E il bodrio della Motta si ricolora di rosso intenso per azione di microalghe. La colonia di tartarughe "aliene"
Così come era accaduto nei mesi scorsi, è tornata a colorarsi di un rosso intenso l’acqua del leggendario (in tutti i sensi) Bodrio della Motta, a Motta Baluffi. In questi primi giorni d’autunno, esattamente come era successo a inizio anno, nel caratteristico ed antico specchio d’acqua che sorge a due passi dal paese del Casalasco non appena si supera l’argine maestro e ci si immerge nella golena, ecco che la superficie ha assunto questa particolare colorazione che, ai più, ha fatto sorgere curiosità, domande ed interrogativi. Qualcosa di soprannaturale? Un presagio? Un misterioso segno che vuole annunciare qualcosa di particolare? Oppure l’opera di incivili che hanno scaricato rifiuti o sostanze inquinanti? O la bravata di qualcuno che voleva fare una furbata? Niente di tutto questo, né l’azione dell’uomo né un presagio, e nemmeno un evento prodigioso o altro.
Ancora una volta la spiegazione la dà direttamente Madre Natura. Infatti, come spiegato anche da diversi esperti e naturalisti che sono stati interpellati, si tratta dell’azione di microalghe che, con i loro pigmenti, colorano l’acqua in questo modo. In ogni caso, ancora una volta, un richiamo in più per scoprire le singolarità, le meraviglie, i segreti ed il fascino della terre del Grande fiume, dei suoi angoli e delle sue golene. Oltretutto, in questo caso, in un bodrio che è già, di suo, leggendario. Localmente si dice infatti che un tempo una carrozza trainata dai cavalli, proveniente dal porto sul Po, transitasse nei pressi del Bodrio e, per un motivo sconosciuto, l’intera carrozza, i cavalli e gli occupanti finirono nell’acqua che li inghiottì e di loro, nonostante le ricerche, non rimase alcuna traccia. Corrisponde invece al vero un fatto insolito accaduto nell’immediato dopoguerra durante una fredda giornata d’inverno quando alcuni bambini, come al solito, usarono il bodrio come pista di pattinaggio sul ghiaccio. Uno di loro si avvicinò al troppo al centro, dove il ghiaccio era più sottile, e vi finì dentro. Fu subito ripescato e, per riscaldarlo, fu portato nel panificio del paese ed infilato nel forno utilizzato per cuocere il pane che, a quella ora, era ancora tiepido. Attingendo direttamente alle fonti storiche, non si conosce l’anno esatto di formazione del bodrio della Motta, meglio conosciuto localmente come “al Boodri dla Mòta”, ma le mappe catastali permettono di stimare la sua origine tra il 1723 ed il 1869.
Il meccanismo che origina i bodri è dato dall’erosione fluviale, di tipo meccanico, dovuta al moto turbolento dell’acqua e alla formazione dei vortici e può riguardare sia il fondo dell’alveo che le sponde. Si ritiene che la maggioranza dei bodri abbia avuto origine da una rotta fluviale che si verifica quando l’acqua supera l’argine in un punto di minor resistenza. La loro distribuzione individua l’area di influenza storica del Po ed è testimonianza chiara dei grandi mutamenti del suo corso. Molti dei bodri che si incontrano lungo le golene dell’una e dell’altra sponda si sono formati in seguito a grandi piene del Po nel corso delle quali l’acqua ha sfondato o scavalcato gli argini e, col suo moto vorticoso, ha trapanato il piano di campagna originando queste fosse. Quando le acque poi si ritirano lasciano queste pozze di acqua stagnante (alimentate poi da falda), isolate dal fiume, che col tempo diventano sede di comunità biologiche. Sono luoghi del tutto preziosi e, per questa ragione, meritano di essere conosciuti e conservati nel tempo.
