Intervista a Paolo Carbone, tra ricordi del passato e propositi per il futuro: il nuovo dirigente dell’Einaudi si presenta e si racconta
Te lo snocciola come se fosse niente, invece, Paolo Carbone, succeduto a Nicoletta Ferrari alla guida dell’I.I.S. “L. Einaudi”, vanta un curriculum in grado di suscitare soggezione. Carbone elenca con nonchalance gli studi liceali, la laurea in Lettere classiche - a Pisa, nel 1998, con una tesi sulla Storia della lingua greca, redatta con la supervisione di Riccardo Di Donato - e non uno ma addirittura due diplomi in pianoforte conseguiti a Parma (1991) ed a Piacenza (2010), il secondo dei quali con Cristina Frosini, in seguito direttrice del Conservatorio di Milano.
Il tutto, ça va sans dire, con la lode.
Anche la sfilza delle abilitazioni è ragguardevole: in Latino, Greco, Letteratura italiana e Filosofia, insegnata alla Fondazione Manziana di Crema fino al 2005/2006. Il ruolo arriva subito dopo, con l’anno di prova da svolgere alla media “G. Vailati”. Poi le esperienze alle “A. Galmozzi”, all’artistico “B. Munari”, allo “Stanga” ed al “G. Galilei”, dal 2009 al 2014, quando, in virtù dell’esito del concorso ordinario del 2011, Paolo Carbone viene nominato preside del Comprensivo Crema Tre “Nelson Mandela” (e dunque pure delle “A. Galmozzi”).
Per Carbone, la scuola è totalizzante e richiede una vocazione profonda. I ricordi si affollano: “L’idea di lasciare gli allievi mi tormentò a lungo: il ‘lutto’ si protrasse per sei mesi. Tanti mi scrissero. Ho conservato i biglietti. Mi colpirono soprattutto le parole de ‘il Poeta’, uno dei miei ragazzi: ‘Quindi, prof, ha deciso di fare il burocrate; però, se è quello che desidera…’. Vi lessi la delusione di chi si considerava tradito, temperata dall’affetto. Gli risposi che non intraprendevo una strada alternativa per allontanarmi, bensì per essere vicino agli alunni, in maniera diversa. Per la cronaca, ‘il Poeta’ si è laureato in Filologia romanza a Bologna e ne ho gioito enormemente: nel nostro lavoro, i risultati si concretizzano a distanza.”.
Come anticipato, Carbone coltiva parallelamente un’immensa passione per la musica ed ammette: “Non riesco a scegliere tra questi amori”. Talvolta, ha piuttosto tentato di fonderli: è accaduto, per un ventennio, al Civico “L. Folcioni”, in cui ha insegnato pianoforte, occupandosi inoltre di propedeutica musicale, a favore dei più piccoli. In parallelo, c’è stata addirittura l’attività concertistica, sia nel repertorio otto/novecentesco a quattro mani, con Biancamaria Piantelli, che come solista
Eppure Paolo Carbone non fa pesare la sua vasta formazione umanistica, se la vive con discrezione, gli appartiene, è uno strumento per entrare garbatamente in connessione, capire, intrecciare rapporti. L’impressione è che la cultura rappresenti per lui un habitus, che non esclude la gratificazione personale, ma che non cede per nessuna ragione all’esibizione. Insomma, la soddisfazione per gli importanti traguardi raggiunti non si è mai trasformata in boria.
Infatti, nel suo ufficio, la poltrona in simil pelle nera, il trono, è in un angolo, come in castigo. Per la scrivania, Carbone ha spartanamente preferito una normalissima sedia. Ci confida di aver convertito la presidenza del “N. Mandela” in una sala docenti: “Era più utile: io giravo per le varie sedi e mi bastava uno sgabello nelle segreterie”.
