Due modi diversi di sospendere il tempo. L’enigma dell’infanzia raccontato dalle sorelle Labèque tra Glass e Ravel al Museo del Violino
C’è stata una coincidenza quasi simbolica ad attraversare idealmente il programma del concerto di questa sera: Philip Glass è nato nel 1937, lo stesso anno in cui moriva Maurice Ravel. Un passaggio di testimone silenzioso, che sembra riflettersi anche nel percorso musicale proposto da Katia e Marielle Labèque all’Auditorium Arvedi: un attraversamento dell’immaginario che non ha mai smesso di interrogare il reale.
Le due partiture di Glass — La Belle et la Bête e Les Enfants Terribles — sono nate entrambe dall’universo di Jean Cocteau, per il quale il fantastico non è mai evasione quanto piuttosto rivelazione. Nei suoi mondi, gli specchi si attraversano, i miti si incarnano nel quotidiano, e l’infanzia si carica di ambiguità. Glass ne ha raccolto l’eredità traducendola in un linguaggio fatto di cicli e microvariazioni: una musica che non procede ma disegna gorghi, insiste, si rifrange.
In apertura, La Belle et la Bête ha raccontato una fiaba sospesa, scevra però di qualsiasi ingenuità. Il tessuto sonoro dei due pianoforti ha creato una dimensione ipnotica, in cui la trasformazione — cuore del racconto — è stata ‘raccontata’ come lento slittamento interno dei motivi tematici. Le sorelle Labèque si sono immerse nella scrittura riverberante di Glass in una simbiosi totale, dando vita a un suono sontuoso costruito su pochi elementi reiterati, ma continuamente cangiante nell’interpretazione. Un tessuto sonoro visivo, evocativo, che ha restituito anche la natura ibrida dell’opera, sospesa tra dimensione coreografica e drammaturgica.
Al centro del programma, Ma Mère l’Oye di Ravel ha offerto solo in apparenza un momento di tregua. Il tempo ciclico di Glass si è mutato nel tempo sospeso ed estatico di Ravel. Le sorelle Labèque ne hanno restituito tutta la raffinatezza timbrica e la rarefazione: controllo telepatico delle agogiche, dinamiche cesellate, una cura del suono che ha trasformato la semplicità in qualcosa di enigmatico ma, al tempo stesso, trasparente nella narrazione come possono esserlo solo le fiabe. Più che un ritorno all’infanzia, è emersa l’idea di un’infanzia già lontana, osservata attraverso una distanza quasi irreale.
Dal punto di vista sonoro, l’esecuzione è stata straordinaria. La trasmutazione alchemica è riuscita: mutare ciò che è uno per definizione, il pianoforte, nel suo doppio. I due Fazioli dell’Auditorium Arvedi hanno riempito lo spazio come un unico organismo: il suono delle due pianiste si è fuso in una materia compatta e mai opaca, capace di mantenere trasparenza anche nei passaggi più densi. L’equilibrio quasi ipnotico tra precisione e respiro, tra controllo e abbandono, ha reso evidente una qualità rara: quella di un ascolto reciproco assoluto.
Nella seconda parte, Les Enfants Terribles ha portato questo discorso verso una dimensione più chiusa e ossessiva. Qui il linguaggio ripetitivo di Glass ha trovato una realizzazione particolarmente incisiva: i due pianoforti non si sono limitati a dialogare, ma si sono riflessi, duplicati, come i protagonisti della vicenda, intrappolati in una circolarità senza uscita. L’infanzia, ormai, non è più spazio di possibilità, ma labirinto.
In questo senso, la dimensione della sorellanza è emersa come chiave ulteriore del concerto. Non solo per l’intesa perfetta delle Labèque, ma perché il loro suonare ha incarnato fisicamente l’idea di doppio che attraversa tutto il programma: specchio, simmetria, risonanza. Più che due individualità, si è percepita una sola voce, capace però di moltiplicarsi per illuminare percorsi artistici originali.
Non è forse casuale, allora, che al centro di questo percorso ci sia proprio Glass, un compositore tra i protagonisti della contemporaneità che continua a collocare il proprio lavoro dentro il presente. Lo scorso 27 gennaio Glass ha annunciato il ritiro della prima mondiale di una sua opera dal Kennedy Center, dichiarando il proprio dissenso di fronte a quello che ha definito un tradimento dei valori americani: un gesto che ricorda come, anche in un linguaggio apparentemente astratto e ipnotico, la dimensione etica e civile non possa mai essere disgiunta dall’essere artista.
Il concerto ha così assunto, senza mai esplicitarlo, anche un altro significato: quello di un’arte che non si sottrae al mondo, ma lo attraversa in forme indirette, simboliche, talvolta enigmatiche, come i pattern ritmici che permangono uguali ma sempre diversi e corrono verso l’impermanenza dell’essere.
A suggellare il percorso, due bis hanno offerto una sorta di epilogo in controluce, rivelando due ulteriori modi di sospendere il tempo. Il primo, Troubled Water, della compositrice afroamericana Margaret Bonds, ha aperto uno spazio sonoro diverso, radicato nella tradizione degli spirituals e attraversato da una tensione etica profonda: una sospensione che nasce dalla memoria e dalla lotta, dal canto collettivo che resiste. Il secondo bis, il quarto movimento da Four Movements for Two Pianos di Glass, ha riportato invece all’ipnosi del ciclo e della variazione, a quel tempo circolare che non evolve ma si trasforma dall’interno.
Due sospensioni opposte e complementari: una che trattiene, l’altra che avvolge.
Del resto, come suggeriva Cocteau, un’opera non va compresa troppo in fretta. E anche questa magnifica serata ha lasciato qualcosa di non del tutto risolto: una zona di mistero che non chiede di essere chiarita, ma solo ascoltata. L’idea dell’infanzia come fase della vita solo apparentemente spensierata, attraversata da conflitti e ombre che possono essere allontanati solo passandovi attraverso. Ed è forse proprio lì, tra quelle pieghe più oscure, che la musica ha continuato a vivere, anche dopo l’ultima incantevole nota.
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