11 novembre, arriva San Martino. La sua storia, il dramma delle disdette, le tradizioni, i modi di dire e i proverbi
Novembre, tra nebbie profumi di cose buone, tra antichi saperi e tradizioni popolari apre le porte ad una serie di ricorrenze legate in modo profondo alla campagna e alla civiltà contadina. Si è in quel momento dell’anno in cui l’agricoltura ci insegna la sua lezione più bella e preziosa: quella di seminare oggi per un raccolto che non si vede ancora ma domani ci sarà. La terra, se lavorata con rispetto e sapienza, porta sempre i suoi frutti ed è doveroso rendere omaggio a un mondo che non appartiene solo al nostro passato perchè l’agricoltura è nella nostra storia ma è anche, e soprattutto, nel nostro presente e guarda al futuro: è economia, lavoro, impresa e ricerca. E’ fatta di persone, uomini e donne, che da sempre si alzano prima del sole e guardano al cielo con più attenzione di qualsiasi meteorologo. Sanno che quando i corvi volano basso annunciano freddo e quando le lumache salgono lungo in tronchi dei pioppi indicano dove arriverà una piena del fiume. Persone che investono senza sapere, comunque, che tempo farà ed affrontano mercati spesso imprevedibili, troppe volte messi in discussione e in difficoltà da “incursioni” a dir poco incerte che giungono dall’estero. Persone che si passano saperi che non stanno scritti in nessun manuale ma sono scolpiti nella storia.
La prima attesa, importante e storica ricorrenza è quella di San Martino dell’11 novembre, alla quale notoriamente si fa corrispondere la fine dell’anno agricolo. La terra si prepara a “riposare”, a vivere una nuova stagione, custodita, cullata e curata da coloro che, nei campi, ci passano la vita e le giornate. Una festa molto attesa nel mondo contadino dove ci si prepara ad affrontare l’inverno, stappando magari in compagnia le prime bottiglie di vino novello (del resto un antico proverbio recita che “per San Martino ogni mosto diventa vino"), riempiendosi la pancia anche di castagne, carne alla brace e polenta. Come noto, durante l’estate di San Martino venivano rinnovati i contratti agricoli annuali e da qui nasce il detto molto diffuso di “fare San Martino”, cioè di traslocare. L’anno lavorativo degli agricoltori termina tradizionalmente agli inizi di novembre, dopo la semina. Se il proprietario dei terreni, però, non rinnova il contratto per l’anno successivo, il contadino è costretto a trovare un nuovo impiego altrove, presso un’altra cascina.
Anni fa, specie nelle cascine, chi lavorava la terra viveva in cascina, o comunque nell’azienda agricola, in un’abitazione messa a disposizione dal padrone del fondo: quindi un cambio di lavoro comportava anche il trasloco di un’intera famiglia e venivano così caricati “armi e bagagli” sui carretti spostandosi da un podere all’altro. Tradizionalmente per San Martino cominciavano anche le attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti; si tenevano elezioni e in alcune zone, specie tra Lombardia ed Emilia, scadevano appunto i contratti agricoli e di affitto. Quello di San Martino era anche il momento in cui si ammazzava il maiale, come accade tuttora in alcuni luoghi della Spagna dove un proverbio rammenta. “A todos nos llega el San Martìn”, e cioè “A tutti ci arriva il San Martino”, perchè prima o poi tutti dobbiamo morire. Anche per i bambini era festa grande perché il santo, come la Befana oggi, portava loro regalini scendendo dalla cappa del camino e, se avevano fatto capricci depositava una frusta ammonitrice, detta in Francia “Martin baton” o “martinet”, usanza tipica dei periodi di capodanno o di rinnovamento temporale.
