In via Bissolati, quel 9 settembre del 1943. Lo straordinario racconto di Ennio Serventi, bambino in quei giorni La solidarietà della gente del quartiere ai militari italiani in fuga o prigionieri
Per non dimenticare e per ricordare cos'è stato l'8 settembre del '43 proponiano il racconto straordinario di Ennio Serventi della giornata del 9 settembre 1943 nella sua casa di via Bissolati 11. Serventi racconta la battaglia alla porta centrale della caserma Manfredini vista con gli occhi di un bambino, qual era lui all’epoca. Le pagine di Serventi sono commoventi. Racconta della Cremona minore di un tempo, quella poverissima che faticava a sbarcare il lunario ma che era ricca di solidarietà, pronta a dare vestiti borghesi ai soldati italiani in fuga o a fare una colletta per portare mele ai deportati.
La chiamavano, non ho mai saputo bene il perché, "la saléta". Delle tre stanzette che costituivano il nostro appartamento era certamente la più bella e la più vivibile. Sovrastata da una soffitta era parzialmente riparata sia dal sole che dal gelo. Le altre, coperte da una terrazza, erano alla mercè dei rigori stagionali. Le chiamavamo "i piombi di Venezia". La "saléta" prendeva aria e luce da una piccola finestra, la "finestrina" la chiamavamo noi per le sue ridotte dimensioni più che per un eccesso di affettuosità nei suoi confronti. Non era possibile sporgersi, poiché era munita di una robusta grata di ferro sopra la quale era stata stesa, saldamente ancorata al muro, una rete metallica a maglie molto fitte. Nessuno oggetto avrebbe potuto cadere al di sotto. Affacciandosi, lo sguardo poteva anche spaziare lontano oltre una teoria di tetti, di giardini abbandonati e di cortili per i giochi dei bambini ed incontrarsi con la fantasia. Erano gli interni delle case che si affacciavano sulla via Ruggero Manna, parallela alla nostra. Il cortile dell'asilo infantile "Brigida Zucchi" con un portico ed una vetrata; un susseguirsi di tetti diseguali, al termine dei quali si vedeva il piano alto ed il tetto del distretto militare; il giardino in- selvatichito di casa Manara, piu in là, la terrazza ed il giardino del dott. Nolli.
Il giardino di casa Manara era il più affascinante. Aiuole dai contorni sgangherati, cespugli di fiori una volta coltivati, residue tracce di vialetti e sentieri invasi dal crescere disordinato delle siepi che una volta li delimitavano, alberi di melograno che consumavano i loro frutti. In alto, all'angolo del fabbricato, un balcone con una bella ringhiera barocca. Un tralcio di glicine con le radici del giardino si arrampicava fino al balcone ombreggiandolo con la sua chio- ma e con i suoi abbondanti fiori azzurri, che vagamente richiamavano nella forma grappoli d'uva. Nel giardino il vecchio Bottesini, che io ho sempre visto con il cappello in testa, disponeva in belle file le statuine di gesso, che lui artigianalmente fabbricava, perché asciugassero all'aria ed al sole. Aveva il suo laboratorioo nel vecchio rustico che occupava un angolo del giardino al quale si poteva accedere attraverso una grande porta anche da via Bissolati. In questo dedalo d'interni, proprio a ridosso del muro di confine con la nostra casa, a perpendicolo con la "finestrìna” c'era (c'è ancora) un piccolissimo cortile. Era la parte della casa di via Bissolati, affiancata alla nostra. Ed in quel cortiletto nel quale noi non riuscivamo a guardare, nel pomeriggio di quel 9 settembre si rifugiarono alcuni soldati italiani nel tentativo di sfuggire alla caccia dei tedeschi.
Le cose, in quella casa di via Bissolati contrassegnata dal n. 11 della vecchia numerazione (ora 21), quel 9 settembre del 1943 andarono cosl.
