12 giugno 2026

Nel duomo di Parma si chiude la causa di beatificazione di Giancarlo Rastelli di Polesine. Postulatore è padre Agostino Bertolotti, cremasco di Capergnanica

Quella del fiume, sull’una e sull’altra riva, è terra di poeti e scrittori, di fotografi e pittori, scultori e musicisti, filosofi e liberi pensatori, di uomini e donne laboriosi con le mani spesso screpolate dalla vanga e dal badile. Gente con le radici salde e il cuore buono, gente generosa e solidale, capace di rimboccarsi le maniche, senza fare chiasso, quando serve. E’ anche terra di anacoreti e santi. Tra questi ultimi diversi sono coloro che sono nati o hanno vissuto in terra di fiume e, prossimamente, un altro uomo potrebbe raggiungere la gloria degli altari. Si tratta del servo di Dio Giancarlo Rastelli, medico e scienziato di origini parmensi, particolarmente legato a Polesine Parmense (dove gli sono dedicate la scuola primaria e la casa della salute, una strada e dove si trova ancora la casa della sua famiglia in cui lui visse molti momenti), riconosciuto in tutto il mondo per i risultati dei suoi studi sulla cardiopatie congenite e per la tecnica chirurgica da lui messa a punto, utilizzata ancora oggi in cardiochirurgia pediatrica. Uomo umile, guidato da un profondo amore per la vita e da una vocazione sincera.

