Otello passionale e dionisiaco, un successo al Ponchielli l'interpretazione del Balletto di Roma
Otello: eterna storia shakespeariana di gelosia, invidia, amore, passione e morte, si è svelata sul palcoscenico del Teatro Ponchielli nella rassegna ‘La Danza’. Le tempeste emotive del moro di Venezia sono state rivelate dal Balletto di Roma nell’omonimo spettacolo per la coreografia, scene e regia di Fabrizio Monteverde sulle note dell’ Ouverture da concerto , Op. 93, B. 174, (1892) di Antonín Dvořák; partitura facente parte di una trilogia di ouverture intitolate, appunto, Natura, vita e amore; con l’aggiunta di altre composizioni per violoncello e pianoforte.
Il racconto di Monteverde è bello. Intrigante. Cosparso di un dionisismo intenso. Esuberante. Colmo di una potente fisicità che sfocia, in attimi fuggenti, in una potente sensualità.
Ad aumentare in potenza questo incredibile climax i bellissimi costumi firmati da Santi Rinciari. Colori profondi, quasi caravaggeschi: un rosso porpora che si alterna al nero. Fronde di pizzi e di velature sui corpi delle ballerine. Un’alternanza cromatica forte che si mescola con le sfumature delle luci (firmate da Emanuele De Maria) che disegnano le sagome di un porto dove la tragedia shakespearina trova la sua collocazione in questa attenta regia. Luogo di passaggio. Luogo dove la figura di Otello trova una sua collocazione più che simbolica: l’uomo vincitore di nemici e della furia della natura, ma sconfitto, nella vita. Dalle trame della gelosia. Della sete di potere: umano troppo umano. Dell’orgoglio terribile che lo divora da dentro. Tradito dai suoi stessi compagni di ventura.
E tutto questo si palesa con forza in tutte le coreografie. Scene di gruppo dove la tecnica del teatro danza alimenta la vivacità dei momenti corali a partire proprio dall’iniziale festa per la vittoria sul nemico d’oriente. Dove il vino e il conseguente baccanale altro sono che il preludio alle scene d’amore dei protagonisti della vicenda. Stessa passione, anche se declinata, nella coppia dove Otello e Desdemona iniziano la loro ‘luna di miele’. La loro notte d’amore. I corpi si mescolano. Si toccano. Si appartengono inebriandosi con grande arte. Sostenuti, continuamente, da perfetti fisici. Si direbbe come scolpiti nel marmo nella loro perfezione.
Stesso ardore anche in quei momenti gli uomini del racconto si affrontano. Si confrontano anche duramente. Dove nasce il velenosissimo inganno del fazzoletto che spingerà il Moro a sacrificare al totem della gelosia la vita della sua amata. Anche qui l’intrigo è sempre il minimo comune denominatore della scena.
Poi l’ultima scena. Quella finale. Quella del culmine della tragedia dove lei, la sposa perfetta, trova la morte a causa dell’inganno in cui è caduto il suo nome. Prima angosciante. Terribile con quel corpo semi nudo che viene quasi crocifisso dall’ira di lui contro un aberrante muro grigio. Poi dolorosa. Dolorosissima per il rimorso. Il rimpianto per quell’atto profondamente ingiusto. E alla fine commovente con quell’abbraccio, fin quasi sul proscenio su di un lungo drappo scarlatto: icona del sangue sparso per un amore sbagliato.
Tutto a grande livello il Balletto di Roma. Sicuramente menzione per Alessio di Traglia, Otello; Roberta De Simone, Desdemona; Paolo Barbonaglia, perfido Jago; Francesco Moro, Cassio; Ainoha Segrera Garcia, Emilia e Marcello Giovanni, Rodigro.
Pubblico entusiasta per una performance che ha trascinato tutti nel grande universo del Bardo.
Applausi e molte chiamate al proscenio.
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