29 giugno 2026

Il sindaco in Consiglio sul tema del manifesto rimosso: "Libertà di espressione non significa diritto di collocare qualunque messaggio, in qualunque forma, in qualunque luogo".

Con un lungo e articolato discorso il sindaco Andrea Virgilio è intervenuto in risposta alla interrogazione del consigliere Carotti sulla rimozione del manifesto di SOS Vita davanti all'ospedale. E' la prima volta che il sindaco spiega e motiva le ragioni del "no" al suo intervento , raccontando i fatti accaduti e la sua scelta.

Ecco, integralmente il suo intervento in Consiglio comunale.

Questa è una vicenda che tocca sensibilità profonde, diritti, convinzioni personali, responsabilità pubbliche. Una vicenda che non può essere liquidata con uno slogan, né trasformata in una bandiera da agitare da una parte o dall’altra.

Proprio per questo vorrei riportarla sui fatti. E i fatti sono i seguenti:

Un manifesto riconducibile alla campagna “Sos Vita”, collocato nei pressi delle pensiline del trasporto pubblico locale dell’Ospedale Maggiore di Cremona, riportava un messaggio legato al tema dell’interruzione volontaria di gravidanza.

Quel manifesto non era soltanto informativo. Non si limitava a dire: “Se vivi una gravidanza difficile, puoi trovare ascolto e sostegno”. Conteneva anche una frase molto più diretta: “Fallo vivere, non abortire”.

Ora, quella frase può essere considerata da alcuni una legittima espressione di una convinzione etica. Ma quando viene collocata davanti a un ospedale assume un altro peso. Un altro impatto.

Non è più soltanto l’indicazione di un numero telefonico o l’offerta di un servizio. Diventa un messaggio che entra nella sfera morale, psicologica e sanitaria di una scelta intima, legale, complessa, spesso dolorosa.

Per questo ho ritenuto necessario intervenire.

E voglio chiarire un punto,: non ho emesso alcuna ordinanza, potevo e potrò farlo rispetto al consolidarsi di situazioni come queste, è una prerogativa del Sindaco. Ma fino ad ora non ho adottato un provvedimento coercitivo. Non ho firmato una revoca amministrativa. Né tantomeno ho esercitato un potere gestionale al posto degli uffici.

Ho inviato una comunicazione formale, via PEC, al soggetto gestore o concessionario dello spazio pubblicitario, chiedendo la rimozione del manifesto sulla base di una valutazione istituzionale precisa: la tutela della dignità delle donne.

Questo è il cuore della questione.

È stata una richiesta motivata da una responsabilità istituzionale: evitare che, davanti a un luogo di cura, una donna potesse sentirsi giudicata, colpevolizzata o moralmente pressata da un messaggio pubblico su una scelta che riguarda il suo corpo, la sua salute, la sua coscienza, la sua vita.

E qui vorrei rispondere subito a una delle obiezioni che sono state poste nel dibattito pubblico: l’idea che questa scelta rappresenti un cedimento ideologico o un modo per mettere a tacere una voce diversa.

No. Non è così.

La vera domanda non è se un’associazione possa esprimere una posizione sull’aborto. Certo che può. La vera domanda è un’altra: ogni messaggio, per il solo fatto di richiamare un valore o offrire un aiuto, è automaticamente adatto a qualsiasi luogo? Anche davanti a un ospedale? Anche davanti a un servizio sanitario? Anche davanti a donne che possono trovarsi in condizioni di particolare vulnerabilità?

Questa è la domanda che dobbiamo porci.

Una cosa è il dibattito pubblico sull’aborto.

Un’altra cosa è un manifesto davanti a un ospedale.

Una cosa è un incontro culturale, un convegno, un documento, una presa di posizione pubblica.

Un’altra cosa è un messaggio affisso in un luogo attraversato da donne che possono trovarsi in condizioni di fragilità, paura, dolore, diagnosi difficile, gravidanza complessa, aborto spontaneo, interruzione volontaria di gravidanza.

Il luogo conta.

Il linguaggio conta.

Il contesto conta.

E davanti a un ospedale il dovere di cautela è più alto.

