5 novembre 2026

L'alluvione di Firenze nei ricordi di Enrico Guerra di Cingia de' Botti, presente nei momenti del disastro. "Mancava tutto, portavamo il pane in elicottero. Gli americani ci hanno regalato dei rasoi"

Buio e acqua. Acqua che corre e fischia furiosa tra le vie della città. Melma, freddo, un solo colore, quello del fango che ricopre ogni cosa, ogni strada, ogni persona. Sono le prime ore del giorno del 4 novembre 1966, siamo a Firenze e le previsioni meteo parlano di "piovaschi". Ma la realtà è ben diversa e se lo ricorda perfettamente Palmiro Enrico Guerra, , che oggi ha 81 anni e vive a Cingia de' Botti. Lui era là, nel momento del disastro e dopo, per tre lunghi mesi. A quei tempi l'Italia è ben diversa da oggi: il servizio militare è obbligatorio a 21 anni e ne dura due, le televisioni e le radio non sono diffuse capillarmente e neppure i telefoni; nel nostro Paese non si esiste ancora l'idea di un coordinamento di Protezione Civile.

Poi arriva quel 4 novembre del 1966. 

E ce lo facciamo raccontare proprio da Enrico, militare di leva nei "Lupi di Toscana" che prestava servizio in caserma a Scandicci. Aveva compiuto 21 anni da 2 giorni; per lui, come per i suoi commilitoni, la giornata inizia con un allarme. Ma i giovani militari non sanno quello che sta succedendo a pochi chilometri di distanza: la tele e la radio sono in uso solo ai comandanti.

"Abbiamo guardato fuori e c'erano già delle camionette che si stavano muovendo. Allora ci hanno dato il fucile -non so perchè- e siamo partiti anche noi". Destinazione: Firenze. La bella Firenze che Enrico aveva visto nei giorni precedenti, con le aiuole curate, i fiori ai balconi. Ma ora la città ha un'altra faccia: "Siamo arrivati al lungarno e c'era ancora gente che si affacciava ai muretti per vedere il fiume in piena. C'erano le guardie e i Carabinieri che allontanavano i curiosi, ma nessuno era stato sfollato ancora. Alla stazione di Santa Maria Novella la gente attendeva il treno al livello sotterraneo. Eppure poco più indietro, vicino ai ponti, l'acqua aveva già iniziato a scavalcare. Fischiva l'acqua, faceva paura quel rumore" racconta Enrico, non senza emozione.

Alla fine arriva l'onda

Le acque dell'Arno, che Manzoni un secolo e mezzo prima aveva metaforicamente scelto per "sciacquare" i suoi panni, ora sono una fiumana furiosa che copre, spezza e spazza ogni cosa incontrata, case, strade, auto, monumenti: la culla del Rinascimento e della cultura italiana vengono inghiottite in pochi minuti.

Da quel momento manca tutto: luce, gas, telefono. Ma soprattutto manca il coordinamento. Sono i primi momenti dell'emergenza, arrivano i militari ma anche loro non sanno cosa fare, come muoversi. "Siamo arrivati che l'acqua ci arrivava al petto e con l'acqua veniva giù di tutto. Ho visto divani, televisioni, una roba da non credere.  Abbiamo aiutato la gente a scappare, a Santa Maria Novella portavamo fuori dalla stazione le persone che erano al piano sottoterra: lì era arrivata l'acqua e qualcuno aveva perso la valigia, ma voleva tornare a cercarla. Allora noi dovevamo non sapevamo se andare noi a cercare le valigie. Poi ci hanno detto di lasciare perdere e portare in sicurezza le persone" ricorda Enrico "Poi l'ondata si è abbassata abbastanza velocemente, ma è rimasto di tutto per strada e le cantine e i seminterrati sono rimasti allagati. Ci hanno portato le pale, ma fin che c'era acqua non abbiamo potuto farci molto".

