. Ed è anche questo che rende Castelponzone diverso. Non soltanto le sue case, i portici, gli strettini o i comignoli. È quello che ancora riescono a farci sentire. È la memoria che vive nelle sue vie. È il cuore del borgo, che batte ancora”. Che gatte ancora e che tiene viva una grande storia. Da diversi anni inserito nel circuiti dei Borghi più belli d’Italia, concesso in feudo nel 1416 (esattamente 610 anni fa) alla famiglia Ponzone per sottrarre il castello alle mire espansionistiche dei Gonzaga. Castelponzone si lega fin dalle più antiche attestazioni documentarie alla famiglia Ponzone: agli inizi del Trecento, infatti, Ponzino Ponzone acquista dai nobili di Gazzo il villaggio di Castelletto e ottiene nel 1338 da Azzone Visconti, signore di Milano, la licenza di fortificarlo ricostruendo una precedente fortezza detta “castello dei Bianchi” o “de’ Brachi”. Nel corso dei secoli sarà proprio la rocca, insieme alla struttura fortificata dell’abitato – delimitato da un fossato sul quale si aprivano due sole porte d’accesso, a sud e a est – a caratterizzare l’aspetto urbanistico del borgo. Con Ponzino, protetto dall’imperatore Ludovico di Baviera e divenuto per un breve periodo signore di Cremona, prende avvio il potere signorile dei Ponzone sul borgo – che diviene noto come Castelletto dei Ponzone – secondo uno schema consueto: la famiglia, che ha rilevanza in città, dove i suoi membri fanno parte dei consigli e detengono cariche pubbliche, nella località del contado ha proprietà fondiarie ed esercita forme di potere sia sul borgo che sui centri vicini. Il suo dominio si amplia via via nel corso del Quattrocento con i privilegi concessi dai duchi di Milano, prima dai Visconti e poi dagli Sforza, che le consentono di esercitare la giustizia civile e penale, di riscuotere tasse e dazi, fino a culminare nell’infeudazione con mero e misto imperio del 1482, concessa da Gian Galeazzo Maria Sforza ai fratelli Federico, Giorgio e Pagano Ponzone. Già nel 1416 il padre di questi, Gian Galeazzo, aveva ricevuto il titolo di governatore di Castelletto per perderlo però poco più tardi, quando, all’interno delle complesse vicende politiche di epoca viscontea, fu accusato di tradimento ed esiliato, mentre il borgo veniva infeudato al condottiero delle armate milanesi Niccolò Piccinino per tornare al Ponzone nel 1427, grazie all’investitura della Repubblica di Venezia. Il feudo concesso a Gian Galeazzo, nell’estensione destinata a restare immutata in seguito, comprendeva San Lorenzo Aroldo e Cornale, San Faustino, Caruberto, Ca’ de’ Soresini, San Martino del Lago, Scandolara Ravara e Casaletto di Sotto (oggi nel comune di Cingia de’ Botti); nel 1482 si aggiunse Ca’ de’ Talamazzi (presso Ca’ de’ Soresini). Secondo alcune fonti è Gian Galeazzo il primo della dinastia ad ottenere il titolo di conte.Il suo nome si intreccia anche a un avvenimento di particolare risonanza per la Cremona rinascimentale, le nozze di Francesco Sforza con Bianca Maria Visconti: il futuro duca di Milano fu ospite nel Castelletto per dieci giorni, accompagnato da un vasto seguito, prima di avviarsi verso la chiesa di San Sigismondo poco fuori la città, dove il matrimonio venne celebrato il 25 ottobre 1441. Dopo gli assalti militari avvenuti nel XV secolo – si ricordano in particolare quello del 1405 da parte di Carlo Cavalcabò dei marchesi di Viadana, storici avversari dei Ponzone, e quello ordinato dallo stesso Francesco Sforza nel 1448 – il colpo più duro al Castelletto fu inflitto dall’esercito francese due secoli più tardi, nel 1648, nel corso della Guerra dei Trent’anni, durante la dominazione spagnola. Con gli alleati di Modena e Savoia, i francesi, giunti alle porte di Cremona nell’autunno dell’anno prima, si erano ritirati a sud per l’inverno in attesa di attaccare la città con la bella stagione; dopo aver espugnato il borgo, difeso dagli spagnoli, ed esservisi insediati per qualche tempo, l’abbandonarono all’inizio di gennaio minando e dando fuoco alla rocca e ad altri edifici. Il feudatario in quel momento, Nicolò Ponzone, figura di spicco della nobiltà cittadina insieme al fratello Pietro Martire, era uno dei comandanti delle truppe del contado e fu in prima fila nel 1648 nella difesa di Cremona, il cui assedio ebbe esito opposto a quello