L’ospedale è un luogo nel quale le persone non sempre entrano con serenità, non sempre con una condizione emotiva ordinaria. Chi amministra una città deve avere attenzione anche a questo. Deve chiedersi non solo se un messaggio sia formalmente lecito, ma quale effetto produca su chi lo incontra in un momento di vulnerabilità.

Da questo punto di vista, la mia scelta è stata una scelta di tutela.

Tutela della dignità delle donne.

Tutela della loro libertà morale.

Tutela della riservatezza di un percorso sanitario.

Tutela della possibilità di accedere a un luogo di cura senza essere raggiunte da un messaggio che può essere percepito come giudicante.

È stato chiesto quale bene giuridico io abbia inteso tutelare.

La risposta è … la dignità della donna, la sua libertà morale, la sua salute psicologica, la sua autodeterminazione, il diritto ad accedere a un luogo di cura senza subire pressioni simboliche su una scelta prevista dalla legge.

Non è un bene giuridico minore.

Non è un disagio soggettivo da liquidare.

È il cuore del rapporto tra istituzioni, spazio pubblico e persone vulnerabili.

Vorrei ora entrare nei profili normativi, perché anche su questo serve precisione.

E' stato richiamato l’articolo 107 del Testo unico degli enti locali, che distingue le funzioni di indirizzo politico dalle funzioni di gestione amministrativa. È un principio fondamentale, che conosco e rispetto.

Ma proprio perché lo rispetto, bisogna dire che in questa vicenda ho esercitato una funzione politica e istituzionale di segnalazione, attraverso una comunicazione formale, indicando una criticità relativa a un messaggio collocato nello spazio pubblico.

La distinzione tra politica e amministrazione non può essere interpretata come se il Sindaco dovesse restare muto davanti a un messaggio che ritiene lesivo della dignità delle persone.

Il Sindaco non gestisce al posto dei dirigenti. Ma il Sindaco rappresenta la comunità. Tutela interessi generali. Segnala criticità. Assume posizioni pubbliche. Esercita un ruolo di indirizzo e di responsabilità istituzionale.

Confondere una PEC di sollecitazione istituzionale con un provvedimento amministrativo autoritativo significa costruire una fattispecie diversa da quella reale.

Lo stesso vale per il richiamo all’articolo 3 della legge 241 del 1990. Quella norma disciplina la motivazione dei provvedimenti amministrativi. In questo caso, per quanto mi riguarda, non siamo davanti a un’ordinanza sindacale o a un provvedimento amministrativo di rimozione firmato dal Sindaco.

Siamo davanti a una comunicazione formale con una motivazione chiara: la delicatezza del tema, la collocazione del manifesto nei pressi dell’ospedale, la necessità di tutelare le donne da un messaggio potenzialmente colpevolizzante.

Detto questo gli atti accessibili saranno messi a disposizione secondo le regole ordinarie dell’accesso documentale. La PEC potrà essere acquisita. Eventuali note o relazioni tecniche, se esistenti, potranno essere valutate e rese disponibili nei limiti previsti dalla normativa. Lo stesso vale per gli eventuali estratti contrattuali pertinenti.

Trasparenza sì.

Ricostruzioni improprie no.

Soprattutto se le ricostruzioni improprie sono contenute nella stessa richiesta di trasparenza delle procedure perché è accaduto anche questo. Perché chiedere chiarimenti sulle procedure è legittimo. È parte del ruolo del Consiglio. Ma chiedere chiarimenti e, nello stesso momento, dare già pubblicamente per accertati abuso, censura o violazione delle competenze produce un cortocircuito da parte degli stessi proponenti di quelle istanze.

È come dire: voglio capire cosa è accaduto, ma intanto ho già deciso come giudicarlo. Da un punto di vista istituzionale un approccio tutt’altro che rigoroso,

Vengo poi all’articolo 21 della Costituzione.

La libertà di manifestazione del pensiero è un pilastro della democrazia. A Cremona nessuno ha impedito al Movimento per la Vita, al Centro di Aiuto alla Vita, alle associazioni cattoliche, laiche o culturali di esprimersi, organizzare incontri, promuovere iniziative, pubblicare documenti, partecipare al dibattito cittadino.