Cominciò così, quella normale mattina di quella eccezionale giornata. La sarta del secondo piano, come le veniva imposto dalle necessità della vita, era sveglia già da qualche ora. Seduta sopra il tavolo della saletta, con una gamba accavallata sull'altra che poggiava sopra una sedia era intenta al suo lavoro. La testa china, con una mano reggeva il lembo di stoffa che con rapidità andava riempiendo di piccoli punti. Con veloce gesto ed uguale cadenza nel tempo il braccio destro si abbassava e si rialzava estendendosi per tutta la lunghezza che gli veniva concessa dalla gugliata che andava sempre più accorciandosi. Alla necessità del suo ricambio il movimento si sarebbe interrotto giusto il tempo di svolgere da un rocchetto un nuovo pezzo di filo. Non andava spezzato, il filo, ma diviso da un taglio deciso fatto con gli incisivi, evitando così che il capo si sfilacciasse e rendesse difficoltosa la sua infilatura nella cruna. A questo punto I'andare e venire del braccio sarebbe ripreso. Era questo lavoro che aveva una sua meccanica ripetizione e lascia mente libera di seguire altri pensieri. Molto spesso cantava. Canzoni d'amore o di filanda. A volte erano anche canzoni con contenuto politico dove si parlava di "uma- nità offesa", di "sol dell'avvenire" e di "riscatto". Antichi vecchi canti che mantenevano intatta la loro attualità, imparati prima che venissero vietati da una legge. Ma questi le sgorgavano, non c'era legge che tenesse, lei li cantava.
Al piano terreno, anche la stiratrice era già intenta, al suo lavoro. Per non perdere l'equilibrio con una mano si appoggiava al muro, mentre con l'altra imprimeva un moto dondolante ad un grosso ferro da stiro alimentato a carbonella. L'aria, smossa da quell'energico movimento, attizzava la brace che sfavillante eruttava scintille infuocate dal coperchio tenuto aperto.
Erano i primi di settembre, la temperatura era mite e nelle case le stufe a legna non erano ancora state accese. Se fosse stato cosl, i ferri da stiro, di altra foggia e dimensione ma di uguale peso, sarebbero stati appoggiati sulla piastra della stufa a contenere parte del calore all'ambiente. Sul tavolo da cu- cina, un vecchio tavolo massiccio, era steso il "panno da stiro". Su di una sedia il rotolo della biancheria da stirare. La sera prima aveva avuto l'accorteza di bagnarla leggermente, di arrotolarla e di avvolgerla in un telo anch'esso bagnato, in modo che al mattino tutta la biancheria avesse la necessaria umidità. Stirava la Nina per le signore benestanti del centro e per le lavandaie di via del Sale, che le portavano i loro fagotti con dei carretti chiusi spinti o trainati a mano di colore azzurro. Lei, la Nina, non cantava mentre lavorava. Per quanto ne so, i suoi pensieri erano sempre rivolti ai problemi di quella numerosa famiglia che lei quasi interamente sosteneva con il lavoro. Lei sul lavoro non poteva distrarsi. Doveva prestare attenzione affinché dai fori d'aerazione del ferro "a carbunéla" non uscissero braci o tizzoni a bruciacchiare camicie da notte o colletti inamidati.
Ormai il cortile andava svegliandosi. Le finestre delle abitazioni, che, salvo le poche che davano sulla strada, erano tutte rivolte verso l'interno, venivano aperte. Cominciava il rito del mattino uguale per tutti e sempre uguale nel tempo. Vi era un'unica latrina collocata nel lembo estremo del lungo ballatoio ed era lì che andavano vuotati i vasi usati della notte. Coperti con un coperchio improvvisato, branditi per il loro manico dalle donne ancora in camicia da notte, facevano il loro viaggio quotidiano portati con estrema dignità. Per quanto si facesse attenzione a non incamminarsi quando il percorso era già occupato, gli incontri erano frequenti. Ma "si tirava diritto", come ordinava un motto mussoliniano. Quello non era momento di chiacchiere.
