L’eccellenza si tramanda sul palco: dialogo tra generazioni all’Auditorium Arvedi nel segno di Brahms e Šostakovič
C’è un momento preciso in cui lo studio si trasforma in arte, e quel momento a volte non avviene tra le mura di un’aula, ma sotto le luci della ribalta. Questa sera, l’Auditorium Arvedi è stato testimone di una di quelle rare alchimie che rendono l’Accademia Stauffer un’eccellenza mondiale: il progetto Playing with the Maestro. Dopo Roman Simovic e Mario Brunello, è stato il turno di un gigante del pianismo come Andrea Lucchesini, che ha condiviso il palco con i giovani talenti del Quartetto di Genova e del Quartetto Quazar.
La forza della serata è consistita nell’audace scelta di giustapporre due capolavori antitetici del repertorio per quintetto, offrendo un saggio di versatilità interpretativa. Nel Quintetto in fa minore op. 34 di Brahms, il Quartetto di Genova, guidato dal pianismo solido e pastoso di Lucchesini, ha esplorato le architetture monumentali del Romanticismo tedesco. L’esecuzione è riuscita solo in parte a restituire quel contrasto che dovrebbe emergere tra l’impeto eroico dei tempi estremi e l’intimità del finale, in cui la concertazione tra il Maestro e i giovani archi ha creato una densità sonora quasi sinfonica, capace di avvolgere l’intera sala. Dopo qualche rigidità nell’avvio del discorso musicale, comprensibilmente meno fluido nell’agogica e più slegato nell’impasto timbrico e nelle intenzioni forse per la consapevolezza dell’impervia montagna da scalare, ma anche per una certa difficoltà intrinseca alla scrittura brahmsiana, talora ridondante e poco felice nel senso musicale per effetto dei numerosi rimaneggiamenti del compositore, e tale da mettere a dura prova la chiarezza dell’articolazione del quartetto, l’ensemble ha trovato, grazie al luminoso centro di gravità costituito dal maestro Lucchesini, la quadra per entrare nella ricchezza di questo monumento del repertorio cameristico.
Lo scherzo è stato reso in tutta la sua sfarzosità di spunti ritmici e tematici; i giovani musicisti non si sono risparmiati negli incalzanti ritmi anacrusici, dialogando con sicurezza e passione con il pianoforte. La vetta è stata conquistata nel finale, con il gruppo a suo agio tra i i repentini e bruschi cambiamenti di scenario, tra ballabili da osteria e suoni di cornamuse, come da copione nel Brahms più autentico e ispirato.
Diametralmente opposto è stato l’approccio richiesto per il Quintetto op. 57 di Šostakovič. Qui, il Quartetto Quazar ha fatto dimenticare l’equilibrio e la cantabilità brahmsiana per immergersi nelle atmosfere scarne e taglienti del Novecento sovietico. Insieme a Lucchesini, che ha mutato la gamma timbrica del precedente quintetto imbracciando una tavolozza dalle tinte quasi espressioniste, i musicisti hanno cesellato ogni nota con un rigore quasi chirurgico: la chiarezza neoclassica dei primi movimenti è stata resa al meglio con una massa di suono compatto e dotato di grande proiezione, ma anche un nitore ipnotico nell’esposizione della bellissima fuga. Lo scherzo è stato affrontato in tutta la sua sulfurea e strabordante esuberanza. Il lento ha lasciato spazio a una tensione drammatica sottile, culminata in un finale di straordinaria lucidità emotiva, scandito da brillanti tempi di marcia sostenuti dal gruppo con impeto e trascoloranti senza soluzione di continuità in episodi di conturbante cromatismo.
Vedere queste ragazze e ragazzi suonare fianco a fianco con un interprete di tale levatura non è stato solo un piacere per l’udito; è stata la conferma che la grande musica si trasmette anche e soprattutto per osmosi. La Stauffer non si è limitata a "insegnare", ma ha permesso ai suoi allievi di abitare la scena insieme ad uno dei mostri sacri del nostro tempo. È stata un’opportunità rara, che ha trasformato il perfezionamento accademico in una vera iniziazione artistica. Cremona si è confermata, ancora una volta, il centro nevralgico dove i futuri protagonisti della scena musicale imparano, con umiltà e talento, dai migliori.
Il pubblico entusiasta, che affollava ogni ordine di posti dell’auditorium, ha tributato convinti applausi.
Servizio fotografico di Francesco Sessa Ventura
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