La fuga di Ferdinando di Borbone con la Corte di Colorno e lo sbarco a Casalmaggiore prima di cercar rifugio a Cremona
Ci sono storie che, nello scorrere dello spazio e del tempo, spesso e volentieri anno unito le due rive del Grande fiume. Ci sono personaggi che, sull’una e sull’altra sponda, la storia l’hanno fatta ed è lei stessa a tenerli “vivi”. Ci sono vicende umane, piccole e grandi, che talvolta hanno unito ed altre volte diviso le terre di Po; e ci sono persone che la storia la studiano, la ripercorrono la rimettono insieme, tassello dopo tassello, dando vita a pagine epocali del nostro passato. Due di questi sono Paolo Affanni e Cesare Conti di Colorno che, da anni, portano avanti studi, ricerche, approfondimenti sul loro e sui nostri territori. Sono stati loro a ritrovare i resti dell’antico borgo di Cella, divorato dalle acque del Po; sono stati loro a dare vita a saggi e pubblicazioni di straordinario valore per la storia delle terre del Po. Sono stati e sono loro che continuano, ogni giorno, a scavare nel passato, non solo con competenza ma soprattutto con passione, col cuore e con impegno encomiabile. A loro si deve dire Grazie per questo immenso lavoro e per l’articolo che hanno redatto, e che di seguito si pubblica, relativo al giugno 1799, alla fuga di Ferdinando di Borbone, con la Corte di Colorno che dovette sbarcare a Casalmaggiore.
La fuga di Ferdinando di Borbone: 17 giorni che sconvolsero il Ducato
Sul finire della primavera del 1799, mentre l’Europa era sconvolta dalle guerre rivoluzionarie, anche il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla attraversò uno dei momenti più drammatici della propria storia. Protagonista di quegli eventi fu il duca Ferdinando di Borbone, sovrano spesso descritto come remissivo ma che, in realtà seppe opporsi con tenacia alle continue pressioni politiche e militari francesi. Proprio lui, che fino ad allora era riuscito tra sacrifici e umiliazioni a conservare il trono, fu costretto a lasciare Colorno e a intraprendere una fuga destinata a durare diciassette giorni.
Per comprendere quanto accadde è necessario tornare al 1796, quando Napoleone Bonaparte invase il Ducato tentando di estromettere Ferdinando dai suoi domini. Il Duca, alleato dell’Austria, deciso a restare accanto al proprio popolo, ai domenicani e alla Corte colornese resistette con un esercito modesto ma fedele. Il prezzo della sopravvivenza politica fu però altissimo: opere d’arte, tesori e ingenti somme di denaro vennero ceduti ai francesi e la pace del 9 maggio 1796 consentì al sovrano di mantenere almeno formalmente il potere. Anche durante il passaggio di Papa Pio VI in territorio parmense, costretto all’esilio dopo l’occupazione francese di Roma e della Toscana, Ferdinando, nonostante la sua grande devozione, dovette sottostare alle imposizioni napoleoniche, limitandosi a ospitare brevemente il pontefice nel monastero di San Giovanni Evangelista prima della sua partenza verso il Piemonte e la Francia.
Nonostante ciò, il Duca cercò di approfittare del continuo bisogno di denaro dell’esercito francese per recuperare parte dei beni sottratti al Ducato. Con un accordo stipulato l’11 marzo 1799 riuscì infatti a riottenere il tesoro dell’Ordine Costantiniano e della Steccata pagando quattro milioni. Ma pochi mesi dopo la situazione precipitò nuovamente. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno il generale Hoé informò il primo ministro del Ducato Cesare Ventura che le truppe francesi stavano avanzando rapidamente verso Reggio. Il rischio di una alleanza dei francesi stessi con i reggiani e con i giacobini parmigiani faceva temere l’imminente caduta di Parma. Nei giorni precedenti alcuni napoleonici, partiti da Fornovo, avevano già tentato senza successo di raggiungere e arrestare i duchi a Sala e Colorno.
Alle ore nove del mattino del 12 giugno, poiché la piena del Po in atto impediva l’utilizzo del ponte di barche di Sacca appena inaugurato, Ferdinando, la moglie Maria Amalia, le figlie Maria Antonia suora orsolina e suor Giacinta Domenica monaca domenicana, insieme al vescovo di Parma Adeodato Turchi, salirono su un barcone e approdarono sulla sponda cremonese a Casalmaggiore. Alle loro spalle seguiva una chiatta con sette carrozze, staffieri e servitori. Due ore più tardi, altri due barconi attraversarono il Po: il primo trasportava diciotto monache domenicane con le loro donne di servizio. Erano le cosiddette “gavotte” di San Giacinto e Liborio, che Ferdinando aveva sistemato in un conventino a Colorno sotto la guida della figlia Giacinta. Il secondo trasportava i domenicani del grande convento annesso alla chiesa ducale di San Liborio. Insieme ai religiosi vennero caricate numerose casse chiuse a chiave, grandi e piccole, colme d’oro, argento e di quanto di prezioso si potesse salvare in fretta.
La partenza avvenne in un clima di forte tensione. I colornesi seguirono i sovrani fino alle rive del Po tra grida e tumulti, mentre gli infanti apparivano smarriti e impauriti. Dopo una breve sosta per il pranzo consumato sul barcone, il Duca e la sua famiglia partirono in direzione Cremona passando per Bozzolo e Piadena. La destinazione iniziale sarebbe dovuta essere Piacenza, ma Cremona appariva più sicura. Le monache domenicane furono inizialmente accolte nel convento di Santa Chiara a Casalmaggiore.
