Quando il palco non esiste più: Barocco & altre storie abbatte la distanza tra artista e pubblico e accende l’Auditorium Arvedi
C’è un momento, nel corso di un concerto, in cui le categorie smettono di essere utili. Sacro e profano, antico e contemporaneo, musica colta e popular, strumenti storici ed elettronica: tutto ciò che normalmente separa i linguaggi si trasforma in un terreno comune. È esattamente ciò che è accaduto questa sera con Barocco & altre storie, progetto guidato da Raffaele Pe, con Saturnino Celani al basso elettrico, Renzo Vitale al live electronics, Martin Moya al violino, Gianluca Geremia alla tiorba, Cristiano Contadin alla viola da gamba e Francesco Bodini alle percussioni.
Un concerto che, fin dal titolo, dichiara di non voler rispettare troppo le aspettative. «Barocco e altre storie disattende le attese», ha spiegato Pe, individuando così la chiave di lettura di un programma costruito proprio sulla possibilità di mettere in discussione confini e gerarchie. E la prima formalità a cadere è quella del rapporto fra repertori: Monteverdi e Dowland dialogano con Purcell, Pollarolo, Alec Wilder, Pino Daniele e Domenico Modugno, senza che nessuno dei due mondi debba rinunciare alla propria identità.
Il risultato non è però un semplice accostamento di brani lontani nel tempo. È piuttosto un lavoro di trasformazione, nel quale le melodie attraversano epoche e linguaggi, conservando qualcosa della propria riconoscibilità e assumendo al tempo stesso una nuova fisionomia. «Tenteremo di lavorare queste melodie eterne e meravigliose per combinarle con un sound elettronico, questo è il nostro gioco», ha detto Pe. Ed è proprio questo “gioco” a dare forma alla serata.
Il punto di partenza è il Barocco, con la sua straordinaria capacità di parlare ancora al presente. Si dolce è ’l tormento, Ohimè ch’io cado e il Salve Regina di Claudio Monteverdi mostrano immediatamente come la distanza di quattro secoli possa diventare sorprendentemente breve. La voce di Pe non cerca di musealizzare quelle pagine, ma di riportarle dentro un’esperienza sonora contemporanea, lasciando che il fraseggio, gli strumenti antichi e le stratificazioni elettroniche convivano.
La stessa operazione prosegue con John Dowland e Henry Purcell. Come again, sweet love doth now invite, Dido’s lament e Music for a while mantengono intatta la forza emotiva della scrittura originale, ma vengono inseriti in un paesaggio nel quale la tiorba e la viola da gamba possono incontrare il basso elettrico, le percussioni e l’elettronica. È qui che la poliedricità dell’ensemble diventa decisiva: non una semplice somma di musicisti provenienti da esperienze diverse, ma un gruppo capace di amalgamare linguaggi differenti, anche grazie al ruolo di Renzo Vitale, il cui live electronics funziona come un vero elemento di connessione e non come un’aggiunta ornamentale.
La musica, così, diventa davvero una terra comune. Lo è nella scelta degli strumenti, dove antico e moderno si osservano e si contaminano; lo è nella scrittura, dove il basso elettrico può diventare parte di un tessuto che nasce da Monteverdi; lo è soprattutto nella percezione dell’ascoltatore, chiamato a riconoscere una continuità là dove apparentemente esisterebbero soltanto distanze.
E il viaggio non si ferma al Seicento. Sarà mia quella bella che adoro di Carlo Francesco Pollarolo apre ulteriormente il campo, prima che Blackberry winter di Alec Wilder porti il programma verso un Novecento dalle atmosfere completamente diverse. Poi arrivano Quando di Pino Daniele e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno. Due canzoni che appartengono alla memoria collettiva italiana e che, proprio per questo, non hanno bisogno di essere presentate: devono soltanto essere riascoltate, riconosciute e trasformate.
È forse qui che il progetto trova la sua intuizione più interessante. Il passato non viene utilizzato per nobilitare il presente, così come il presente non viene chiamato a “modernizzare” artificialmente il passato. Entrambi vengono trattati come materia viva. La distanza cronologica fra Monteverdi e Modugno diventa quasi irrilevante davanti alla comune capacità della melodia di raccontare il desiderio, la perdita, l’amore, la nostalgia, l’estasi.
Anche la dimensione del sacro e quella del profano finiscono per incontrarsi senza conflitto. Il Salve Regina può stare accanto a una canzone d’autore; una lamentazione barocca può condurre verso Pino Daniele; la spiritualità di una pagina antica può condividere lo stesso spazio emotivo di una canzone entrata nella memoria popolare. Non è una cancellazione delle differenze, ma il riconoscimento di ciò che le attraversa tutte: la capacità della musica di parlare all’esperienza umana.
A rendere possibile questa continua trasformazione è anche la presenza scenica di un gruppo volutamente eterogeneo. La voce e il pianoforte di Pe, il basso di Saturnino, la tiorba di Geremia, la viola da gamba di Contadin, il violino di Moya e le percussioni di Bodini costruiscono una formazione difficile da ricondurre a una categoria precisa. Ed è proprio questa impossibilità di definirla a rappresentarne uno dei punti di forza. L’elettronica di Vitale, poi, agisce come una sorta di collante invisibile, capace di dilatare, sovrapporre, modificare e mettere in relazione i diversi piani sonori.
Alla fine, però, ogni riflessione sulle categorie viene spazzata via dal pubblico. Il bis con Lascia ch’io pianga conduce nuovamente verso Händel e verso una delle melodie più celebri del repertorio, prima dell’esplosione conclusiva de Il più grande spettacolo dopo il big bang di Jovanotti. Qui la distanza fra palco e platea si annulla definitivamente: il pubblico partecipa, canta, si lascia coinvolgere in un finale di entusiasmo quasi incontenibile.
È la conclusione più coerente possibile per una serata costruita sulla rottura delle formalità. Perché se il Barocco e la canzone contemporanea possono convivere, se una viola da gamba può dialogare con un basso elettrico e un’elaborazione elettronica, allora anche il pubblico può smettere per qualche ora di essere semplicemente spettatore e diventare parte della musica.
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