“I suldàat, i suldàat”: il grido rompe la quotidianità in via Bissolati
Il signor Gino de Pietri, che in gioventù aveva fatto anche il garzone da un barbiere prima di essere autista di autocarri, si accingeva ad accorciare i capelli ad un ragazzetto che non voleva saperne. Il postino si stava preparando per andare a fare il suo giro di distribuzione della posta ed il fattorino a raggiungere la Banca d'ltalia. La Gina era già uscita. Era la più giovane nell'agenzia delle Assicurazioni Generali dove lavorava, e questo stato giovanile le imponeva, come era d'uso, che fosse la prima ad andare e l'ultima a venire via.
La notizia della firma dell'armistizio, data alla radio il giorno prima insieme a quell'ambiguo messaggio, all'apparenza non influiva sull'andamento della giornata. Alla sera molta gente si era radunata spontaneamente ai giardini pubblici di piazza Roma. Via Curzia ed il largo incrocio davanti al palazzo delle poste vecchie erano stati affollati fino a tarda ora.
C'era preoccupazione in città. La domanda alla quale ognuno cercava di dare una risposta era quella che riguardava il comportamento dei soldati tedeschi presenti in città: cosa avrebbero fatto i tedeschi? Come avrebbero reagito alla rottura di quell'alleanza? Un rumore di macchina sovrastò e spense per un attimo il brusio della folla. Una motocarrozzetta con a bordo dei militari germanici, proveniente da corso Campi, passò velocemente all'incrocio puntando oltre il palazzo delle poste ed il cinema ENIC. Ricordo bene il commento della sarta a quel passaggio: "vengono a controllare, a vedere cosa succede in città, ci tengono d'occhio". Non si levarono grida ostiii, ma il suo passare fu seguito da molti sguardi interrogativi e dal rinfocolarsi delle domande sul domani. I tedeschi sono da tempo a Cremona, accampati a Migliaro. Una loro piccola unità è presente nel vecchio centro cittadino. E' acquartierata in una porzione, quella a lato di via Capra, dello storico palazzo sede dell'lstituto della Beata Vergine.
Ragazzotti dai pantaloncini corti e calzettoni risvoltati sui bordi degli scarponi. Si racconta che le suore, incontrandoii casualmente in uno dei pochi passaggi rimasti comuni, distolgano lo sguardo, si coprano gli occhi con le mani ed accelerino il passo e che loro, i nibelunghi, le rifacciano bonariamente il verso, tramutino il loro passo marziale in altrettanti corti e rapidi passetti, si coprano scherzosamente gli occhi. Tutto sommato una coabitazione ed una presenza discreta.
Il Comando è da sempre installato nella villa padronale della cascina S. Maria, appena fuori della città..
Da qualche tempo però in città corrono voci, portate dai reduci italiani, sul loro comportamento in Russia ed in Jugoslavia. Sommessamente, con estrema circospezione e cautela, si racconta di case bruciate e di civili massacrati e nella ritirata del Don di soldati italiani ai quali veniva negato il trasporto e lascia- ti morire nella neve. Più tardi avemmo anche i nostri morti: i militari alla caserma, Edda Sacchi, i due ferrovieri travolti dal crollo del ponte di Marcaria, e i partigiani massacrati a Bramaiano di Bet-tola e in molti altri posti.
Il pensiero di molti dei presenti va ai soldati italiani nelle caserme cittadine. Se sarà necessario combatteranno contro i tedeschi o consegneranno loro le armi?
Nella casa, ormai completamente sveglia, tutto sembrava andare come sempre. Ma i pensieri preoccupati albergavano nelle menti degli uomini. Il postino ed il fattorino si chiedevano se era proprio il caso quella mattina di andare al iavoro. Forse sarebbe stato più prudente rimanere nel cortile lasciando magari chiusa la porta che dà sulla strada. Voci di possibili rastrellamenti degli uomini erano circolate la sera prima. Del resto il controllo e l'internamento della popolazione maschile era stato il primo atto in tutti i paesi conquistati dai tedeschi. Qualche timore cominciava ad affiorare in superficie.