La libertà di espressione resta piena.

Ma libertà di espressione non significa diritto di collocare qualunque messaggio, in qualunque forma, in qualunque luogo.

Questa distinzione è decisiva.

E allora pongo una domanda aperta, non polemica ma sostanziale: se domani, nello stesso spazio davanti all’ospedale, altre associazioni volessero affiggere manifesti di segno opposto sul tema dell’aborto, della contraccezione, della fecondazione, della maternità, della diagnosi prenatale, dell’obiezione di coscienza, cosa faremmo? Trasformeremmo l’area dell’ospedale in una bacheca permanente di conflitti etici?

È questo il pluralismo che intendiamo?

È questo il modo più rispettoso per parlare a chi entra in un luogo di cura?

Oppure il pluralismo richiede anche misura, contesto, responsabilità?

Se una realtà associativa organizza un incontro pubblico, partecipa a un dibattito, scrive un documento, promuove un’iniziativa culturale, siamo nel campo pieno del pluralismo democratico. Ma quando una comunicazione diventa manifesto pubblicitario nello spazio pubblico, visibile a destinatari indifferenziati, e soprattutto quando è collocata nei pressi di un luogo sanitario, allora entrano in gioco anche altri diritti e altri interessi da tutelare.

La dignità delle persone.

La libertà individuale.

La salute psicologica.

La riservatezza.

Il diritto a non subire pressione morale in un luogo di cura.

È stato detto: il manifesto non conteneva odio, non violava l’ordine pubblico.

Ma anche qui dobbiamo evitare una semplificazione.

Davvero pensiamo che l’unico limite possibile a un messaggio pubblico sia l’incitamento all’odio? Davvero pensiamo che una comunicazione possa essere valutata solo quando produce violenza, disordine o pericolo immediato?

La giurisprudenza amministrativa più recente dice qualcosa di diverso. Ha riconosciuto che la libertà di espressione, quando si avvale del mezzo pubblicitario, non è priva di limiti. Non basta che un messaggio non inciti all’odio o alla violenza. Occorre valutare anche la continenza espressiva, la prudenza, l’impatto sulla sensibilità dei destinatari, il rischio di allarme, di turbamento, di colpevolizzazione.

Il Consiglio di Stato, nel caso dei manifesti contrari alla pillola abortiva RU486, ha riconosciuto la legittimità dell’intervento comunale quando il messaggio poteva generare allarme ingiustificato rispetto alla salute e alla vita delle donne. E anche in questo caso tutto parte da un’attivazione del Comune che deve assumersi la responsabilità di prendere una pozione.

In un altro caso, relativo a manifesti su temi educativi e identitari, il Consiglio di Stato ha confermato che un Comune può negare l’affissione quando il messaggio rischia di produrre paura, grave turbamento o colpevolizzazione nei confronti di chi non aderisce a una determinata visione.

Anche il TAR di Reggio Calabria, in una vicenda relativa a manifesti antiabortisti, ha riconosciuto la legittimità della rimozione operata dal soggetto gestore, anche a seguito di una sollecitazione proveniente dall’organo politico.

Questi orientamenti indicano un principio importante: lo spazio pubblico pubblicitario non è uno spazio senza regole. E i Comuni non sono privi di responsabilità quando sono in gioco dignità, diritti e libertà delle persone.

A questo si aggiunge l’articolo 23 del Codice della Strada, che oggi non disciplina soltanto aspetti tecnici legati alla sicurezza o alla collocazione dei cartelli. Contiene anche un principio sostanziale: sono vietate forme di pubblicità con contenuti lesivi del rispetto delle libertà individuali e dei diritti civili e politici, oltre che messaggi sessisti, violenti, discriminatori o fondati su stereotipi offensivi.

Questo significa che il legislatore ha riconosciuto una cosa semplice: la pubblicità nello spazio pubblico produce effetti. Non è neutra. Non è invisibile. Non è ricevuta solo da chi vuole riceverla. Per questo deve rispettare limiti e criteri di responsabilità.