del Castelletto. Pochi anni più tardi, nel 1652, ampliò o suoi possedimenti acquistando il feudo di Gombito.La famiglia Ponzone si estinse di fatto con la morte dell’ultimo discendente maschio, il conte Pietro Martire, nel 1696. Il feudo di Castelletto tornò così al governo spagnolo e fu posto in vendita: ad acquistarlo fu l’anno dopo la nipote Beatrice, sposa di Gian Francesco Ala, con i quali ha inizio la casata Ala Ponzone. L’influenza degli antichi feudatari si mantenne anche dopo la soppressione dei feudi (1796) fino alla morte del marchese Giuseppe Sigismondo Ala Ponzone nel 1842; nei decenni successivi le proprietà fondiarie della famiglia furono frazionate fra diversi acquirenti. La seconda sorella di Giuseppe Sigismondo, sposata con il marchese Carcano di Milano, entrò in possesso della rocca ed il figlio, in quanto unico erede legittimo, la vendette nel 1854: l’acquirente, il castellino Carlo Bertarini, la fece demolire per recuperarne materiali da costruzione, facendo anche interrare il fossato che la circondava a est e sud nel 1866. Il comune di Castelponzone fu istituito nel 1864 e abolito nel 1934, quando il paese divenne frazione di Scandolara Ravara. La secolare condizione di punto centrale del feudo ha determinato il permanere di una serie di attività artigianali e di commercio concentrate lungo la via principale, dove prevale la tipologia abitativa della casa con bottega aperta sotto i portici, con cortile interno e affaccio sui retrostanti vicoli, i caratteristici strettini. L’industriosità degli abitanti ha reso il borgo uno dei centri più frequentati del casalasco nell’Ottocento e ancora nei primi decenni del Novecento: oltre al macello, al prestino, all’osteria e all’impresa dell’acquavite, in precedenza dati in affitto dai feudatari, esistevano botteghe e negozi di generi alimentari e di abbigliamento, ma anche la farmacia, il barbiere, il cartolaio, l’orefice, il sarto. Oltre ai numerosi artigiani che lavoravano il ferro, il cuoio e il legno, a metà Ottocento si registrano in paese due tintorie e alcune filande per la lavorazione della seta, tipica di tutta l’area cremonese: i bachi venivano allevati nelle case e nelle cascine su graticci (cavalèer), nutriti con le foglie del gelso, i cui lunghi filari ai bordi dei campi davano un’impronta inconfondibile al paesaggio circostante. Considerato fra i più importanti della provincia di Cremona era il mercato settimanale del giovedì, istituito nel Quattrocento, affollato di compratori e di bancarelle, in cui si trattava anche la vendita di bestiame, maiali, cavalli, polli, cereali; di pari rilevanza era la fiera di san Luca, che si svolgeva la terza domenica di ottobre.
“A Castelponzone – ricorda Mario Veronesi, grande esperto di fiume e di navigazone fluviale in un articolo del 2019 pubblicato sul Giornale del Po - si fabbricavano corde per le varie Marine militari europee, tra cui quella degli zar. Gli anziani del borgo ricordano di una commessa da parte della Marina imperiale russa per delle corde tra cui una da 4 quintali lunga 120 metri, e che per costruirle si misero inseme 12 cordai. Nel 1700 la Marina inglese auspicava l’acquisto di canapa dall’Italia, allora seconda produttrice in Europa dopo la Russia, ma prima per la qualità della fibra. Castelponzone è stato un centro rinomatissimo per la produzione di funi, in paese sono state realizzate corde che sono poi partite alla volta di Russia, Francia, Spagna, e Germania. Sono ricordi tramandati oralmente da padre in figlio, da cordaio a cordaio. Nei campi veniva seminata e raccolta la canapa che poi serviva a realizzare le corde attraverso un procedimento complesso che coinvolgeva adulti e bambini. Una corda tesa tra la terra e il fiume – sfrive con maestria Veronesi - potremmo definire così Castelponzone, infatti un nodo di corda è il suo simbolo. Oggi frazione del comune di Scandolara Ravara in provincia di Cremona. Quest’antico borgo senza più mura, che sorge sonnacchioso nella placida campagna cremonese cercando di salvare la memoria del passato, quando fiorenti erano i commerci e numerosi i cordai. La filiera agricola-artigianale teneva insieme il lavoro della terra, le funi prodotte dalla canapa, le botteghe ed i commerci. Il cuore di tutto erano sempre la campagna e il Po, che