La prima ad accorgersi che c'era qualcosa di diverso e che quella mattina stava accadendo qualche cosa d'insolito fu la ragazzina con le trecce. La punta del naso schiacciata contro il vetro della finestra, osservava la strada insolitamente silenziosa. Non capiva cosa mancasse. Guardò verso Porta Po e la piazzetta di S. Lucia. Inquadrò la solita visione: le case erano al loro posto e le finestre, come sempre a quell'ora, erano quasi tutte aperte. Ma quando girò la testa, volgendo lo sguardo alla grande caserma, improvvisamente capì. L'altissimo portone, sovrastato dall'asta portabandiera, era chiuso. La garitta e la pedana per la sentinella erano deserte. Ecco spiegato il perché di tanto silenzio: mancava il rimbombo della possente battuta con la quale la sentinella accompagnava il saluto con l'arma. Noi ragazzi eravamo abituati a scherzare con la sentinella che, suo malgrado, veniva a fare parte del nostro ingenuo gioco. Gli passavamo e ripassavamo ripetutamente davanti, guardandola e portandoci una mano alla fronte, mimando il saluto militare. Seria, rispondeva al nostro saluto, portando il fucile, che teneva incrociato sul corpo nella classica posizione di "riposo" in posizione verticale parallela al corpo, nella posizione di "attenti". Contemporaneamente batteva forte il piede sinistro sulla pedana. Il suo rimbombo riempiva la strada con nostro diletto e con le imprecazioni di qualche ritardatario dormiglione.
Ma quella mattina la sentinella non c'era. Nessuno entrava od usciva dalla caserma. Il portone era stato chiuso e la sentinella esterna ritirata. La caserma, da sempre punta centrale della nostra strada, si richiudeva su se stessa quasi a difesa da un pericolo che poteva venire dall'esterno. Ma quale pericolo avrebbe potuto venite da quella contrada amica che anche nei suoi antichi toponimi ricordava la propria origine militare? Dall'antica via Vaccina, già presente sulla carta del Campi (via Vachìna, per gli abitanti della zona) fino alla via Tombino (in Tumbéen) era tutto un susseguirsi di caserme: Manfredini, Pagliari, Goito, Sagramoso e S. Martino. Noi abitanti di questa strada, che fu centrale dell'antica "cittadella" fortificata, con i soldati convivevamo da sempre. Venivano nei nostri cortili e vi portavano le loro divise da rattoppare, le camicie da stirare, si fermavano a parlare dei loro paesi lontani, collocati in un'ltalia ai più sconosciuta. Solo alle ragazze veniva raccomandato di non fermarsi troppo a lungo da sole con loro, per non alimentare maldicenze e rimetterci in reputazione. I ritmi della caserma finivano per regolare anche quelli della gente. Così, più che gli orologi, erano gli squilli della tromba ad indicarci quando era tempo di coricarci, di svegliarci o di mangiare. All'ora dei pasti, una piccola folla di poveri (ed indigenti) armati di cucchiaio e di in- decenti contenitori ricavati da vecchi barattoli per le conserve di pomodoro, ai quali ingegnosamente era stato applicato un manico fatto con un fil di ferro raccattato chissà dove, si radunavano sull'altro lato della strada, di fronte alla grande porta. All'apparire nel vano della porta degli addetti alla corvée, si avvicinavano attraversando la strada. Si mettevano in fila indiana ed in silenzio sfilavano davanti a quell'enorme marmitta tenendo le loro gavette, nelle quali l'addetto alla distribuzione faceva scivolare un grosso mestolo di minestra o di pasta-asciutta. Era il rito quotidiano della "minestra dei suldàat" che si ripeteva tutti i giorni, negli orari del pranzo e della cena, moderna versione del miracolo della distribuzione dei pani e dei pesci.
No, dalla gente di quella strada, gia " CANNONE" e "SPARTACO", non poteva arrivare nessun pericolo.