Inoltre, così come i Celti festeggiavano il Samuin banchettando, il giorno di San Martino trascorreva anche nell’ingorda letizia delle tavole colme di ogni ben di Dio. Perciò, tuttora, la figura del Santo è sinonimo di abbondanza: “Ce sta lu sante Martino”, dicono ad esempio in Abruzzo quando in una casa non mancano le provviste. Ippolito di Cavalcanti, duca di Buonvicino, scriveva nel 1847 a proposito della festa del santo a Napoli: “Cheste è chella bella Jornata di San Martino c’a Napole, e me credo pe tutto lo Munno, se fa na grosa festa; e grazia de chesta sollennità, a dove echiù, a dove meno, se fa lo grande pranzo…”. Il giorno di San Martino era anche tempo di baldoria, favorita dal vino “vecchio” che proprio in questi giorni occorre finire per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata: in Romagna affermano infatti che “Par Sa’ Marten u s’imbariega grend e znèn”, cioè “per San Martino s’ubriaca il grande e il piccino”. Oppure : “Per San Martino si spilla il botticino”; e ancora, “Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino”. Ma in questi giorni scorre a fiumi anche il vino novello: è risaputo infatti che “Per San Martino ogni mosto è vino”.
Saperi e tradizioni saranno rinnovati, da qui ai prossimi giorni, tra l’una e l’altra riva del Grande fiume, tra Piacentino e Cremonese. A Monticelli d’Ongina, a due passi ormai da Cremona, è tutto pronto per la 28esima edizione del “San Martino di Monticelli”, straordinaria ed attesissima rievocazione della vita contadina che si aprirà venerdì, 6 novembre, alle 21, nel teatrino della Rocca, con “Al zio Giò”, commedia dialettale in tre atti di Angelo Cattadori. Sabato 7, alle 19, “Maruben e Mariola” alle scuole elementari e, alle 20, sfida tra le Cascine in via Martiri della Libertà. Alle 21.30, quindi, “Spungiaporci”, con Roberto Tubino al piffero e Andrea Nicolini alla fisarmonica, alle scuole elementari.
La giornata di domenica 8 si aprirà alle 10 con la visita guidata a cura del Fai in piazza Casali dove, a mezzogiorno, sarà la volta della “Tratturià dlà rasdùra” con piatti tipici della tradizione e “Bandella delle quattro province” con canti e musiche dal Po all’Appennino. Sempre a mezzogiorno, alle scuole elementari, “Batarò e Ganassèn, Mariola e Maruben” e nel pomeriggio, alle 14.30, sfilata dei carri e antichi mestieri in via Martiri della Libertà.
Nel parco della Rocca, scuderie e battesimo della sella e teatrino dei burattini con i giochi di una volta nell’area bimbi. Ci saranno anche visite al Museo del Po, all’Acquario e alla Cappella del Bembo e poi, alle 15, alle scuole elementari, “L’Incanto dell’Incanto”, spettacolare asta contadina. Alle 16, in piazza Massimo D’Azeglio spazio all’atteso Palo della Cuccagna e, alle 18, Stefano Valla e Daniele Scurati, piffero e fisarmonica, proporranno musica delle quattro province alle scuole elementari.
A Monticelli d’Ongina “risponderà”, la settimana successiva, Spinadesco, con la Sagra di San Martino, promossa da Parrocchia, Comune e Pro loco, in programma dall11 al 15 novembre. La sagra inizierà mercoledì 11 novembre, giorno di San Martino (patrono di Spinadesco), con la messa solenne che, alle 20.45, in chiesa parrocchiale, sarà celebrata da padre Giorgio Rizzi. La funzione vedrà rinnovarsi la tradizionale offerta del cero da parte dell’Amministrazione comunale. Venerdì 13, alle 21, in oratorio sarà inaugurata la mostra fotografica “Dalla pianura padana al mare” di Domenico Carannante mentre sabato 14, alle 19.30, in oratorio, si terrà la cena con intrattenimento musicale. Domenica 15, infine, si inizierà con la messa alle 10.30 mentre alle 15 sarà aperto, in piazza della chiesa, lo stand della Pro loco coi “Saùur de ‘nà volta”. Alle 15.30, nella sala consiliare del comune, saranno consegnate le borse di studio e, a seguire, appuntamento con “Dal filo alla vita: il segreto del baco da seta” con disegni, illustrazioni e video a cura dei bambini e dei ragazzi della scuola dell’infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado. Alle 17.30, in chiesa parrocchiale andrà quindi in scena lo spettacolo “San Francesco e il suo tempo” con Syntagma Music Consort e Massimiliano Pegorini. Sempre domenica 15, dopo le messe della mattina e dalle 15, nel teatro parrocchiale saranno attivi la pesca di beneficenza e il banco di vendita di riso e noci a favore di Aido.