La fuga dei sovrani provocò immediatamente un esodo generale. Nobili e popolani lasciarono Parma in massa, affollando le strade verso il Po. Il panico aveva ormai preso il sopravvento. Giunti a Cremona, Ferdinando e la famiglia alloggiarono presso il noto albergo della Colombina, mentre molte famiglie parmigiane che avevano attraversato il Po si dirigevano anch’esse verso la città lombarda. Sempre a Casalmaggiore il giorno successivo si portarono anche il vescovo di Pontremoli e quello di Reggio, che raggiunsero il vescovo di Sarzana e quello di Parma che si trovavano già li. Da Colorno giunsero in terra cremonese anche le guardie del corpo della corte in numero di più di settanta a cavallo. Il 14 partirono per Cremona anche le domenicane e i domenicani dei conventi colornesi del duca Ferdinando. Lo stesso giorno giunse a Casalmaggiore il maggiore Spleny dell’esercito austriaco che ordinò di disfare per impedirne l’utilizzo ai francesi, il ponte di barche di Sacca. I francesi il giorno stesso, dopo mezzogiorno, giunsero a Parma e si scontrarono con i granatieri locali facendo prigioniero il generale Calcagnini delle truppe del Duca, vi furono anche morti tra gli ufficiali e i soldati della Corte. Intanto il maggiore Spleny aveva dato ordine a Casalmaggiore che non fosse permesso a nessuna barca il passaggio del Po e che i mulini natanti tipici di quella zona del fiume fossero tutti ritirati verso la riva. L’armata austriaca si stava schierando sulla riva casalasca: due cannoni, cento corazzieri e cinquecento fanti nel frattempo a Fornovo parte dei francesi soccombevano agli austriaci e un'altra parte dei francesi comandata dal generale Victor era occupata a cercare di penetrare in Piacenza. Dal mantovano giunsero inoltre le truppe russe di Suvorov in supporto agli alleati.
Nel frattempo Ferdinando continuò il proprio viaggio spostandosi da Cremona a Pavia, poi a Brescia e infine a Verona, dove giunse il 19 giugno. Da lì ordinò il rientro delle guardie del corpo a Parma. La situazione mutò rapidamente la sera del 17 giugno, quando si diffuse la notizia della sconfitta di dodicimila francesi a Sarmato nel piacentino da parte dell’esercito austro-russo. Il giorno seguente Parma fu liberata: le truppe francesi di Mcdonald vennero respinte dagli austriaci e dalla cavalleria degli emigrati francesi guidati dal generale Condé. Gli alleati recuperarono grandi quantità di viveri, denaro e bottini sottratti dai francesi.
Il 20 giugno venne ricostruito il ponte di barche di Sacca, mentre circa ottomila soldati francesi si trovavano ancora nel Parmense. Gli austriaci, accampati tra Colorno, San Polo e San Martino, avanzarono definitivamente verso la città il 22 giugno e già in serata i francesi si ritirarono verso la montagna lasciando Parma dove abbandonarono oltre 200 feriti. Il 26 giugno le guardie dell’Infante rientrarono a Casalmaggiore con dodici carrozze e attraversarono il Po in direzione di Colorno, preparando il ritorno della Corte.
La sera del 28 giugno 1799 Ferdinando di Borbone, Maria Amalia e la figlia Maria Antonia rientrarono finalmente a Colorno provenienti da Verona, probabilmente convinti a tornare dal Ventura che li aveva raggiunti nella città scaligera. Attraversato il Po, raggiunsero il Palazzo Ducale alle undici di sera. Maria Amalia ripartì poche ore dopo per Sala, scortata dal generale austriaco Kray. I colornesi si accorsero del ritorno del loro sovrano soltanto il mattino seguente. Nello stesso giorno tornarono anche le monache domenicane, suor Giacinta e i frati domenicani, provenienti da Bozzolo e Casalmaggiore.
Quella fuga, durata diciassette giorni dimenticata o nascosta, non fu un episodio marginale, ma un momento cruciale di un’epoca fragile sospesa tra antichi equilibri ed esagerate bramosie di potere. Ferdinando di Borbone chiuso tra pressioni politiche, invasioni e tradimenti fu costretto suo malgrado ad allontanarsi dai luoghi che gli erano più cari e soprattutto dal suo popolo. In quei giorni drammatici, poco raccontati dagli storici parmensi, tra le strade della pianura e il Po, si consumò l’ultima battaglia di uno dei secoli più interessanti della storia del Ducato di Parma.
Paolo Affanni
Cesare Conti
Didascalie
Foto 1: Ricostruzione mediante Intelligenza Artificiale dello sbarco della famiglia ducale, durante la fuga, sulla sponda cremonese del Po a Casalmaggiore
Foto 2: Ferdinando di Borbone e la moglie Maria Amalia insieme ai figli in un ritratto conservato al Castello di Hof in Austria. Suor Giacinta: La domenicana suor Giacinta, al secolo Carlotta Ferdinanda di Borbone in un ritratto conservato a Fontanellato.
Foto 3: Maria Antonia di Borbone, suora orsolina, in un ritratto conservato in Galleria Nazionale a Parma. E un ritratto del primo ministro Cesare Ventura.
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