Inaspettatamente ed insolitamente la signorina stava tornando dall'ufficio. La vide sua mamma dalla finestra e già si affrettava a scendere le scale per andarle incontro, preoccupata per quell'anticipato rientro. Furono una di fronte all'altra sul pianerottolo del primo piano. La signorina Gina non diede il tempo alla mamma di articolare la sua domanda che pure aveva già preparata. Fu quasi I'esplosione di un urlo liberatorio che ebbe come primo effetto quello di popolare le due logge, che circondavano sovrapposte il cortile: "i suldàat, i suldàat!". Raccontò che, giunta alla fine di via Cavallotti, girato l'angolo, aveva visto che la scalinata del palazzo delle poste era occupata da soldati italiani. Anche il terrazzo, al di là delle balaustre, era presidiato. Alcuni soldati stavano armeggiando attorno ad uno strano congegno, forse una mitragliatrice. Un soldato, probabilmente il comandante, I'aveva avvicinata per chiederle dove andasse, ma non le aveva concesso il tempo per rispondere e con fare di comando le aveva ordinato di tornare subito a casa. "Dica alla gente di non uscire! Raccomandi, soprattutto agli uomini, di starsene rinchiusi; sembra che i tedeschi li stiano rastrellando".
Ci fu qualche parola di commento, subito tacitato da un rombo. Sembrava un tuono e molti guardarono in alto, ma il cielo era sgombro e sereno. Qualcuno aveva intuito la direzione di provenienza e stava scendendo velocemente le scale. Quasi tutti li seguirono e si ritrovarono in strada.
Con grande rischio Sebastiano venne nascosto in casa. La solidarietà della gente. Vestiti borghesi per i soldati
Fui spinto dentro il vano della porta e tutti ci ritrovammo In cortile. Il luogo più sicuro dove ripararci venne individuato nelle due stanzette al piano terreno, dove abitava il vecchio Giovanni. Erano le più interne e lontane dalla strada. Avevano tre piccole finestre che guardavano verso il cortile ed il loro muro più interno era anche quello che ci divideva dai rustici della strada parallela, via Ruggero Manna. Non ricordo un particolare stato d'eccitazione. Tutti percepi- vano che ormai le cose si andavano definitivamente chiarendo; i nostri soldati stavano combattendo contro i tedeschi, noi stavamo con i soldati. I tedeschi erano i nemici. Poco più tardi solo i fascisti li spalleggiarono.
I più irrequieti erano i ragazzi che venivano continuamente richiamati. Ma la curiosità e la voglia di vedere lo svolgersi della battaglia era tanta, più forte di una qualsiasi reprimenda. A volte il cannone taceva per lunghi minuti e si aveva l'impressione che tutto fosse finito. Era in quei momenti, mentre tutti tendevano le orecchie per captare ogni possibile suono che rivelasse quello che stava succedendo nella strada, che l'attenzione nei confronti di noi ragazzi si allentava. Complice il signor Gino ci avventuravamo fuori. Leggermente chinati in avanti, come avevamo visto fare in tanti film di guerra, ci spingevamo oltre il marciapiede. Le case in quel punto disegnavano una leggera rientranza. Per poter vedere la porta della caserma era necessario spingersi in avanti fino a superare la successiva sporgenza. Il cannone non sempre era nella medesima posizione, veniva spinto un po' più in avanti o ritirato di qualche passo. Anche la direzione del puntamento non era sempre la stessa, o verso il vicolo Ferrario e piazza S. Paolo o in direzione della antica osteria “Citadéla", dove la strada si restringeva. Non vidi l'effetto dello sparo ma ancora una volta ne sentii il rombo. Tutti rientrammo precipitosamente nel cortile. Qui volò qualche scapaccione e per l'adulto ci furono rimbrotti. Improvvisamente avemmo tutti la sensazione che il cannone fosse silenzioso da troppo tempo, che il ritmo della battaglia fosse cambiato. La pausa si prolungava troppo. il signor Gino andò a vedere, noi fummo tenuti a freno. Ci chiamò dalla strada ed uscimmo. Il cannone non era più all'incrocio davanti al portone della caserma. La strada era vuota e silenziosa. Dall'asta portabandiera il tricolore era stato tolto ed al suo posto penzolava un lenzuolo bianco. La drammaticità di quella giornata ebbe anche, così parve a me, un risvolto divertente. La Nina del secondo piano si affacciò alla Ioggia gridando: "La bomba! La bomba!", allarmando tutti. Aveva scoperto, sopra il suo letto, un oggetto scuro non facente parte delle sue cose domestiche. Dato il clima della giornata, non poteva essere che una bomba. Chiese aiuto ai vicini, ma nessuno si offrl di andare a vedere. Nessuno di noi era pratico di simili ordigni. Corse nella strada e s'imbattè in soldati tedeschi. Ritornò in casa con due di loro. Poi raccontò: non era proprio una bomba ma una scheggia di proiettile d'artiglieria. Aveva rotto le imposte di legno di una finestra e finito la sua corsa sul cuscino. Era quello dove appoggiava la testa suo marito il signor Angelo.