Alla ricorrenza di San Martino, come sempre accade per le principali feste della campagna, sono legate anche diverse tradizioni gastronomiche ed i grandi protagonisti della tavola, per l’occasione, sono oca e maiale e, qui, si “diramano” anche alcune leggende. La più nota è quella secondo la quale il cavaliere Martino soccorse un vecchio infreddolito donandogli parte suo mantello ed il sole cominciò a battere forte come se fosse estate per scaldare il pover’uomo (da qui la nascita della cosiddetta “Estate di San Martino”). Quella stessa notte, Martino ebbe una visione che cambiò per sempre la sua esistenza: in sogno, infatti, gli apparve Gesù, il quale, con degli angeli, parlava proprio di lui come una persona di buon cuore, per merito di quel gesto d’altruismo. Al suo risveglio, il protagonista di questa storia, non ancora battezzato, non poté fare a meno di abbracciare definitivamente la fede, diventando un simbolo molto importante per l’intero mondo cristiano. Secondo un’altra leggenda, invece, Martino, per evitare di essere nominato vescovo, si nascose, ma le oche fecero talmente tanto rumore da farlo scoprire e, per lui, fu inevitabile diventare vescovo. Ecco perché l’oca è considerata la carne principale del menù di San Martino. Non solo per la leggenda secondo la quale, per ricordare il tradimento delle oche, il giorno di San Martino ne viene sempre arrostita una. L’oca, infatti, è legata anche ad altre tradizioni. Innanzitutto al fatto che, nel periodo della festa di San Martino, si concludevano i contratti agricoli e i contadini pagavano la decima ai Signori, spesso con prodotti della terra o del bestiame, tra cui appunto le oche. Inoltre perché la carne d’oca e quella di maiale costituiscono la migliore riserva di grasso e di proteine per il periodo invernale. Con il vino gli abitanti delle terre che un tempo era la Gallia Cisalpina, e che oggi alcuni chiamano Padania, consigliano di mangiare le castagne e l’oca: “Per San Martino castagne, oca e vino!”. Un’usanza, quella di mangiare l’oca, da rispettare per avere fortuna, come ci ricordano i Veneti: “Chi no magna l’oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin!”. Va anche detto che la scelta del grasso volatile come cibo tipico della festa di San Martino non è casuale perché dietro la popolare usanza gastronomica si celano vestigia di antiche credenze religiose che deriverebbero dalle celebrazioni del “Samuin” Celtico: l’oca di san Martino sarebbe dunque una discendente di quelle oche sacre ai Celti, simboli del Messaggero divino, che accompagnavano le anime dei defunti nell’aldilà. Infinite poi sono le favole europee ispirate all’oca sorte in terre che una volta furono dei Celti: si pensi alla “Vecchia delle oche” di Grimm, ai “Racconti di mia madre l’oca” attribuiti a Perrault, oppure al mito della fata Melusina che curiosamente aveva i piedi a forma di zampa d’oca che nessun mortale poteva vedere. Insomma, un’eco lontana di queste credenze potrebbe essere la consuetudine, esistente tuttora in molti Paesi dove la religione celtica era più radicata, di mangiare l’oca proprio in questi giorni, a partire dal giorno di Ognissanti.
