Il Vespro apre il Monteverdi Festival, ma quanti misteri nella musica del divin Claudio!
Nello splendore solare, quasi divino, che da sempre contraddistingue il Vespro della Beata Vergine da concerto composto sopra canti fermi, a sei voci e sei strumenti di Claudio Monteverdi (Venezia, 1610) si nascondono ‘misteri’ che ancora non stati del tutto risolti e che spargono un velo di enigma profondo su questo monumentale capolavoro mariano.
Il Vespro aprirà, domenica 7 giugno (ore 18 Chiesa di Sant’ Agostino), la 43 esima edizione del Monteverdi Festival. Un’esecuzione affidata in questo 2026 a Leonardo Garciá Alarcón – direttore alla guida della Cappella Mediterranea Choeur De Chambre de Namur affiancati dai soprani Mariana Flores e Miriam Allan, dal controtenore Leandro Marziotte, dai tenori Nicholas Scott e Mathias Vidal e dai bassi Salvo Vitale e Andreas Wolf.
Si parlava di enigmi dell’opera monteverdiana. Le analisi del testo e della lettera accompagnatoria al Papa non chiariscono per quale delle feste o solennità mariane questa musica sia stata scritta. La presenza dell’alleluja al termine dell’incipit iniziale (Deus in adjutorium meum intende Domine ad adiuvandum me festina) ha fatto propendere, gli studiosi, per la Visitazione o l'Assunzione della Vergine. O per il cosiddetto ‘'ufficio Comune’ della Madonna.
Legato a questa incertezza c’è un altro ‘mistero’, se così si vuole chiamare. Ed è quello del suo utilizzo. La sottolineatura del canto fermo (l’antico canto gregoriano) potrebbe indicare un esclusivo uso liturgico, in chiesa. In realtà però c’è quel termine che reca con sé una certa ‘ambiguità’: Da concerto. Una specifica relativa al solo stile non solo chiesastico, ma quasi madrigalistico di certi passi. Oppure da attribuire a esecuzioni anche da ‘camera’, tipiche alla corte gonzaghesca.
In effetti qualche dubbio lo fanno sorgere due dettagli. Il primo la posizione dell’inno Ave Maris Stella che viene collocato in una posizione diversa da quella liturgica che prevede la ‘recita’ dell’inno prima dei salmi, mentre qui è praticamente in coda. Prima del Magnificat finale. Il secondo l’inserimento della Sonata Sopra la Sancta Maria. Composizione fortemente strumentale con la presenza di un soprano, 2 cornetti, 3 tromboni, 2 violini, 2 viole e basso continuo, sullo stile di alcuni dei più noti madrigali in stile rappresentativo appartenenti al successivo (1638) Ottavo libro dei Madrigali o anche per Domenico De Paoli (Monteverdi, 1979) “allo stile dell’opera”. A fronte di queste considerazioni Redlich, noto studioso monteverdiano, ebbe a ipotizzare che ‘sotto il titolo collettivo di Vespro, il compositore abbia riunito due opere liturgiche indipendenti (…) e il raggruppamento dei vari episodi è fortuito e non implica affatto un reciproco obbligo riguardo all’esecuzione” (Domenico De Paoli, Monteverdi, 1979). A dare forza a questa ipotesi anche la presenza di due versioni del cantico del Magnificat. Una più complessa e una più facilitata per un organico inferiore e con meno capacità strumentali e vocali. Non da ultimo l’ipotesi anche di natura meramente ‘devozionale’ e non solo liturgica contenuta proprio nella Sonata sopra la Sancta Maria. Sempre Domenico De Paoli annota un particolare interessante. L’invocazione “Sancta Maria, ora pro nobis viene ripetuta ben undici volte melodicamente immutata (…) in una drammatizzazione del canto fermo (gregoriano).
Invocazione che materializza la sua grande fede ‘mariana’ fatta anche da pura preghiera. Intima. Personale.
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