Non so chi si accorse della loro presenza. Forse furono visti mentre scavalcavano i tetti, passaggio obbligato per raggiungere quel posto. Io non so quanti fossero o da dove venissero. Certamente non dalla caserma Manfredini che aveva sostenuto l'attacco. Forse, dalle caserme di via Chiara Novella e Carnevali Piccio che erano venute a trovarsi sulla linea d'attacco tedesca prima della Manfredini. Forse si sbandarono prima che arrivassero i tedeschi, op- pure potevano aver fatto parte del piccolo presidio al distretto, luogo di uffici e furieri. Certamente entrarono in quel intricato labirinto passando per il portone dell'asilo, prima che come tutte le porte che davano sulla strada, venisse chiuso. Oppure gli venne aperto dal custode. Ma queste furono le do- mande del poi.
Fu ancora una volta il signor Gino a capire al volo la situazione e, dal suo scarso guardaroba, cominciò a portare ogni genere di indumenti necessari al travestimento di quei soldati rifugiatisi nel "cortiletto". Anche gli altri uomini del cortile si diedero da fare.
Con l'aiuto di un attrezzo la rete metallica venne divelta e dalla "finestrìna" furono fatti passare camicie, scarpe, giacche e calzoni. Nel cortile in quel tardo pomeriggio non si parlò che di loro, di come avrebbero fatto ad uscire e di dove sarebbero andati.
Verso sera, mentre con altri ero sulla porta che dava sulla strada, vidi di spalle un uomo che si allontanava velocemente, rasentando il muro. Indossava un paio di pantaloni che non arrivavano a coprirgli le caviglie. Qualcuno disse che era uno di "loro" e che probabilmente questo sarebbe riuscito a salvarsi. Era cremonese ed abitava in via del Giordano. Né di lui né degli altri sapemmo più niente.
Comparve improvviso nel piccolo varco che immetteva nel cortile. Capelli folti e neri, coperto di stracci. Disse di chiamarsi Sebastiano, di essere un soldato. Non aveva partecipato alla difesa della caserma perché da alcuni giorni la squadra della quale faceva parte era stata comandata alla guardia della vecchie carceri di via Jacini, dove alcuni militari erano detenuti. Avuta notizia dell'attacco tedesco alle caserme e della successiva resa di queste, avevano deciso, per sfuggire al prevedibile rastrellamento degli uomini soggetti alla leva e dei militari fuggiaschi, di cercare rifugio da qualche parte. Liberati i soldati carcerati ed indossati gli abiti di altri detenuti, si sbandarono. Lui scavalcando tetti, si era rifugiato in alcuni cortili delle case di via dei Tribunali. Poi nel pomeriggio spinto dalla necessità di trovare un rifugio più sicuro, aveva superato le poche centinaia di metri che lo separavano dalla nostra strada. Conosceva una famiglia che abitava nella casa della Zore, ma la porta verso la strada era chiusa. Si guardò attorno: la nostra era l'unica rimasta aperta e così giunse nel cortiie. Aveva paura ed era bisognoso di ogni aiuto. Quella sera mangiò il cibo del cortile e dormì nella camera della "finestrìna" nel letto di uno dei ragazzi. La sarta del secondo piano con i due figli si strinsero nel letto matrimoniale. Per una decina di giorni fu cosl protetto, segreto ospite inat- teso della sarta, dei suoi due figli e del cortile. La cosa non poteva durare a lungo. Era necessario trovare una sistemazione di lunga durata che garan- tisse, nel possibile, la sicurezza.