Il mondo dell’agricoltura ha seguito per secoli lo scandire di questa data e oggi in Italia e in altri Paesi europei l’estate di San Martino viene festeggiata tutt’oggi con banchetti e sagre. Nei territori che si estendono tra Lombardia ed Emilia la devozione nei confronti del santo è, da secoli, estesa e radicata. Nella sola diocesi di Cremona è patrono delle comunità di Binanuova, Levata, San Martino in Beliseto, San Bassano, Isolello e Spinadesco ed è patrono anche di vari centri del Cremasco. Senza dimenticare, appena fuori dai confini cremonesi, a Viadana, la chiesa dedicata a lui e a San Nicola e, a San Martino Dall’Argine la bella fiera in centro al paese. La sua durata è espressa da un celebre detto popolare secondo cui: “L’Estate di San Martino dura tre giorni e un pochino”. In realtà la durata del periodo mite, con assenza di precipitazioni e prevalenza di schiarite, non ha un limite specifico secondo la scienza.
In città, a Cremona, il Museo civico “Ala Ponzone”, nella sala del Cinquecento, conserva un magnifico quadro di Vincenzo Campi, una delle opere che meglio rappresenta l’attenzione rivolta dal più giovane discendente della dinastia campesca per la pittura della realtà. Un’ opera d’arte che descrive infatti i dettagli della quotidianità della vita contadina raffigurando il trasloco che i braccianti erano costretti ad effettuare da una cascina all’altra a causa della scadenza del loro contratto. Questa usanza, legata alla festività di san Martino, pur essendo radicata fino alla metà dello scorso secolo nelle campagne della pianura padana, costituisce un soggetto iconografico che non trova precedenti in altre opere cinquecentesche sia italiane che straniere. La ricorrenza di San Martino, a suo modo, fa da “apripista” ad una serie di appuntamenti in cui si fondono fede e storia, folclore e tradizione, leggende e misteri.
Tra le leggende una delle più antiche, è quella de “Santi mercanti della neve”; definizione, questa, che deriva dal fatto che le ricorrenze cadrebbero nei giorni più nevosi dell’anno, ma anche in quelli che aprono le porte ad un primissimo e leggero spiraglio di primavera. Tra i “Mercanti della neve”, Santa Caterina (col detto “Per Santa Caterina le vacche in stalla”), che cade il 22 novembre, va ad accompagnare l’inizio dell’Avvento. Mentre le giornate si accorciano sempre di più (e vedremo se quest’anno la neve si vedrà o meno) ecco arrivare Sant’Andrea (30 novembre), Sant’Ambrogio (7 dicembre), l’Immacolata (8 dicembre). Passato poi il tempo delle festività natalizie, ecco Sant’Ilario (13 gennaio); San Mauro (15 gennaio) col detto “San Màur, un frad dal diaul”; Sant’Antonio Abate (17 gennaio), col motto “Sant Antoni, un frad dal demòni” e San Sebastiano (20 gennaio) con i detti “San Sebastian, un frad da can” e “San Sebastian, un’ura in man””. “Quest’ultimo, secondo la tradizione popolare ha “la viola in mano”, come a voler indicare l’intravedersi dei primissimi segni della primavera (con uno dei fiori che maggiormente la simboleggiano). Stando sempre alle tradizioni dei nostri vecchi, si dice che per San Sebastiano le galline ricomincino a deporre le uova mentre per Sant’Agnese (21 gennaio), il freddo è per le siepi e per San Vincenzo (22 gennaio) l’inverno mette i denti. Per Sant’Emerenziana (23 gennaio) se non piove il grano è a rischio e per San Francesco di Sales e san Feliciano (24 gennaio) se non piove fa poco grano. Tanto per restare in tema meteorologico il 25 gennaio, per la Conversione di San Paolo, se è sereno ci saranno buoni raccolti; se piove o nevica ci sarà la carestia; in caso di nebbia sarà l’annuncio, purtroppo, di una moria di animali e se ci sarà la tempesta, addirittura, sarà annunciatrice di una guerra tra i popoli. In Febbraio ecco arrivare, il 2, la festa della Candelora (la Presentazione di Gesù al Tempio), evento