Le lapidi del piccolo cimitero di Brancere, miniera di storia. I 5 fratelli Bislenghi morti bambini, la famiglia Germani di cascina Alluvioni, le vittime del fuoco di cascina Spazi, le 21 del colera
Luoghi di silenzio e di preghiera, di memoria, e di storia. Così sono i cimiteri, purtroppo destinati in questi giorni a trasformarsi in “mercati” a cielo aperto, con persone forse più intenzionate a far chiacchiere da bar o “sfilate di moda”, che a ricordare, davvero, i nostri defunti. Al di là di questo i cimiteri, nel loro silenzio, sono custodi della storia e spesso rivelano pagine del nostri passato che sono, magari, tra le meno conosciute o tra quelle finite nell’oblio.
Oggi si usa realizzare lapidi scarne, in cui viene riportato solo il nome del defunto con le date di nascita e di morte. Un tempo, quando c’era forse più sensibilità e meno fretta, sulle lapidi si fissavano pezzi e pagine di storia che sono rimasti lì, come pietre parlanti, a raccontarci dei fatti e delle vicende umane dei tempi passati.
A Brancere, in terra di Po, ai piedi dell’argine maestro si trova il piccolo camposanto, forse per dimensioni uno dei più piccoli d’Italia ma straordinariamente ricco di storia. Che è quella conservata, scolpita, tramandata attraverso le lapidi. In questo cimitero, lunedì 2 novembre, sarà celebrata la messa, in memoria di tutti i defunti, alle 10.30. In questo cimitero è sufficiente fermarsi, stare in silenzio, osservare e studiare la storia, solo dopo aver recitato una preghiera.
C’è ad esempio la storia della famiglia Germani, a lungo proprietaria della vicina, storica, Cascina Alluvioni, oggi fatiscente e in stato di abbandono, impreziosita dalla straordinaria Limonaia. I Germani un tempo venivano sepolti nella vecchia cappella gentilizia che si trova a poche decine di metri dalla Limonaia, in mezzo al campo. Da anni le salme sono state traslate nel cimitero del paese ma la cappella provata è ancora lì. Fu voluta dal cavalier Annibale Germani, figlio dell’ufficiale garibaldino Francesco Germani realizzata come una sorta di tempietto sormontato da una cupola. La sua storia è legata ad leggenda riportata tra l’altro nel libro “L’Italia dei fantasmi” (1988, Editrice Grafica L’Etruria) di Giorgio Harold Stuart. Secondo l’autore, la cappella non sarebbe stata consacrata e nelle notti di luna piena i defunti della famiglia Germani lì sepolti uscirebbero dai sepolcri. Nello stesso libro si parla anche di una figura eterea che, in più occasioni, sarebbe stata vista in sella ad un cavallo. Sopra il portone del piccolo edificio, tra due colonne, spicca un rosone incorniciato da un arco a ogiva, elemento che ricorre con costanza nell’intero complesso architettonico della Cascina Alluvioni ed ha un a valenza carica di mistero dal momento che l’arco a ogiva rappresenta il culmine della geometria sacra e dell’esoterismo costruttivo dell’architettura gotica medievale.
Da ricordare, tra l’altro, che già alla metà degli anni Settanta del Novecento Alberto Lattuada pensò di girare all’interno della Cascina alcune riprese del film “Oh Serafina”, film con Renato Pozzetto e Dalila Di Lazzaro tratto dal romanzo di Giuseppe Berto. La struttura però versava già in stato precario e le riprese furono spostate nelle campagne circostanti proprio per le cattive condizioni degli edifici.
Il camposanto di Brancere non ospita solo i membri dell’importante famiglia Germani (che diede anche da lavorare a decine di famiglie) ma è anche custode di una serie di pagine di storia toccanti e allo stesso tempo dolorose. Basti pensare che nel giro di 37 anni, il piccolo borgo di campagna è stato al centro di una serie di eventi tragici che hanno scosso nell’intimo la comunità. Fatti che sono lì, incisi nelle lapidi, “pietre parlanti” rimaste tenacemente a mantenere vive quelle vicende (e, a dirla tutta, lapidi che avrebbero la necessità urgente di essere restaurate perché si stanno lentamente cancellando e, in qualche caso, sono ormai illeggibili). Tragedie che si sono aperte nel 1865, e sono proseguite fino al 1902.