l finto bracciale della Croce rossa come lasciapassare. Le bende per i feriti cucite in casa. Quelle mele lanciate sul treno dei deportati
Fra i clienti della sarta vi era un certo medico, professore, che era anche direttore della Croce Rossa. La sarta decise di ricorrere a lui anche se sua moglie, la signora Augusta, una volta l'aveva definita "bolscevica". Era andata così. Per la seduta di prova di una giacca, una volta il professore venne accompagnato dalla signora. Salendo le scale udirono la sarta che cantava. Non ebbero dubbi. La sarta stava cantando proprio uno di quei canti considerati "sovversivi" dal regime. Chissà quale, ne conosceva tanti. Entrata in casa si sentì in dovere di metterla in guardia; le disse: "Lei, cara Ines, è bolscevica (categoria politica per la quale la signora non nutriva alcuna simpatia) come lo sono tutti a Porta Po. Stia attenta". Non era una minaccia né un avvertimento, ma una preoccupata raccomandazione. Lei, la sarta, non conosceva esattamente il significato di quella parola. Ricordava il ritornello di un canto fascista che prometteva "a tutti i bolscevichi botte, botte in quantità" e che questi, i bolscevichi avevano avuto a che fare con la rivoluzione in Russia. Fu contenta di quell'accostamento. Cosl una mattina la "bolscevica" andò alla sede dalla Croce Rossa. A quei tempi era in via XX Settembre poi quei locali ospitarono gli uffici di un prestigioso notaio. Trovò il professore e gli espose il caso. Fra molti timori e raccomandazioni alla prudenza, le promise il suo aiuto. Un pomeriggio venne un signore. "Mi manda il professore" disse. Aveva al braccio un bracciale bianco con impressa una croce rossa. Anche per Sebastiano vi fu un bracciale e si allontanò con quello sconosciuto. Più tardi sapemmo che era stato indirizzato in una cascina di Ca' de Stefani, vicino a Vescovato.
Nei giorni che seguirono ricomparve il signore con il "bracciale della Croce Rossa". Sapemmo più tardi che si chiamava Franchini ed era il fattorino tuttofare di quella istituzione. Aveva una scatola di cartone. L'aprì e ci mostrò il contenuto: sfilacciature di tele varie, vecchi camici da infermiere e altra roba del genere. "Verrà il professore a dirle cosa fare" disse ed aggiunse "il soldato è sempre là e sta bene".
Venne il professore e spiegò che da qualche parte avevano dei feriti da curare ma mancavano del materiale necessario. "Veda se da questa roba può ricavare delle bende, chieda a persone fidate se hanno roba da infermeria, abbiamo bisogno di tutto".
Così la sarta, la Mariuccia e forse qualche altra donna si misero a fare fasce di tela. Il lavoro non era difficile. Dopo avere ritagliato le strisce bisognava fare una specie di orlo in tutta la lunghezza per evitare che si sfilacciassero. Si decise di "seghettarle". Si trattava di asportare, per tutta la lunghezza della fascia, dei triangolini di tela. A lavoro terminato i bordi apparivano frastagliati come una lama di una sega. Ad una estremità andavano cuciti due pezzi di fettuccia, che avrebbero permesso di fissare la benda dopo aver fatto la fasciatura. Ebbi anch'io un ruolo attivo che consistette nello stirare quelle strisce, arrotolarle su se stesse e riporle ordinate in una scatola.