che si ritenga segni, per lo più, la fine dell’inverno. Dal punto di vita pagano la Candelora ha a che vedere con la purificazione e con i riti propiziatori per la fertilità della terra e rientra a pieno titolo tra gli otto Sabba (Shamain, Yule, Imbolc, Oestara, Beltane, Litha, Lammas e Mabon) che sono le principali festività del nostro calendario in cui vengono celebrati i solstizi, gli equinozi e altre ricorrenze legate alla Natura (a cui si sovrappongono le festività “religiose”). La Candelora è festeggiata il 2 febbraio, proprio perché, in base al calendario astronomico, questo è il giorno che fa finire l’inverno e che inaugura la primavera. E’ quindi un momento di passaggio, tra l’inverno/buio/”morte” e la primavera/luce/risveglio. Un celebre proverbio dice “Candelora dell’inverno semo fora”, ossia il 2 febbraio l’inverno può considerarsi finito. Il proverbio però continua “Ma se piove e tira vento, dell’inverno semo dentro”, vale a dire che se il 2 febbraio il tempo è brutto, l’inverno durerà almeno un altro mese. In questo senso la Candelora è anche legata ad alcune feste di origine agreste, in molti Paesi europei, infatti, si cucinano piatti specifici, che vengono offerti alla natura o alle fate, come in Francia. Il primo antichissimo proverbio latino sulla Candelora dice: “Si Purificatio nivibus – Pasqua floribus Si Purificatio floribus . Pasqua nivibus”. Significa cioè che se il 2 febbraio è freddo e nevoso, la Pasqua sarà bella. Se invece il 2 febbraio fa bel tempo, a Pasqua nevicherà. Quella della Candelora, meglio conosciuta, sull’una e sull’altra riva del Po come la “Sarjòla” è da sempre un appuntamento molto sentito nelle nostre campagne, come lo è quello del 17 gennaio con Sant’Antonio Abate, patrono degli animali. E’ sempre stata convinzione diffusa, tornando alla Candelora, il fatto che la candela ricevuta dal sacerdote, una volta portata a casa, possa esercitare benefici influssi contro le forze del male. Anche per questo la si è sempre utilizzata al capezzale dei moribondi, accendendola inoltre per la nascita di un bimbo. Ripetendo ed emulando il rito che si svolge in chiesa per la festa di San Biagio, protettore della gola, il più anziano/a della famiglia, fin dai tempi antichi, incrociava due candele benedette, a digiuno, poggiandole all’altezza della gola di chi manifestava dolori, facendogliele baciare in segno di devozione. D’estate, in occasione di temporali, per evitare grandinate, inoltre si è sempre bruciato l’ulivo benedetto la Domenica delle Palme utilizzando la candela della “Sarjòla”. Ma anche le bestemmie sono sempre state “immunizzate” da eventuali epidemie con la stessa candela.
Passata la ricorrenza della Candelora, il giorno seguente (3 febbraio) ecco un altro appuntamento legato ad un Santo tipicamente “invernale”, anche lui annoverato tra i “Mercanti della neve”: San Biagio, venerato tanto in Oriente quanto in Occidente, ben popolare anche tra le due rive del Grande fiume. Popolarissimo e diffuso, per questa ricorrenza, è il rito della “benedizione della gola”, fatta dai sacerdoti poggiandovi due candele incrociate oppure ungendola e facendo una croce con l’olio benedetto, sempre invocando la sua intercessione.
Altra tradizione legata a questa ricorrenza è quella di mangiare il “panettone di San Biagio”. Per l’occasione, e per rispettare la ricorrenza, il panettone dovrebbe essere quello avanzato dopo le recenti festività natalizie. Due giorni più tardi, il 5 febbraio, la festa di Sant’Agata va, in qualche modo, a suggellare il “carnet” dei santi invernali e dei “mercanti della neve”. Con l’auspicio che le nostre tradizioni e le nostre ricorrenze contadine possano, sempre di più, ritrovare vigore e far emergere l’identità dei nostri territori, di qua e di là dal Po.
Eremita del Po
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