Sabato, 13 giugno, in cattedrale a Parma il vescovo monsignor Enrico Solmi presiederà la cerimonia di chiusura della fase diocesana della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio. Causa che “parla” cremasco; infatti il postulatore è padre Agostino Bertolotti, cremasco di Capergnanica, attualmente parroco a Roccabianca. Il servo di Dio dottor Giancarlo Rastelli, parmigiano, nacque a Pescara nel 1933 e  morì prematuramente nel 1970 all’età di 37 anni; fu un cardiochirurgo ricercatore, conosciuto in tutto il mondo come l’inventore di due metodologie operatorie per bambini cardiopatici che portano il suo nome, la Rastelli 1 e la Rastelli 2, ancora oggi insuperate. Nell’introduzione del libro “Giancarlo Rastelli, un cardiochirurgo con la passione dell’uomo” scritto dalla sorella Rosangela Rastelli Zavattaro, si dice di lui che se gli avessero chiesto: «Qual è la cosa più importante per te?», avrebbe certamente risposto: «La vita… la vita… e ancora la vita…», in tutte le sue forme, in tutte le sue espressioni, anche in tutte le sue contraddizioni più o meno apparenti, come la malattia, il dolore, la sofferenza… La vita come emanazione di Dio. La vita come creazione, dono, ricchezza, elargizione, miracolo, continuità, trasformazione, divenire, tempo con le sue radici nel “senza tempo” e le sue fronde nell’infinito del mistero di Dio. Quella vita che vale più della qualità della vita, del tutto bello, del tutto sano, del tutto perfetto perché anche la sofferenza è motore di Dio, di una verità e di una bellezza più alta, e anche nel disfacimento di un corpo c’è l’impronta di Dio. E, per questa vita «da salvare», da continuare, Giancarlo Rastelli spese (proprio nel senso letterario di spendere) tutta la propria vita, studiando, curando, operando prima e «ricercando» poi e sempre. Una vita di servizio per un servizio alla vita, quella degli altri che riconosceva nella propria. Con un’ardente fedeltà. Con entusiasmo. Con umile coraggio. Con un profondo, sereno senso del Cristo nell’uomo. Anche e soprattutto nei cinque anni della sua terribile malattia, In America, alla Clinica Mayo di Rochester, Minnesota, autodiagnosticatasi nel ’64, tenuta sempre nascosta e soggiogata sotto il sorriso, sotto lo sguardo tenero e ironico, con la parola, meglio con il silenzio di fede. Ancora la sorella Rosangela scrive che Giancarlo, per gli amici semplicemente Gian «Credeva fermamente che gli ammalati fossero “ammalati da vivere”, non da morire, e che, in ogni modo, vada salvata la loro dignità di persone totali, integrali». Questo lo trasmetteva ai giovani studenti, offrendo anche uno stile di visita al malato: « Incontralo come fratello di un comune destino, non come un numero o come un carcerato dell’ospedale. Incontralo in Cristo. L’ammalato è l’altro da servire». Una vita da vivere in pienezza, fino all’ultimo, anche quando lui stesso viene aggredito dalla malattia, contratta nell’esercizio della professione, e autodiagnosticata al ritorno dal viaggio di nozze (nel 1964). Gli concesse 5 anni e qualche mese di vita, il morbo di Hodgkin. Anni in cui spese le sue energie nella ricerca, nella cura e nelle cure per gli ammalati, mai indulgendo a forme di vittimismo o di autocommiserazione, mai tirandosi indietro per non deludere attese di ammalati e dei loro familiari, e cercando di vivere e far vivere anche questa tappa nella normalità. Ma da medico e da uomo di fede ha sempre pensato che la prima carità che l’ammalato deve avere dal medico è la carità della scienza. È la carità di essere curato come va. Senza di questo è inutile parlare delle altre carità. Senza di questo si fa del paternalismo e del pietismo soltanto. La carità della scienza, sì. Una sintesi che bene esprime la sua parabola. Parabola breve, ma intensa, sempre contrassegnata da questa molla. Nonostante la nascita a Pescara, fin da ragazzino si trasferì a Parma con la sua famiglia (suo padre Vito era di Polesine Parmense) e, pur non essendo mai stato un baciapile o un cristiano di facciata, già da giovanissimo coltivò un incontro personale ed interiore con il Signore, che si espresse soprattutto nei fatti, nel comportamento sempre gioioso, quasi scanzonato ma sempre rispettoso dell’altro, nella carità nascosta e fatta senza mai apparire. Trascorse l’infanzia frequentando e plasmandosi con gli insegnamenti dei nonni a Polesine, visse con i suoi genitori e la sorella a Parma, dove si formò con gli studi classici e con quelli di Medicina, ma anche con l’incontro con Cristo, che imparò a conoscere in maniera profonda, nella giovinezza, con gli amici e lo stretto contatto con i Gesuiti. La sua vita si snodò tra università e frequentazione delle attività formative giovanili nella chiesa di San Rocco e del folto gruppo di amici, fra sport, immersioni nella natura parmense e musica classica, sue grandi passioni. Un ragazzo normale, che fece della normalità della vita quotidiana un capolavoro, lasciando lavorare il Signore e mettendo tanto amore in ogni attività, uno che considerò sempre l’altro, soprattutto se di basso ceto, un suo amico, e non lesina di presentarlo tale agli altri. Appassionatissimo di medicina, si laureò con lode a Parma nel 1957, da subito si dedicò a diverse pubblicazioni scientifiche, ed anche nell’ambiente universitario pose lo stesso impegno tanto nella professione e nell’approfondimento di ricercatore quanto nel confronto aperto e leale con chi non ha fede. E quando si trattava di far del bene ad un malato, oltre che curarlo, spesso pagava di persona, anche finanziariamente se necessario. Nel 1961 vinse una borsa di studio della Nato presso la Mayo Clinic nel Minnesota. Scrisse ad un amico: «Ho sempre pensato che la prima carità che l’ammalato deve avere dal medico è la carità della scienza. È la carità di essere curato come va. Senza di questo è inutile parlare delle altre carità. Senza di questo si fa del paternalismo e del pietismo soltanto». Si trasferì quindi a Rochester negli Stati Uniti: qui, nella vita austera e sobria di clinico e ricercatore, visse con gioia gran parte del suo tempo in ospedale, curioso e contento di tutto, pur senza nascondere le fatiche dell’adattamento di vivere all’estero, dando il meglio di sé per la cura e per la vita dei malati: dalla sua dedizione e passione è sempre emerso che non c’è solo l’impegno di un professionista ma anche il contatto con un libero seguace di Cristo. Nei pochi anni seguenti mise a punto le sue scoperte per arrivare alle due tecniche di intervento cardio-chirurgico per correzione della trasposizione dei grossi vasi, che da lui prendono il nome: Rastelli 1 e Rastelli 2. Si sposò a Chiaravalle della Colomba nel 1964 con Anna Anghileri di Sondrio,  che l’accompagnò per tutto il suo cammino terreno: già al ritorno dal viaggio di nozze ci fu la diagnosi di una malattia inguaribile, ma questo non lo fermò, come non fermò e la sua carità instancabile nel curare più persone possibili alla Mayo Clinic – spesso bambini e ragazzi italiani, che sostenne per le spese quando serviva, e nell’affrettarsi a completare le tante ricerche scientifiche iniziate, tra un ciclo e l’altro di chemio e radioterapia. Continuò a lavorare con gioia e con fede, senza lasciar trasparire la consapevolezza di una vita breve. Affrontò il tempo della malattia con serenità e pace e ai familiari disse semplicemente: «Abbiate fede in Dio e nella “Mayo”». Nel luglio 1965 nacque la figlia Antonella, oggi Golden doctor a St.Louis Missouri dell’Ospedale Washington e moglie del neuropsichiatra ricercatore dottor Maurizio Corbetta. Nacque al Cielo a Rochester il 2 febbraio 1970, lasciando la moglie e la sua piccola figlia amatissima. Subito la sua fama, non solo di insigne ricercatore, ma soprattutto di uomo “molto speciale” si diffuse sia negli Stati Uniti che in patria ed ora ecco ch è tutto pronto per la cerimonia di chiusura della fase diocesana della Causa di Beatificazione e Canonizzazione, tappa essenziale del cammino che prossimamente potrebbe portarlo alla gloria degli altari (con la causa che ha appunto come postulatore il cremasco padre Bertolotti) e ad aggiungere il proprio nome all’elenco dei santi e dei beati legati alle terre del Po.

Tra questi san Geroldo, sant’Omobono, san Rocco, san Corrado Confalonieri, san Gottardo Pallastrelli, san Savino, san Carlo Borromeo, san Folco Scotti, sant’Artemide Zatti, san Giovanni Battista Scalabrini, sant’Antonio Maria Zaccaria, san Facio ed i beati Angelo Carletti, Giovanni Cacciafronte de Sordi.

Eremita del Po

Paolo Panni


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