E quando il messaggio riguarda il corpo, la salute, la libertà e la coscienza delle donne, il livello di attenzione deve essere ancora più alto.

Vengo alla legge 194.

È stato detto che quel manifesto sarebbe perfettamente coerente con lo spirito della legge 194, perché la legge non si limita a disciplinare l’interruzione volontaria di gravidanza, ma prevede il sostegno alla donna e la rimozione delle cause che possono portarla ad abortire.

Questo è vero. Ma è solo una parte della verità.

La legge 194 riconosce il valore sociale della maternità. Tutela la vita umana dal suo inizio. Prevede il ruolo dei consultori. Prevede interventi per aiutare la donna a rimuovere le cause che potrebbero portarla all’interruzione della gravidanza. Prevede anche la collaborazione, attraverso regolamenti e convenzioni, con realtà sociali e associative idonee, comprese quelle del volontariato.

Ma la stessa legge 194 afferma che questo percorso deve avvenire nel rispetto della dignità, della libertà e della riservatezza della donna.

E questa parte non può essere rimossa.

Allora pongo un’altra domanda: davvero pensiamo che la 194 autorizzi qualsiasi forma di comunicazione pubblica, in qualsiasi luogo, purché richiami il sostegno alla maternità? Oppure la 194 ci chiede qualcosa di più esigente, cioè costruire percorsi di ascolto, consultori, servizi, accompagnamento, riservatezza, relazione?

Il sostegno alla maternità difficile è pienamente legittimo. Anzi, è doveroso. Una comunità deve fare molto di più per sostenere le madri, le famiglie, le donne sole, le donne in difficoltà economica, chi vive una gravidanza complessa, chi rischia di essere lasciata senza strumenti.

Ma il sostegno non può diventare pressione o giudizio.

L’ascolto non può trasformarsi in colpevolizzazione.

Il manifesto non diceva soltanto: “Ti possiamo aiutare”. Diceva: “Fallo vivere, non abortire”

Quella frase, in astratto, qualcuno può considerarla una legittima espressione di una visione etica. Ma davanti a un ospedale diventa un messaggio rivolto anche a chi sta attraversando un percorso sanitario. Diventa una frase che può colpire una donna in un momento di estrema vulnerabilità. Diventa un imperativo morale in un luogo di cura.

È su questo che sono intervenuto.

Non contro l’aiuto, contro il volontariato, contro la maternità.

Ma contro un messaggio che, per contenuto e collocazione, rischiava di ferire.

C’è poi un altro richiamo che merita una riflessione: quello agli articoli 2 e 29 della Costituzione, ai diritti inviolabili della persona e alla famiglia.

Sono riferimenti importanti. Ma anche qui chiedo: perché quando parliamo di questa vicenda dovremmo fermarci lì? Perché non richiamare anche l’articolo 3, la pari dignità sociale? Perché non richiamare l’articolo 32, la tutela della salute? Perché non richiamare la libertà personale, la riservatezza, la dignità di chi accede a un percorso sanitario?

La Costituzione non è un repertorio da cui prendere solo gli articoli utili alla propria tesi. La Costituzione è un mosaico, è un equilibrio. E il compito delle istituzioni è proprio tenere insieme i diritti, non usarne uno per cancellare gli altri.

C’è poi un argomento che è stato usato più volte: quel manifesto sarebbe rimasto lì per anni.

Ma consentitemi: il tempo non rende automaticamente giusto ciò che va valutato nel merito. Il fatto che una comunicazione sia rimasta per molto tempo in uno spazio pubblico non significa che non possa essere rivalutata. Cambiano le sensibilità, cambia il contesto, cambia l’attenzione pubblica.

La domanda non è: “Da quanto tempo era lì?”.

La domanda è: “Quel messaggio, oggi, in quel luogo, è rispettoso della dignità delle donne?”.

La mia risposta è no. E quando un Sindaco arriva a questa valutazione, non può far finta di nulla.

È stato richiamato anche il tema del risultato elettorale, del margine con cui questa Amministrazione ha vinto le elezioni.

