6 novembre 2026

Antonio Vivaldi e il suo bel canto arrivano nella Crema del Settecento

In attesa del concerto de ‘I virtuosi di Cremona’ diretti da Mauro Ivano Benaglia che riproporranno le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi al Museo del Violino il 28 novembre in occasione della IV edizione del concerto ‘Stradivari per Vialli’, la storia riporta ad un incredibile esecuzione di un’opera vivaldiana: l’Artabano o La costanza trionfante degl'amori e degl'odii (RV 706-A) a Crema nel 1723. Tutto lo staff vivaldiano fu presente a quelle rappresentazioni. 

La musica di Antonio Vivaldi arrivò, ai tempi di Vivaldi nel cuore della pianura padana. Precisamente a Crema che era, in quegli anni, una fortissima enclave della Serenissima Repubblica di Venezia, nelle terre del Ducato di Milano. L’influenza del ‘cerchio magico’ che circondava il Prete Rosso sconfinò (come si vedrà) anche nei teatri del ducato milanese. 

A Crema esisteva, fin dal Seicento (1643),  una sala dedicata agli spettacoli all’interno di Palazzo Comunale. Solo nel 1720 avvenne una vera svolta legata, come si direbbe oggi, ad un’emergenza. Qualche anno prima, a Milano (1708), un incendio cancellò il Salone Margherita, sede di spettacoli musicali, proprio vicino all’archivio del comune di Milano. Migliaia di documenti andarono cos’ distrutti. Atterriti da questa possibilità i componenti del Consiglio Generale di Crema, ordinarono la costruzione di un teatro lontano dagli archivi comunali. La posa della prima pietra avvenne il 28 aprile 1716. I lavori durarono quattro anni e la struttura venne solennemente inaugurata nel 1720 con il nome di Teatro della Regia Città di Crema. Fu un tipico teatro d'opera barocco: pianta a ferro di cavallo, diversi ordini di palchetti in legno, acquistati e decorati privatamente dalle famiglie patrizie cremasche. 

E fu probabilmente in questo piccolo gioiello che tre anni dopo la sua apertura, era l’autunno del 1723 per la fiera [1], arrivò l’opera di Antonio Vivaldi Artabano re dei Parti ovvero La costanza trionfante degl'amori e degl'odii (RV 706-A) dramma per musica in tre atti su libretto di Antonio Marchi. Nella stessa fiera fu rappresentata come il medesimo cast, l’opera L’innocenza Giustificata su libretto di Francesco Silvani,  musica di Fortunato Chelleri  [Keller] in collaborazione con Giovan Antonio Madonis e consacrata a sua eccellenza Lorenzo Pasqualigo camerlengo, un veneziano alla corte di Enrico VIII d'Inghilterra.

Il libretto di Marchi narra della rivalità tra Roma e i Parti, nel primo secolo dopo Cristo,  i quali erano impegnati nella sfida con gli Armeni. Artabano re dei Parti sconfigge Tigrane re d’Armenia e rapisce la regina Doriclea innamorandosi perdutamente di lei. Nascono così vicende amorose e guerriere che saranno poi risolte dal lieto fine evocato dal titolo.

Fu un’opera dalla storia particolarmente complessa, come era un po’ uso in quei primi decenni del Settecento in tutta l’area di Venezia, ma più in generale in qualsiasi teatro italiano dell’epoca. La ‘prima’ rappresentazione avvenne il 18 gennaio 1716 al Teatro San Moisè di Venezia. Il libretto riporta anche il nobile a cui l’opera era stata dedicata: Pietro Emanuele Martinengo, Colleone marchese di Pianezza e conte di Cavernago: grande mecenate del Prete Rosso, e influente personaggio politico nelle terre bresciane e bergamasche della Repubblica Veneziana, confinanti proprio con Crema. 

Il successo ottenuto a Venezia si amplificò. Il lavoro vivaldiano fu riproposto  sia nel resto d’Italia sia in diverse piazze europee. Anche in forme rivedute per le esigenze dei teatri dove era eseguita utilizzando diversi titoli, come Artabano, re de’ Parti o, più semplicemente L’Artabano, o come Doriclea o Die über Hass und Liebe siegende Beständigkeit, oder Tigrane e L’odio vinto dalla costanza. Più nel dettaglio: nel 1718 l’opera fu ripresa, per Carnevale, sempre al teatro S.Moisè. A Vicenza come Artabano (1719).

Nel 1723 arrivò dunque a Crema per mano dell’impresario veneziano Santo Burigotti, uno degli uomini a stretto contatto con Vivaldi. Burigotti mise in scena e collaborò, con il compositore veneziano, alla gestione di tanti altri importanti drammi musicali come appunto L'Artabano, re de' Parti (RV 706b) e La Dorilla in Tempe (RV 709). Un impresario dalle grandi qualità organizzative che porterà le opere del veneziano e lo stesso Vivaldi a Praga, nel 1730, dal Conte Anton Von Sporck che aveva inaugurato, nel 1724, un teatro in cui si rappresentavano le opere di Vivaldi, quelle sponsorizzate appunto da Santo Burigotti. 