Che fare dunque di quella povera gente rimasta chiusa in casa ai piani alti o sui tetti? "In periferia era anche peggio della città, lì c'erano molti animali e capi di bestiame morti. E gli anziani che non volevano andare via. C'era chi piangeva perchè aveva perso tutto, ma non mancavano mai di chiederci "soldato, come stai? Erano loro a darci l'affetto e la forza per andare avanti. C'era chi portava fuori le persone nelle tinozze, perchè i mezzi dei Vigili del fuoco non arrivavano fin lì. In città portavamo il pane con l'elicottero. Mama che paüra a volare lì sopra... racconta Enrico con un sorriso- Prendevamo il pane a Fiesole, perchè in città i forni non funzionavano. Poi dall'alto lo calavamo sui balconi e sui terrazzi. Per avvertire avevamo fatto una specie di megafono con un giornale arrotolato. Non si sapeva bene cosa fare, come muoversi. Cercavamo di fare con quello che potevamo. Per noi invece non c'era molto da mangiare, ci davano delle gallette, ma erano vecchie e stantie, chissà da quanto tempo erano lì. Eravamo tutti militari giovani, spalavamo tutto il giorno, ti immagini che fame avevamo!"

Ma non solo fame

Calze fradice, anfibi perennemente zuppi di acqua che facevano persin la muffa, pantaloni di riserva sempre pochi. Eppure Enrico e i suoi commilitoni sono rimasti lì fin dopo Natale, a spalare, pulire, aiutare: eroi che non indossano la maschera o il mantello, ma calzano alti stivali di gomma; non volano sopra la città: scendono nelle strade e nelle cantine. Non hanno superpoteri, ma usano pale e carriole. E lo fanno per tre mesi, mentre a casa la preoccupazione non è poca, visto che i mezzi di comunicazione sono poca roba. Ma Enrico ogni giorno scrive alla sua Luisa, la fidanzata che lo aspetta e che lo sposerà, una volta tornato dal militare. 

"Ho anche aiutato a portare fuori dal Duomo il crocifisso di Cimabue. L'ho proprio toccato con mano, la cornice. Eravamo in tanti perchè bisognava fare molta attenzione. A Natale ho anche visto il Papa (Paolo VI, ndr), ma da lontano perchè io stavo spalando e lavorando" racconta ancora Enrico con un certo orgoglio. 

Sarà l'allora Ministro della Difesa Roberto Tremelloni a conferire la benemerenza al Caporal Maggiore Enrico Guerra mentre dagli americani arriveranno in dono dei nuovissimi rasoi Braun a batteria. E sarà proprio in quell'occasione che gli americani gireranno dei video dei militari che si radono coi loro strumenti, usati poi come spot pubblicitari: "Pensa che non lo sapevo neanche, me l'ha detto un mio amico che ha visto la pubblicità al cinema".

Aiutare gli altri, sempre

Oggi Enrico si commuove ancora guardando le immagini trasmesse alla tele. Negli anni non ha mai smesso di aiutare gli altri, come volontario in paese, dove è attivo da oltre 25 anni; non si è tirato indietro neppure nel 2000 e nel 2004, quando l'alluvione ha segnato le nostre terre di Po. E oggi quando c'è un funerale o una cerimonia importante in chiesa, Enrico indossa il giubbotto arancio e si occupa del traffico. Ma non è mai più tornato a Firenze; ora però in programma, nei prossimi mesi, sembre esserci proprio un viaggio nel capoluogo toscano, per tornare a vedere oggi di nuovo la città bella che Enrico ricordava prima di quel 4 novembre di 60 anni fa. E magari trovare qualche ragazzo di allora e scambiare ricordi di quella drammatica e ancora vivida esperienza.

In foto, Enrico oggi e nelle immagini scattate durante il servizio militare e la benemerenza di Tremelloni

 

 

Michela Garatti


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commenti


Elena

5 novembre 2026 14:55

Strana coincidenza, io all' epoca ero a Cremona. Sono fiorentina, ma mia madre era cremonese e lì viveva mia nonna. Se viene a Firenze credo che rimarrà fortemente deluso . Firenze è cambiata molto e non certamente in meglio