Il primo fatto riguarda la morte di Giovanni Bislenghi, scomparso il 25 aprile 1865 all’età di appena 3 anni. Quello non era che il primo di cinque fratelli tutti scomparsi in giovanissima età. Il secondo fu, dieci anni più tardi, il 7 ottobre 1875, Orlando Bislenghi, che aveva appena 5 anni. Diciotto giorni dopo, il 25 ottobre 1875, morì anche il terzo fratello, che anche lui si chiamava Giovanni (gli era stato dato evidentemente il nome del primo). Meno di tre anni dopo, il 24 marzo 1878, a perdere la vita fu Adele Bislenghi di appena 15 giorni e dieci anni più tardi, il 22 maggio 1888 fu la volta di Onesta Bislenghi, che di anni ne aveva 15.
In quegli anni furono parroci di Brancere don Fabio Ferrari (che fu anche sottotenente dell’Armata Austriaca), don Carlo Pellegrini e don Angelo Secchi. A ridosso dei lutti che colpirono la famiglia Bislenghi ci fu un altro drammatico fatto, quello datato 10 giugno 1887 che vide Giovanni Quaini, di 32 anni, morire nelle acque del Po. Altro drammatico episodio fu poi quello del 3 maggio 1902 in occasione del quale, in un devastante incendio, morirono carbonizzate 6 persone, tra le quali tre fratellini di 6, 5 e un anno. L’episodio è descritto anche nel libro “Memorie storiche di Brancere” redatto nel 1937 da don Remo Caraffini che fu parroco dal 1923 al 1940. La sera del 3 maggio 1902, intorno alle 22.30, per cause rimaste ignote (ma pare tuttavia, come si evidenzia nel libro, che il fuoco si generò ai graticci dei bachi da seta, attività che all’epoca era assai diffusa fra le due rive del fiume) il rogo colpì la cascina Spazi e rimasero carbonizzati, in seguito al crollo del tetto, Luigi Marani di Giovanni di 77 anni, Luigia Ronda di Pietro di 59 anni, Elvira Bislenghi di Andrea di 28 anni, moglie di Meraviglio Marani (unico superstite di quella sfortunata famiglia). Inoltre persero la vita i tre figli di Elvira Bislenghi e Meraviglio Marani (salvatosi quasi miracolosamente), vale a dire: Maria Marani di 6 anni, Giovanni Marani di 5 anni e Andrea Marani di 1 anno.
I resti delle povere vittime (all’epoca era parroco don Giuseppe Rebessi che fece anche realizzare la parziale ricostruzione della chiesa su disegno dell’ingegner Giovanni Poli di Cremona) furono sepolti nel cimitero parrocchiale e il fatto, oltre che nel libro di don Caraffini, è ricordato anche in una lapide marmorea al cimitero in cui è scritto: “Leggete anime pietose e compiangete la nostra sorta e ottenete presto dalla Divina Clemenza e noi adulti sotto indicati la pace di quel regno dal quale sono sbanditi il valore e la morte e dove ci hanno preceduti tre nostre care anime innocenti la notte del 2 maggio 1902, alle ore 22.30, da un orribile incendio scoppiato all’improvviso in casa nostra fummo arsi tutti insieme e poi schiacciati dalla rovina del tetto. Ecco i nostri nomi”. L’epigrafe continua quindi elencando appunto le vittime di quella sciagura che sconvolse il piccolo centro rivierasco.
Mezzo secolo più tardi, fu la volta di un altro dramma: la scomparsa del parroco don Luciano Zanacchi (che guidò la comunità dal 1950 al 1953), morto in un incidente stradale lungo la via Giuseppina il 28 febbraio 1953 all’età di appena 33 anni (in moto, mentre rientrava in parrocchia andò a schiantarsi contro un autocarro).
Un altro parroco, molti anni prima, fu invece al centro di un episodio prodigioso. Si trattava di don Giovanni Forzani, parroco dal 1824 al 1864. Arrivato dall’allora diocesi di Pontremoli, fu nominato arciprete di Brancere dal vescovo monsignor Omobono Offredi. Nel mese di aprile del 1837 il sacerdote, come lui stesso annotò nelle memorie parrocchiali, fu colpito da paralisi parziale del braccio destro )mentre celebrava la messa dinanzi al quadro del Gesù Nazareno (recentemente donato alla chiesa) e durante l’elevazione del calice dopo la consacrazione sentì un movimento fresco nel braccio che istantaneamente restò libero per ogni movimento. Un fatto davvero eccezionale che lui lasciò scritto di suo pugno in uno dei registri custoditi nell’archivio parrocchiale. Resse la parrocchia con zelo, pietà e grande sollecitudine pastorale per quarant’anni e le sue esequie in parrocchia ebbero grande concorso di folla.
