Il chierichetto in quella "novena dei morti" delle 6 di mattina tenuta da mons. Boccazzi in Cattedrale. I canti con don Dante Caifa e la voce tenorile del sagrestano Giovanni Bonini
Erano gli anni Settanta. Quelli dove la Chiesa Cattolica era in mezzo al guado tra tradizione e modernità. Quelli dove le pratiche spirituali erano ancora ‘vangelo’. Quelli in cui a fine ottobre iniziava la ‘novena’ dei morti. Nove giorni, ogni mattina; prestissimo in chiesa a pregare per coloro che ci avevano lasciato e che abbisognavano di preci per lasciare le ‘fiamme’ e la tristezza del Purgatorio. Tra tutte campeggiava, in città, la ‘novena’ tenuta in Duomo da Mons. Carlo Boccazzi, parroco per quarant’anni della Cattedrale; come lui stesso amava dire con prolissa continuità. Inizio: ore sei del mattino. Per tutti noi bambini reclutati come chierichetti nelle anguste pareti dell’oratorio Silvio Pellico, sveglia alle 5.30.
Per destarci non c’erano IPhone con delicate musichette, ma i rigidi trilli meccanici. Cartella di scuola preparata, la sera prima, per godere di qualche istante, in più, di sonno. Un goccio di the o di latte. Poi giù di corsa. Nei vicoli del centro storico, all’epoca affogati da una nebbia, spesso impenetrabile. O fradici di piogge autunnali. Umidità che, in entrambi i casi, invadeva le ossa. In chiesa ci si gettava così sopra i soffioni che buttavano aria che, proprio calda, non era. Meglio così che nulla: motto della nostra generazione. Più che il freddo a fare impressione era quell’alternanza di buio e di luce della che creava un clima catacombale. Da ultimo giorno. Da Parusia finale. Quei volti dei morti ritratti sui monumenti funebri sembravano prendere forma. Movimento. Come volessero dire qualcosa da quell’aldilà dove erano precipitati, seppur, in vita, vescovi. Un certo brivido lo mettevano. Non bisognava però distrarsi perché Boccazzi era sempre pronto a interrogare coram populo su qualche citazione profetica. Non meno effetto facevano quei canti latini in pseudo gregoriano dell’ufficio dei morti. Li conduceva don Dante Caifa, musico della cattedrale. Le flebili voci di quella platea composta da donne, per lo più molto anziane, li rendeva inquietanti. Erano anime pie che sembravano già cantare da un’altra dimensione: non era più quella umana. Le guardavo e mi tornava alla mente quel chorus angelorum di un antichissimo antifonario funebre, che così tanto mi suggestionava. Lo sguardo saliva sugli affreschi della Passione di Cristo. Sull’imponente Crocefissione del Pordenone. Incrociava il volto notturno di mons. Franco Tantardini gran cerimoniere vescovile che, in quelle albe di preghiera, dismetteva i colori purpurei delle celebrazioni ‘pontificali’. Restava, dimesso, in un angolo del presbiterio con il semplice abito corale. Meditava crucciato su ‘sorella nostra morte corporale’. Accanto a lui quel don Mario Cavalleri, apostolo della carità ante – litteram. Prete di strada fin da allora. Chiesa antica e moderna: a pochi passi di distanza l’una dall’altra nella preghiera del suffragio. Il violaceo dei paramenti e le ondate di incenso sembravano richiamare, in ogni istante, le anime passate. Da lassù. Dal presbiterio dell’altare maggiore osservavo i fedeli, giovani e meno, chinare il capo davante ai Novissimi che Boccazzi scandiva con forza: Paradiso, Purgatorio e Inferno. Già perché la Chiesa allora ne parlava, anche in abbondanza. Lo diceva chiaro: chi fa male in questa vita va all’Inferno. Per chi ha sbagliato serve pregare e tanto, perché il Paradiso non è un parco giochi. Extra Ecclesiam nulla salus (Fuori dalla Chiesa non ci si salva). Concetti svaniti, ormai. Quando la Messa volgeva al termine, il chiarore pallido del giorno autunnale si aggrappava ai finestroni dell’abside. Qualche istante e la voce tenorile del sacrestano Giovanni Bonini avrebbe intonato le note de La Pace dei santi, unico canto in italiano. La piccola processione di chierichetti e sacerdoti lasciava l’altare. Ite missa est. Dal Torrazzo le campane annunciavano alla piazza l’Ave Maria. Erano le sette. Un cappuccino e una brioche m’attendevano al Bar dei Portici. Piccolo premio, così non era per il resto dell’anno. La scuola elementare aspettava. Il ricordo dei morti sarebbe ritornato l’alba successiva.
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