Quella di confezionare bende non fu l'unica cosa che il professore chiese alla sarta. Suo figlio, ufficiale dell'esercito, dopo il dissolversi del suo reparto si era messo sulla strada di casa. Era fermo, con il bagaglio a Fidenza. Si trattava di andarlo a prendere. Così anche la sarta ebbe la sua fascia biancocrociata e con Franchini andò alla ricerca dell'ufficiale. Lo trovarono confuso con altri viaggiatori alla stazione di Fidenza. Il viaggio di ritorno in compagnia di un uomo giovane sicuramente soggetto agli obblighi di leva comportava qualche rischio. Se individuato come "renitente" poteva finire male per tutti. Salirono sulla "littorina" separati. Franchini con il bagaglio si sistemò da una parte. Il giovanotto finse di avere bisogno di essere sorretto, si appoggiò alla sarta ed insieme salirono sul treno andandosi a sistemare lontano da Franchini. Tutto filò liscio.
Dopo la resa i soldati italiani rimasero rinchiusi nella caserma. Alcuni di loro fuggirono calandosi da una finestra, con lenzuola annodate, verso via Vachìna (come ricorda Enrico Boccalini). lo non li vidi più, li vide pero la sarta del secondo piano. Silenziosi, incolonnati dietro un "camion" che sul cassone portava una mitragliatrice puntata verso di loro. Ai lati della colonna soldati tedeschi li tenevano sotto la minaccia delle loro armi.
Anche la signorina Gina era scesa in strada. Parlò con la sarta. Lei per quel giorno non aveva impegni di lavoro essendo l'ufficio nel quale lavorava, ancora chiuso per gli avvenimenti di quei giorni. Non era così per la sarta del secondo piano: era il lavoro delle sue due sole mani a sostenere tutta la famiglia che, in quei giorni con l'arrivo di Sebastiano, si era anche allargata.
Esitò un attimo, solo un momento, la decisione andava presa in fretta. Così si misero a seguire la colonna dei soldati in quel forzato andare via da quella nostra strada che era stata anche la loro. Non abbandonarli in questo momento, cercare di fargli sentire che nella tragedia non erano lasciati soli, le parve più importante del pur necessario lavoro. Avrebbe sempre potuto rimanere alzata una notte e recuperare il tempo impiegato diversamente.
Con le poche lire che potevano spendere, comprarono al negozio della Nena, un cartoccio di mele che misero nella borsa, a fiori rossi con due grandi anelli rigidi per manici, che la sarta portava con sé. A lei il rosso era sempre piaciuto.
Strade deserte ed il silenzio riempito dal rumoroso calpestio della colonna. Porte chiuse ed il tentativo di aprirsi di alcune finestre subito scoraggiato dagli sguardi e dal roteare minaccioso dei fucili verso l'alto. Un po' di gente sul corso. Qualche persona si unl a loro e all'arrivo alla stazione erano un piccolo gruppo silenzioso. I soldati vennero fatti entrare dai cancelli dalla parte del punto di ristoro per le mondariso, la gente tenuta lontana. Un tedesco teneva al guinzaglio un grosso cane.
La sarta e la Gina passarono per l'atrio centrale e riuscirono a raggiungere il binario. Le porte dei vagoni erano già state chiuse ma un finestrino era rima- sto aperto. Attraverso di esso videro i soldati ammassati all'interno. Qualcuno, in italiano, intimò loro di allontanarsi. La sarta lanciò la borsa dai fiori rossi con le mele all'interno del vagone. Si allontanarono e si fermarono nel piazzale antistante la stazione finché non videro il treno partire (ricordo della signorina Gina).
Di Sebastiano non sapemmo più niente fino a quando, la guerra era ormai finita da almeno un anno, alla sarta arrivò una lettera. Scriveva dalla Sicilia, aveva delle difficoltà ed era intenzionato a venire "in su" per cercare lavoro. Chiedeva se lo poteva ospitare. I tempi però erano cambiati ed anche le cose. Non se ne fece niente. Ma nel cortile fummo tutti contenti che l'avesse scampata.
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