Fatti che, fra disgrazie e prodigi, sono parti integranti della storia del paese e, parte di questi, sono appunto incisi in quelle “pietre parlanti” che sono la lapidi. Nel piccolo camposanto sono seppelliti anche i 21 morti (che su una popolazione di 700 anime non erano pochi) della devastante epidemia di colera del 1855 che si concentrò tra fine luglio ed inizio settembre. Il camposanto che sorge a ridosso dell’argine maestro, ed a poche centinaia di metri dalla colonna votiva del lazzaretto, non è il primo nella storia di Brancere. Grazie alle memorie recuperate e valorizzate dall’attuale parroco don Pierluigi Vei è noto che nel maggio del 1791 venne benedetto un “nuovo” Cimitero Parrocchiale. Siccome in quell’epoca i cimiteri erano solitamente nei pressi della Chiesa è da supporre che anche la chiesa (oggi non più esistente) fosse stata costruita in una nuova localizzazione rispetto alla precedente.
Dieci anni dopo, nel 1801 (225 anni fa) si verificò una disastrosa alluvione del Po, al punto che ben tre matrimoni furono “trasferiti” per la loro celebrazione nella chiesa di Stagno Pagliaro. L’ inondazione iniziò l’11 novembre del 1801 e allagò la chiesa raggiungendo l’altezza di “quattro braccia e più”, rimanendovi per 22 giorni. Cinque anni più tardi, nel 1806 (220 anni fa) una nuova ed imponente inondazione del fiume Po sommerse il “nuovo” Cimitero, rendendo inservibili sia la chiesa che la casa canonica ed: il territorio di Brancere vide ridursi ancora una volta, in modo considerevole, la propria estensione, a causa dell’azione devastante del Grande fiume. Nel 1813 nacque il Comune di Brancere ed una nuova chiesa fu costruita, con annessi Cimitero e Casa Parrocchiale,, oltre l’argine maestro, grazie alla donazione dell’avvocato Coppini, proprietario della Cascina Rondanina, su disegno dell’architetto cremonese Domenico Voghera (fratello del più famoso Luigi, pure architetto) e consacrata il 2 maggio 1813. Si tratta della chiesa, del cimitero e della canonica attuali. Alcuni decenni dopo, nel 1867, furono realizzati importanti lavori alla Chiesa parrocchiale, che si trovava in condizioni di rovina imminente ed alle spese contribuì anche il “Comune di Brancere”. L’anno dopo, nel 1868, il 6 ottobre, a mezzogiorno, Chiesa e Canonica furino inondate dal Po con l’acqua che raggiunse il metro e mezzo e vi rimase fino al giorno 12; solo il giorno 16 si potè tornare a celebrare in Chiesa.
In questo stesso anno venne soppresso il “Comune di Brancere”, conglobato nel nuovo “Comune di Stagno Lombardo”, composto dall’unione dai tre comuni di Stagno Pagliaro, Brancere e Forcello. Tale decisione amministrativa provocò non pochi contrasti tra la popolazione, che perdurarono per molti decenni. Nel 1872 un’altra inondazione del Po provocò gravi danni nel territorio di Brancere e la situazione della popolazione fu talmente drammatica che il vescovo Bonomelli indice una colletta diocesana per venirvi in soccorso. Altre gravi inondazioni si verificheranno nell’ottobre 1917 e nel maggio 1926, cento anni fa. Altro anno cruciale fu il 1904 quando la chiesa costruita con materiale scadente e deteriorata dalle frequenti inondazioni, si trovava in uno stato pietoso e in alcuni punti perfino puntellata. La popolazione, stanca di vedere la chiesa ingombrata dal legname dei puntelli in presbiterio, riducendone ancora di più le già ridotte dimensioni, reclamava impaziente una riforma. Vi si mise mano nel 1904 (nella lapide murata nella cappella del S. Fonte si riporta erroneamente l’anno 1903, nel quale ci si dedicò al progetto e agli incartamenti necessari) e si approfittò dell’occasione per invertire la facciata della chiesa, spostandola su quella che era diventata la via principale, e allungare la navata di quel tanto che richiedeva l’aumento della popolazione. Il Comune di Stagno Lombardo vi contribuì con una erogazione di Lire 2.000 (su un totale di spesa di circa Lire 11.000). Autore del progetto fu l’ingegnere Francesco Poli di Cremona. Una serie di storie importanti, quella che legano chiesa e cimitero di Brancere. Cimitero che, nella sua modesta grandezza è una miniera di storia, anzi di storie, delle terre del Grande fiume.
Eremita del Po
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