A strettissimo contatto con il Prete Rosso anche altri due personaggi. Fortunato Chelleri  [Keller] citato come compositore de L’innocenza Giustificata e Giovan Antonio Madonis nominato come impresario. In realtà furono entrambi musicisti che collaboravano direttamente con Vivaldi. Il primo, Chelleri, gravitava con le sue opere al teatro Sant’Angelo dove sarebbe andata in scena l’opera  l'Amalasunta proprio su esplicita richiesta e commissione di Vivaldi . Il secondo,  Madonis, addirittura passato alla storia come allievo di violino di Vivaldi probabilmente al Pio Ospedale della Pietà (?) . Dunque, è  possibile ipotizzare che L’innocenza Giustificata potesse essere un’opera a quattro mani di Chelleri e Madonis. Non c’è poi da escludere che, contenesse arie del Prete Rosso, come era nella prassi esecutiva e teatrale del tempo.

Il libretto di Silvani racconta della vicenda dell’imperatrice Giuditta. La nobile difende il diritto al trono del figlioletto Carlo, scatenando l'ira del primogenito di primo letto Lotario, che vuole tutto il potere per sé. Lotario accusa falsamente Giuditta di adulterio con il duca Berardo per distruggere la sua credibilità. Lotario fa rapire il piccolo Carlo e minaccia di ucciderlo se Giuditta non rinuncerà al regno. Il nobile Adalgiso (figlio di Lotario) si ribella segretamente alle crudeltà del padre sia per senso di giustizia, sia perché ama Edvige (figlia di Giuditta). I complotti vengono sventati, il piccolo Carlo viene salvato in extremis e la totale innocenza di Giuditta viene solennemente riconosciuta e "giustificata".

La presenza a Crema di tutto lo staff vivaldiano è confermata anche dalla composizione del cast dei cantanti. A partire dal tenore Antonio Denzio (Lotario) che, si era esibito a Venezia, nel 1716, sotto la direzione di Vivaldi nella prima al Teatro San Moisè nel ruolo di Artabano. Denzio (1689 – dopo 1763), nell’universo vivaldiano, è stato un personaggio di rilievo. Interpretò oltre che Artabano, in diverse edizioni, anche il Farnace (Praga, 1730). Si esibì e organizzò la messa in scena de L'innocenza giustificata (1725), e l’Agrippo (1733) con arie scritte da Vivaldi. 

Anche Anna Maria Giusti detta la Romanina, altra interprete a Crema di Vivaldi (Giuditta) fu, per eccellenza, cantante vivaldiana. Prima donna a Vicenza in Ottone in Villa (1713). Poi Angelica nell’ Orlando furioso del (1714/1715) a Venezia. Anche lei entrò nello staff del veneziano Santo Burigotti. Pure Teresa Peruzzi, (contralto/ Gildippe) detta "La Denzia" o "Denzio", fu strettamente legata alla cerchia del veneziano e alla dinastia di musicisti della famiglia Denzio. Fu direttamente il musicista veneziano a invitarla a trasferirsi a Praga per fare parte della celebre compagnia d'opera italiana guidata dal tenore e impresario veneziano Antonio Denzio. Lì cantò in diverse produzioni di rilievo, tra cui L'Amore tirannico di Francesco Feo nel 1727.

Altro personaggio di quella recita cremasca legatissimo a Vivaldi fu il castrato Filippo Finazzi (Asprando). Nato a Bergamo, intorno al 1706, esordì proprio a Crema con quest’opera  di Vivaldi dopo, probabilmente, un soggiorno nella città lagunare, diventando un artista caro al compositore lagunare. A Venezia, nel 1727, esordì al teatro S. Angelo nella Dorilla vivaldiana ( Nomio). Senza particolari rapporti con Venezia risultano, in quelle serate cremasche Giulia Paronetto (Adalgisio) e Felice Novello [Monticelli Antonio Felice detto Novelli, Novello] (Berardo). 

La rappresentazione di queste due opere è l’esempio, forse non l’unico (altre ricerche potranno attestarne in futuro), della presenza vivaldiana diretta nel cremonese. L’analisi dei personaggi consente di dire con certezza che tutto lo staff del Prete Rosso si era mosso per mettere in scena lavori che avevano avuto fama e successo nella stessa Venezia come l’ Artabano, che ha rappresentato un punto di svolta nella produzione vivaldiana. 

La costanza trionfante  o Artabano inaugurò infatti una gestione innovativa del Teatro San Moisè di Venezia, basata su un modello economico sostenibile e sulla valorizzazione di giovani talenti. Grazie a un libretto d'ispirazione politica e a una partitura raffinata, lo spettacolo ottenne un grande successo, trasformando l'approccio sperimentale del teatro in un'eredità storica che un secolo dopo avrebbe accolto le farse giovanili di Gioacchino Rossini.

[1] Scene della Provincia di Cremona. Rappresentazioni sceniche nei Teatri della Provincia di Cremona 1546-1900, Francesco Maria Liborio, Cremona (2022).

 

*Musicologo

 

Roberto Fiorentini


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