Lo dico con franchezza: rispetto alla vicenda del manifesto, lo scarto elettorale c’entra come i cavoli a merenda.

Il Sindaco non governa in proporzione percentuale al risultato ottenuto. Governa nell’interesse generale della città. E quando ritiene che nello spazio pubblico ci sia un messaggio capace di ferire o colpevolizzare una parte della cittadinanza, ha il dovere di assumersi una responsabilità.

È stato posto anche il tema del rischio di contenzioso. È un tema serio, che va considerato. Ogni scelta pubblica può produrre contestazioni e ogni decisione deve essere valutata con attenzione anche sotto il profilo giuridico e patrimoniale.

Ma il rischio astratto di contenzioso non può paralizzare l’azione istituzionale quando sono in gioco dignità e diritti.

Esiste anche il rischio opposto: quello di non intervenire, di lasciare nello spazio pubblico messaggi che possono ferire persone vulnerabili, di normalizzare l’idea che davanti a un luogo di cura si possano collocare comunicazioni moralmente pressanti su scelte intime e sanitarie. Esiste un rischio di contenzioso anche verso un cittadino o un gruppo di cittadini che si ritengono offesi e colpiti da quel manifesto.

L’amministrazione deve essere prudente. Ma prudenza non significa immobilismo. Significa valutare, bilanciare, assumersi responsabilità.

Sul piano politico generale, vorrei aggiungere una cosa.

Questa vicenda non può essere ridotta a una questione di schieramento.

Qui c’è una domanda più profonda: come abitiamo lo spazio pubblico quando sono in gioco questioni etiche sensibili?

Io credo che una città democratica debba essere uno spazio plurale. Deve saper ospitare visioni diverse, culture diverse, sensibilità diverse. Deve riconoscere il contributo del mondo laico, del mondo cattolico, del volontariato, del femminismo, dei servizi, della sanità, delle famiglie, delle associazioni.

Ma pluralismo non significa assenza di limiti.

Pluralismo non significa che ogni messaggio sia adatto a ogni luogo.

Pluralismo non significa che la libertà di chi comunica possa cancellare la vulnerabilità di chi riceve quel messaggio.

E allora rilancio una domanda a tutto il Consiglio: quale idea di società vogliamo difendere?

Una società in cui ogni tema sensibile viene trasformato in cartellone davanti ai luoghi della cura?

O una società in cui il confronto resta aperto, ma sceglie parole, luoghi e forme capaci di non ferire chi è più esposto?

Una città civile deve saper dire due cose insieme.

La prima: nessuna donna deve essere lasciata sola.

La seconda: nessuna donna deve essere colpevolizzata.

Queste due frasi, per me, stanno insieme. Non sono alternative.

Nessuna donna deve essere lasciata sola significa che dobbiamo rafforzare i servizi, i consultori, il sostegno sociale, gli strumenti economici, le politiche familiari, l’accompagnamento alla maternità, la rete tra istituzioni e terzo settore.

Nessuna donna deve essere colpevolizzata significa che l’aiuto non può essere costruito contro la libertà della donna. Significa che non si può usare il dolore come leva morale e che la fragilità non autorizza nessuno a parlare sopra la coscienza di una persona.

L’istituzione non deve scegliere tra vita e donna come se fossero due campi opposti. Deve creare condizioni di cura, sostegno e responsabilità, ma sempre riconoscendo la donna come soggetto pieno, non come destinataria passiva di un messaggio moralista.

Una donna non è il luogo simbolico su cui altri combattono una battaglia morale. E spesso, su questi temi, irrompe il maschile: non solo imponendo i propri paradigmi, ma anche il proprio stile nella discussione pubblica. Uno stile che tende a semplificare, a giudicare, a decidere al posto di altri.

Invece occorre lasciare spazio alla donna. Alla sua storia. Alla sua voce. Alla sua coscienza. Alla sua libertà.

La comunità può accompagnare.

Può sostenere.

Può rimuovere ostacoli economici e sociali.

Può rafforzare i servizi.

Può offrire ascolto.