Il bodrio ospita infine una vera e propria “colonia” di tartarughe “aliene”, quelle che da diversi anni hanno ormai invaso le terre del Po, dell’una e dell’altra riva del fiume, ed i corsi d’acqua minori. Queste tartarughe hanno raggiunto, su entrambe le rive, numeri decisamente importanti “colonizzando” canali e corsi d’acqua più o meno importanti. Si tratta della tartaruga palustre americana (Trachemys scripta), dalle orecchie gialle o rosse, una specie particolarmente vorace che già da tempo si è inserita nel nostro ecosistema mettendo per altro a rischio la vita di specie invece tipiche del territorio, come piccoli anfibi, rettili e la fauna minore, che subisce pesantemente la presenza di questa specie che, soprattutto negli ultimi dieci anni, è numericamente esplosa. In particolare la tartaruga palustre americana, che è carnivora, influisce negativamente sulle comunità acquatiche degli ambienti colonizzati attraverso la predazione di una grande varietà di specie animali, tra cui insetti acquatici, crostacei, pesci e anfibi, e nutrendosi anche di vegetazione acquatica. Questi animali, rilasciati illegalmente negli anni da ex proprietari, minacciano gravemente la biodiversità locale e la sopravvivenza della nostra tartaruga autoctona (Emys orbicularis), che è ormai considerata, sempre più, a rischio estinzione. Le tartarughe alloctone (ed ormai l’elenco delle specie alloctone lungo il Po si fa sempre più corposo) sono classificate tra le cento specie più invasive al mondo. Nel Grande Fiume e nelle zone golenali (comprese quelle della Bassa Parmense e del Cremonese) causano diversi danni; sottraggono cibo, spazio vitale e i siti migliori dove esporsi al sole (basking) alle specie autoctone e possono predare uova e piccoli di fauna acquatica e trasmettere patogeni letali per gli anfibi e le altre tartarughe.
Ogni regione dovrebbe istituire dei centri di raccolta ma ad oggi sono ancora poche quelle che hanno individuato uno o più strutture idonee. Regione Lombardia già da alcuni anni ha emanato un Piano di controllo e gestione delle specie esotiche di testuggini palustri in collaborazione col Wwf. Ma, ancora una volta, è da considerarsi doverosa la collaborazione di tutti, con l’invito a non abbandonare in natura, in nessun corso d’acqua, né queste tartarughe né tantomeno nessuna altra specie alloctona. E’ infine doveroso ricordare che a seguito del Decreto Legislativo 230/2017, dal 14 febbraio 2018 è stata ufficialmente vietata in Italia la riproduzione, la cessione, il trasporto e la detenzione di tartarughe palustri appartenenti alla specie Trachemys scripta (ssp. elegans, scripta e troostii). Tali divieti sono vigenti in tutta l’Unione Europea in quanto la specie americana è stata dichiarata “specie invasiva” e dunque, almeno nel nostro Paese, il suo possesso è stato dichiarato legale soltanto per coloro i quali ne hanno denunciato il possesso entro il 31 agosto 2019. Purtroppo però sono ancora tanti i proprietari di Trachemys scripta che ancora oggi non sono a conoscenza del divieto e, anche a causa di questo, si registra purtroppo un continuo abbandono di questi animali, che vengono lasciati senza troppi scrupoli in fontane e laghetti comunali, corsi d’acqua e, nei peggiori casi, in mare e purtroppo anche nel Po. I bodri del Casalasco e del Cremonese ne sono tutti letteralmente invasi.
Eremita del Po
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commenti
Gianni
27 ottobre 2026 20:34
Mi inserisco solo per un appello.
Continuo a insistere sulla presenza di animali alloctoni nelle nostre terre e acque. Faccio esempi.
Le nutrie del sud America insegnino per tutti. Poi siluri.
Poi granchi.
Poi cinghiali di provenienza dubbia.
Non affrontiamo neanche lontanamente gli orsi , per fortuna non ancora in pianura, sfuggiti dal progetto ursus, dal fantastico Trentino alto adige.
Cerchiamo di controllare anche i cani, che vengono da ogni dove.
Più sei vip e più l hai strano. Cinese , cani lupo Slovacchi ecc.
Poi carpe koi , giapponesi, gatti egiziani e chi più ne ha ne metta.
Persone che improvvisamente allevano daini e si ritrovano in ambiente branchi di ungulati.
Per favore, a chiunque, compriamo animali che poi siamo in grado di gestire, senza abbandonarli nell ambiente.