un tempo scorreva a soli pochi chilometri dall’abitato. Un antichissimo borgo fortificato che lega già agli inizi del trecento, il suo nome alla famiglia Ponzone, quando Ponzino Ponzone lo acquista e lo fortifica ricostruendo una rocca preesistente. Il borgo assume però importanza quando il duca di Milano Filippo Maria Visconti (1392-1447) lo concede in feudo nel 1416 a Galeazzo Ponzone. Una tradizione che affonda le sue radici all’epoca dei Ponzone quando i Conti, che dominavano il feudo dal 1416, fecero arrivare direttamente dalla Toscana i cordai per insegnare il mestiere agli abitanti del luogo. Un’arte che per secoli ha rappresentato la principale attività produttiva del luogo. Il periodo tra le due guerre mondiali – prosegue Veronesi sul Giornale del po - è documentabile, attraverso le testimonianze orali, di un’industria della corda decentrata a domicilio. Si comperava la canapa a balle a Bologna, Ferrara, Rovigo e la si dava al cordaio, che la lavorava (pettinatura, filatura, lucidatura) e riportava al padrone la corda, pagata a cottimo secondo il peso. La canapa veniva data in ragione del numero dei componenti la famiglia: 50, 70, 100 Kg. Le famiglie numerose facevano la corda grossa, per la Marina, la cui lavorazione richiedeva maggiore forza fisica. Per far la corda, prima della relativa meccanizzazione rappresentata dall’impiego dell’energia elettrica, occorrevano almeno tre persone: il cordaio per filare, una persona per girare la ruota e un’altra per tenere il gancio. La produzione, che pur con fasi alterne, si mantenne alta per tutto l’Ottocento, cominciò a declinare nel corso del Novecento per effetto della diminuzione della richiesta di prodotto (introduzione e ampliamento della navigazione a vapore, concorrenza esercitata da altre fibre naturali meno costose, come il cotone, la iuta, l’abacà o canapa di Manila), fino a scomparire a causa di molteplici fattori concorrenti: affermazione delle fibre sintetiche (rayon, nylon), basso grado di meccanizzazione della coltura con alto impiego di manodopera, concorrenza di colture più remunerative come la barbabietola da zucchero o i frutteti specializzati e altre colture ortive. L’introduzione della macchina a vapore, sperimentata con successo nella trebbiatura e applicata alle macchine decanapulatrici, che svolgevano entrambe le operazioni di scavezzatura e gramolatura, diede impulso alla ricerca di soluzioni soddisfacenti per la meccanizzazione di queste fasi lavorative, nel tentativo di ridurre costi e tempi di lavorazione. Quello della canapa era un settore florido fino agli anni ’50 del secolo scorso, questo grazie alla grande versatilità del prodotto utilizzato per realizzare carta, tessuti, oli e cosmetici poi caduto nell’oblio a causa della concorrenza di materiali alternativi e della messa al bando della piantina madre della marijuana. La canapa coltivata e lavorata in Italia era suddivisa in parti uguali: 50% per uso navale e 50% per uso agricolo. Paesi come la Cina che vanta ben novantamila ettari di terreno dedicati a questa pianta, quasi gli stessi vantanti dall’Italia solo cent’anni fa, che ora primeggiano per quantità di coltivazione. La Francia non ha mai smesso di coltivare canapa. L’Italia – ricorda - ha riabilitato solo nel 1998, la coltivazione delle piante a basso tenore di “Thc” (la sostanza responsabile degli effetti stupefacenti). Oggi la produzione è ancora molto arretrata. Mancano i macchinari e soprattutto mancano i centri di prima trasformazione. Ma da qualche anno un gruppo di agricoltori-sperimentatori ha ripreso la produzione. Oggi, timidamente, si è arrivati a 400 ettari coltivati a canapa in tutta Italia e solo nel 2015 la vendita del raccolto ha fatturato seicentomila euro. Sono numeri in crescita, incoraggianti ma pur sempre bassi rispetto a quelli dei concorrenti stranieri. La piccola comunità di questa frazione di Scandolara Ravara non ha ceduto ad avventate espansioni urbanistiche e nuove edificazioni, ma si è concentrata sulla protezione dell’esistente. Oggi – conclude - si viene qui per fare l’elogio della ruralità, della vita di campagna; per gli orizzonti aperti, cascine, profumo di fiori e scorrere di acque, e tutto parla del fiume Po”.
Eremita del Po
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