Ma la comunità non può sostituirsi alla donna. Non può parlare sopra la sua coscienza. Non può appropriarsi della sua scelta.

Per questo considero sbagliato ridurre questa vicenda alla contrapposizione tra chi difende la vita e chi non la difenderebbe. È una caricatura.

La vera domanda è un’altra: come si difende la vita senza ferire la dignità della donna? Come si offre aiuto senza produrre giudizio? Come si sostiene una maternità difficile senza trasformare la fragilità in pressione morale?

Questa è la domanda che una comunità matura dovrebbe avere il coraggio di tenere aperta.

C’è poi una riflessione più ampia da fare sul mondo cattolico.

Sarebbe sbagliato rappresentarlo come un blocco uniforme. Dentro il cattolicesimo esistono sensibilità diverse. Esiste una tradizione impegnata nella difesa della vita nascente. Esiste una tradizione cattolico-democratica che ha sempre cercato di tenere insieme principi, mediazione legislativa, responsabilità pubblica, rispetto della coscienza, pluralismo e misericordia.

Esistono donne cattoliche, teologhe, amministratrici, volontarie, intellettuali che su questi temi hanno posto questioni profonde: il rapporto tra morale e legge, tra coscienza individuale e decisione pubblica, tra tutela della vita e dignità della donna, tra accompagnamento e giudizio.

La laicità dell’istituzione non è ostilità verso la fede. È garanzia per tutti. Garantisce anche alle culture religiose di partecipare al dibattito pubblico, ma impedisce che una sola visione morale diventi misura dello spazio pubblico, soprattutto nei luoghi della cura.

Per questo non accetto la lettura secondo cui questa scelta avrebbe ristretto il dialogo civile.

Il dialogo civile non è stato ristretto. È aperto. Può continuare in Consiglio comunale, nelle commissioni competenti, nelle sedi pubbliche, con le associazioni, con i servizi, con il mondo sanitario, con le realtà culturali e religiose, con le donne.

Ma dialogo non significa mantenere qualsiasi manifesto in qualsiasi luogo.

Il confronto è una relazione. Un manifesto non ascolta.

Un manifesto dichiara. Un manifesto raggiunge anche chi non ha scelto di ricevere quel messaggio.

Per questo lo spazio pubblico deve essere regolato con responsabilità.

Vorrei poi chiarire il tema del confronto istituzionale.

Non ho alcuna intenzione di sottrarmi al confronto con il Consiglio comunale. Il Consiglio è il luogo della rappresentanza democratica della città. Le minoranze hanno pieno diritto di chiedere documenti, porre domande, esercitare controllo, criticare le scelte del Sindaco e della Giunta.

Allo stesso tempo, una maggioranza ha il diritto e il dovere di discutere politicamente al proprio interno. Questo non esclude il Consiglio. Non esclude le opposizioni. Non esclude la città. Sono piani diversi.

C’è un piano politico interno alla coalizione, che riguarda la tenuta, il confronto e la pluralità della maggioranza.

C’è un piano istituzionale, che riguarda il Consiglio comunale e le sue sedi proprie.

C’è un piano pubblico, che riguarda la città e il dibattito tra culture diverse.

Io non intendo sottrarmi a nessuno di questi piani. Chiedo però che ciascuno venga rispettato per ciò che è

C’è infine una valutazione politica che voglio assumermi fino in fondo.

Governare non significa evitare i temi difficili. Non significa stare sempre nel punto più comodo. Non significa attendere che ogni sensibilità sia già ricomposta prima di decidere.

Governare significa ascoltare. Ma significa anche assumersi responsabilità, sapendo che anche chi ti ha sostenuto può non condividere ogni scelta. Questa divergenza non è un limite: può essere una risorsa, se ci costringe a pensare meglio, a motivare meglio.

In questo caso ho scelto di proteggere la dignità delle donne. Ho scelto di dire che davanti a un ospedale non tutto è uguale e che la libertà di espressione resta piena, ma non può diventare pressione morale in un luogo di cura. Ho scelto di dire che l’aiuto alla maternità difficile è importante, ma deve essere comunicato senza colpa, senza giudizio, senza imperativi.


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti