15 settembre 2026

Il volto della solidarietà ha mille sfaccettature. Ieri sera, a Cremona, riflettori puntati su quel grande “CON” che significa umanità

Ci sono sere che finiscono quando si spengono le luci ed altre che continuano a camminarti dentro. “Sognando sotto le stelle” è stata una di queste.

Da Nekemte alla Sierra Leone, dalle moto ai gioielli nati da tessuti africani. Una serata all’insegna dell’umanità che ha raccontato tanti modi diversi di scegliere di esserci. L’incontro, realizzato grazie all’impegno di Coldiretti Cremona e al sostegno degli sponsor, ha avuto i suoi momenti più intensi nelle parole di don Dante Carraro e nel collegamento dalla Sierra Leone con il ginecologo cremonese Alberto Rigolli.

A fare da cornice all’evento una location capace, già da sola, di renderla suggestiva: il Polo di Cremona del Politecnico di Milano, in via Bissolati 34, negli spazi dell’ex Caserma Manfredini. Un luogo prestigioso, parte della storia della città e oggi restituito a una nuova vocazione fatta di giovani, formazione, ricerca e futuro. Proprio lì, sotto le stelle di Cremona, mondi lontanissimi si sono incontrati per qualche ora perché per raccontare questa serata non basta dire che è stata una cena di beneficenza. Non bastano una tavola apparecchiata, la musica, i prodotti della nostra terra, gli sponsor, i volontari e le tante persone che hanno scelto di esserci. È necessario spostare lo sguardo molto più lontano fino alla Sierra Leone, dove un medico cremonese che avrebbe dovuto essere seduto tra noi ha scelto, invece, di rimanere accanto a chi in quel momento aveva più bisogno della sua professionalità.

Alberto Rigolli è apparso su uno schermo, dietro di lui l’Africa. Davanti a lui, nel cortile del Politecnico, Cremona in silenzio ad ascoltare.

Il ginecologo cremonese e medico CUAMM era là dove il suo mestiere lo chiamava: accanto alle donne, alle mamme che aspettano di mettere al mondo i propri bambini.

Improvvisamente quei chilometri sono scomparsi. Forse, proprio questo collegamento, reso difficile dalle forti piogge che si stavano abbattendo sulla Sierra Leone, ha raccontato più di qualsiasi presenza cosa significhi essere Medici con l’Africa. Poi ha parlato don Dante Carraro.

E lì è diventato difficile prendere appunti senza alzare gli occhi.

Le sue parole non avevano il tono di chi vuole convincere. Arrivavano dal cuore e, a tratti, assumevano la forza di un grido contro l’indifferenza. Non la pretesa di cambiare il mondo.

Qualcosa di apparentemente molto più piccolo e, proprio per questo, tremendamente concreto: dare una possibilità, alle madri, ai bambini, a chi ha bisogno di essere curato.

Con gli occhi lucidi e la voce che per un momento si è spezzata nella commozione, don Dante ha riportato tutti alla realtà più elementare e, proprio per questo, più difficile da accettare: oggi non è possibile continuare a morire di parto.

Non dovrebbe essere una questione di latitudine avere accanto un medico quando nasce un bambino.

Non dovrebbe dipendere dal luogo nel quale siamo venuti al mondo poter raggiungere un ospedale, trovare una sala operatoria, acqua, elettricità, un farmaco, eppure accade, ogni giorno.

È allora che parole abusate come solidarietà, aiuto, cooperazione smettono improvvisamente di essere parole, diventano dignità.

Ed era questa, in fondo, la ragione per cui Cremona si è ritrovata attorno a una tavola.

Una serata che ha preso forma grazie all’impegno di Coldiretti Cremona e al sostegno degli sponsor, capaci di mettere risorse, prodotti, professionalità e disponibilità al servizio dello stesso obiettivo.

Un territorio che non si è limitato a ospitare la solidarietà, ma l’ha costruita.

Le Cuoche contadine di Terranostra–Campagna Amica hanno preparato una cena utilizzando prodotti a chilometro zero; le aziende hanno donato le proprie eccellenze anche per la “Spesa Tricolore”, il cui ricavato sostiene il CUAMM. Intorno, volontari, ragazzi, un suggestivo intrattenimento musicale eseguito dall’Istituto Superiore Antonio Stradivari Cremona, professionalità diverse, un’elegante serata condotta dal giornalista Giovanni Rossi.

Ma durante l’evento è emersa soprattutto un’altra cosa. Non esiste un solo modo di essere solidali. Forse è questo uno degli insegnamenti più belli del CUAMM: c’è chi parte, chi cura, chi raccoglie fondi, chi cucina, chi dona un prodotto, chi mette a disposizione il proprio mestiere e persino chi sale su una moto.

È la storia di “In Moto con l’Africa”.

Nasce dall’incontro tra la passione per i viaggi, quella per le due ruote e il desiderio di rendersi utili perché in molte zone dell’Africa una moto non è un passatempo e non è un lusso. Può essere la distanza tra una donna e il luogo nel quale potrà partorire in sicurezza. Può trasportare vaccini e materiali sanitari nei villaggi più remoti. Può percorrere strade sulle quali un’ambulanza o persino un fuoristrada non riescono ad arrivare. Il gruppo sostiene infatti l’acquisto, la manutenzione e l’utilizzo delle moto nei progetti CUAMM per raggiungere quello che viene chiamato “l’ultimo miglio”. Una passione trasformata in cura.

Poi, durante la serata, un incontro inaspettato.

Di quelli che iniziano quasi per caso e finiscono per aggiungere un’altra pagina alla storia che stai cercando di raccontare. Ho conosciuto Paola Montagna e attraverso lei ho scoperto ACP con CUAMM.

Anche qui la solidarietà ha scelto una strada imprevedibile: la bellezza.

Paola, Angelica Sacchi e Camilla Conti sono tre amiche che, dopo aver incontrato Medici con l’Africa CUAMM, hanno deciso di mettere creatività e talento al servizio dei suoi progetti.

Sono partite dagli scampoli di wax, i tessuti dai colori intensi che richiamano immediatamente l’Africa. Quello che poteva essere uno scarto è diventato materia da trasformare. Sono nati così gioielli artigianali, pezzi unici in edizione limitata, capaci di raccogliere fondi per sostenere il lavoro del CUAMM.

Sarebbe, però, riduttivo raccontarle semplicemente come tre donne che realizzano gioielli.

Perché Angelica e Paola, nel luglio 2025, sono partite anche per l’Angola.

Hanno incontrato persone, attraversato luoghi, visto da vicino ciò che significa il lavoro quotidiano del CUAMM e sono tornate raccontando soprattutto la dignità e la speranza incontrate negli sguardi delle persone. Forse è proprio questo il punto: ognuno porta ciò che ha. Un medico porta le proprie mani; un motociclista la propria moto, tre donne la propria creatività, un agricoltore i frutti della propria terra; un’impresa i propri prodotti; un ragazzo il proprio tempo; qualcuno semplicemente la propria presenza. Nessuno, da solo, cambia il mondo. Serve un passo alla volta.

Il CUAMM da oltre settant’anni procede proprio in questo modo: un ospedale, un medico da formare, una mamma da accompagnare, un bambino da curare, una moto che percorre l’ultimo miglio. Questa volta il passo porta a Nekemte, in Etiopia.

L’ospedale che il progetto vuole riabilitare ha 250 posti letto ed è riferimento per oltre cinque milioni di persone. È congestionato, con attrezzature insufficienti e acqua ed elettricità intermittenti. E deve essere ricostruito senza chiudere perché, come mostrano le immagini proiettate durante la serata, la gente continua ad arrivare.

Cinque milioni di persone. È facile scriverlo. Molto più difficile immaginarlo. Allora provo a tornare a quell’immagine: una donna, non cinque milioni, una. Sta per diventare madre. Forse vive a Nekemte. Forse in Sierra Leone. Forse deve percorrere chilometri su una strada di terra prima di raggiungere qualcuno che possa aiutarla. Non sa nulla della cena di Cremona. Probabilmente non incontrerà mai le persone che questa sera erano sedute nel cortile del Politecnico. Non importa. Perché la solidarietà più autentica forse comincia proprio lì: fare qualcosa per qualcuno dal quale non riceveremo mai nulla in cambio.

Un immenso CON fatto di mille volti, mille mani, mille modi differenti di decidere di esserci. Alla fine, quando le luci si spengono e resta soltanto ciò che una serata è riuscita a lasciarti dentro, capisci che quel CON non parla nemmeno più soltanto dell’Africa, parla di noi, di ciò che scegliamo di vedere, di chi scegliamo di non lasciare solo, della possibilità di trasformare ciò che sappiamo fare in qualcosa che serva anche a qualcun altro. Il CUAMM è tutto questo.

Con un unico obiettivo che non ha confini, nazionalità, colore della pelle o distanza geografica. L’Umanità.

 

 

 

 

Beatrice Ponzoni


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commenti


Blek

15 settembre 2026 19:23

Pare che l'Africa sia stata "creata ' dall'uomo per rimanere Africa, cioè terzo mondo. Sono decenni che ne sento parlare sempre allo stesso modo. Cosa si aspetta a farla sviluppare come si deve? Senza che ci sia più la necessità di medici che debbano andare là a fare del volontariato. Perché quest'Africa non sa produrre una sanità sua, dei medici suoi e condizioni generali di vita per cui non si debba più essere costretti a commuoversi per le ingiuste carenza sanitarie? Forse perché così fa comodo , a tanti. Per quale oscuro motivo mi sfugge ma che senso avrebbe, andare avanti all'infinito in questo modo,?