Carbone è nato il 3 maggio del 1970 a Luino ed ha vissuto per un breve periodo, circa un lustro, a Germignaga, sul Lago Maggiore. La mamma era maestra, il papà un impiegato dell’Agenzia delle Entrate. La famiglia si trasferì a Massa Carrara, che offriva un clima più salubre per un bambino alquanto cagionevole. Oggi, Paolo Carbone è sposato con un’insegnante elementare, ha tre figli, abita a Crema dal 1994 e si definisce pertanto “cremasco d’adozione”. L’intrico degli spostamenti, le coincidenze, le analessi sono ricorrenti nella sua esistenza: “In giugno – spiega - sono stato presidente di maturità all’ ‘Einaudi’, nell’indirizzo sociosanitario. Chi avrebbe immaginato di tornarci come dirigente, nel giro di pochi mesi? La vita è fatta di svolte improvvise ed inattese”.
Com’è stato ‘in cattedra’?
“Ero ritenuto ‘buono’. La severità fine a sé stessa, per me, non paga. Chiesi ad una classe: ‘Perché fate baccano con me e non con il collega?’. La replica fu spiazzante ed illuminante: ‘Con lei, c’è un casino soltanto fisico, con lui mentale’. Compresi che era preferibile il trattamento riservato a me e ribattei: ‘Allora, continuate’… Dagli studenti s’impara. Credo di avere un approccio montessoriano; ho sempre privilegiato l’aspetto empatico. In generale, non mi piacciono le note, le sospensioni, le non ammissioni, sebbene possano essere necessarie. Rappresentano ciò che io chiamo ‘l’armamentario’. Per una bocciatura, non dormii per una settimana”.
E ci illustra il “metodo Carbone”: “Quando qualcuno andava male, gli stavo addosso, lo tartassavo fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, per aiutarlo a recuperare. Se serviva, facevo rifare un tema più volte e rigorosamente a mano, poiché la manualità è fondamentale: non sono favorevole ad un uso eccessivo del computer. Non mi arrendevo facilmente. Ciononostante, in un’occasione, stremato, arrivai ad implorare un giovane dallo scarso impegno, al quale avevo continuato a fornire a vuoto riassunti, schemi e mappe. Lo supplicai: ‘Fallo per me…’. Lui non l’ha dimenticato e l’ha raccontato alla mia primogenita, che si è iscritta nella palestra, in cui lui è istruttore. Mi portavo a casa i quaderni, trascorrevo l’intero pomeriggio a correggere: era faticoso. Non proponevo lezioni frontali: graduavo l’argomento su più livelli, prevedendo attività differenti, in base alle esigenze individuali. Vengo tuttora fermato per strada per un saluto e ne sono felice. La vera sconfitta è non riuscire ad intercettare chi abbiamo di fronte. Deve avvenire attraverso la materia. Il nostro compito consiste nel far trovare a ciascuno la propria strada, nel cercare di sanare le situazioni di fragilità e di disagio delle fasce più deboli, per evitare che si verifichino ricadute negative sulla società”.
Qual è la sua caratteristica principale?
“Io penso di essere una persona disponibile al dialogo ed all’ascolto. Quando, al ‘N. Mandela’, era il momento di rincasare, spesso, impiegavo parecchio tempo per raggiungere l’auto: venivo fermato ad ogni passo, per le questioni più disparate. Ho optato per il cambiamento e sono approdato alle superiori: mi auguro di non favorire l’anarchia! – sorride ed aggiunge – qui sto notando organizzazione, sincero entusiasmo, desiderio di mettersi in gioco… Le premesse sono positive. Dopodiché, il mondo scolastico è estremamente complesso. Esso comporta indubbiamente gravi responsabilità, abilità relazionali e, nel contempo, un notevole potere gestionale. Capita di dover assumere decisioni delicate, spinose. Io cerco di perseguire il bene esclusivo del discente ed agisco soltanto dopo essermi confrontato con tutti. Proseguirò così”.
Introdurrà il discorso musicale? Avvierà collaborazioni con le realtà locali del settore?
“È prematuro, tuttavia, non lo escludo: dovrò parlarne con i professori, per valutare il gradimento interno di eventuali progetti in tale direzione”.
Nella città della liuteria, nella terra di Claudio Monteverdi e di Amilcare Ponchielli, le opportunità non mancheranno: in via Bissolati, il futuro già inizia a prendere forma.
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