Quando l’abito diventa arte. A Villa Medici del Vascello la moda racconta le donne. A San Giovanni in Croce, dal 19 settembre, “Arte e moda. Storia di un sodalizio”
Riflettori puntati su una mostra fuori dal comune, in dialogo tre artiste contemporanee con tre donne che hanno cambiato la storia della moda. Ma soprattutto riapre una domanda antica: dove finisce l’abito e dove comincia l’opera d’arte?
Ci sono abiti che vestono un corpo, poi ce ne sono altri che raccontano chi siamo, chi vorremmo essere, persino il tempo nel quale viviamo.
La storia dell’arte lo sa da secoli. Prima ancora della fotografia, prima delle passerelle e delle copertine patinate, erano i pittori a consegnare alla memoria non soltanto un volto, ma un’intera costruzione dell’identità: stoffe, gioielli, ricami, acconciature, colori. Nel Rinascimento italiano l’abito era un vero codice sociale, capace di dichiarare rango, ricchezza, appartenenza e ruolo. Nei ritratti femminili, tessuti preziosi e ornamenti non erano dettagli accessori alla pittura: facevano parte del racconto della persona rappresentata.
Forse è anche per questo che Villa Medici del Vascello, a San Giovanni in Croce, appare come il luogo perfetto per tornare a interrogare quel confine sottile tra arte e moda.
Qui, nell’antica dimora legata alla figura di Cecilia Gallerani, dal 19 settembre prende vita “Arte e moda. Storia di un sodalizio”, seconda edizione del progetto Essere libere di esplorare, promosso dal Comune di San Giovanni in Croce e curato da Andrea Malaman. Una mostra che sceglie ancora una volta lo sguardo femminile per mettere in relazione passato e presente e che affida il racconto contemporaneo a Carlotta Passarini, Laura Zani e Valentina Biasetti.
Sarebbe riduttivo pensare a una mostra “sulla moda” perché qui la moda è soprattutto un pretesto, nel senso più nobile del termine, per parlare di identità, rappresentazione e libertà femminile. Prima della passerella c’era il ritratto.
Basta pensare alle dame delle corti rinascimentali: Cecilia Gallerani, Isabella e Beatrice d’Este, Lucrezia Crivelli, figure evocate dal progetto espositivo, appartengono a una stagione nella quale arte, cultura e costruzione dell’immagine personale erano intimamente legate. L’abito non serviva soltanto a essere belli. Serviva a essere letti.
Un broccato, una perla, la forma di una manica potevano raccontare una condizione sociale quanto un volto o un gesto. La moda era già comunicazione visiva, e il pittore ne diventava inevitabilmente interprete. È una relazione che non si interromperà più.
Molti secoli dopo, Giovanni Boldini avrebbe trasformato gli abiti delle donne della Belle Époque quasi in materia pittorica. Nelle sue tele le stoffe sembrano muoversi, le gonne si dissolvono nelle pennellate, l'eleganza diventa velocità. Il suo ritratto femminile finisce per registrare anche il cambiamento della società di fine Ottocento: non soltanto aristocratiche, ma una nuova élite cosmopolita desiderosa di costruire e mostrare la propria immagine. La GAM di Milano ha definito quella femminilità boldiniana un vero paradigma dell’epoca.
L’abito smette definitivamente di essere semplice accessorio del quadro ma entra nella sua grammatica.
Ed è qui che la storia raccontata a Villa Medici del Vascello diventa ancora più interessante. Tre donne, tre modi di cambiare la moda.
Le sale del piano nobile saranno dedicate a Rosa Genoni, Elsa Schiaparelli e Wanda Miletti Ferragamo: tre personalità diversissime che hanno però condiviso qualcosa di molto più importante del successo. Hanno usato la moda per spostare un confine.
Rosa Genoni lo fece quando immaginare una moda autenticamente italiana era quasi un atto di insubordinazione culturale. Nata nel 1867, partita giovanissima come apprendista nelle sartorie milanesi, divenne creatrice, docente, giornalista e attivista. Comprese, con sorprendente anticipo, che l'Italia poteva trovare proprio nella propria storia dell’arte la materia con cui costruire una nuova identità della moda, emancipandosi dal predominio francese. I suoi modelli guardavano al Rinascimento, al Medioevo, all’arte classica; alcune creazioni si ispiravano persino agli affreschi della Cappella degli Scrovegni. Nel 1906 le sue creazioni ottennero un importante riconoscimento all'Esposizione di Milano.
Non era solamente estetica. Per Genoni la libertà delle donne passava anche dal lavoro, dalla formazione, dai diritti. Fu impegnata nel movimento femminista, nelle battaglie delle lavoratrici e nel pacifismo internazionale; moda e politica, dunque, bellezza ed emancipazione. Una combinazione che rende la sua presenza in una mostra intitolata Essere libere di esplorare tutt'altro che casuale.
Poi arriva Elsa Schiaparelli, ed è quasi una deflagrazione.
Con lei domandarsi se la moda sia arte diventa persino inutile, perché i due territori cominciano deliberatamente a confondersi. Schiaparelli frequenta e coinvolge surrealisti come Salvador Dalí, Man Ray e Jean Cocteau, trasformando cappelli, abiti e accessori in oggetti capaci di provocare lo stesso straniamento di un'opera d'avanguardia. Il celebre cappello-scarpa, lo Skeleton Dress, il Tears Dress: il corpo vestito diventa superficie dell'immaginazione.
E’ significativo che proprio nel 2026 il Victoria and Albert Museum di Londra abbia scelto di dedicarle una grande esposizione dal titolo quasi programmatico, “Schiaparelli: Fashion Becomes Art”, ripercorrendo il suo dialogo con le avanguardie e con l'arte surrealista. Sembra quasi una risposta arrivata a distanza di decenni: sì, la moda può diventare arte quando non si limita a seguire il gusto ma osa inventare un nuovo modo di guardare.
Con Wanda Miletti Ferragamo, invece, il tema cambia ancora. Qui la rivoluzione passa dall'impresa e dalla capacità di trasformare un'eredità in futuro.
Quando Salvatore Ferragamo muore nel 1960, Wanda si trova a guidare un'azienda pur non avendo avuto fino a quel momento un ruolo manageriale. Avrebbe potuto semplicemente conservarla. Scelse invece di farla crescere, affiancata dai figli, trasformando progressivamente l'originaria realtà legata alle calzature in una casa di moda internazionale. Rimase alla guida dell'azienda fino alla sua morte, nel 2018, e fu anche alla base di quella cultura della memoria che avrebbe portato alla nascita del Museo Salvatore Ferragamo.
Tre donne, quindi. Una che cerca nell'arte italiana il futuro della moda; una che porta il Surrealismo dentro l'atelier; una che trasforma creatività e artigianato in visione imprenditoriale.
È intorno a queste eredità che la mostra costruisce il proprio racconto. Tre artiste contemporanee e un’altra idea di femminilità.
A raccogliere il testimone nel presente sono Carlotta Passarini, Laura Zani e Valentina Biasetti. Non tre variazioni dello stesso linguaggio, ma tre sensibilità differenti.
Carlotta Passarini, bolognese, arriva dall'architettura e dall'illustrazione. Collabora con importanti case editrici italiane e internazionali, pubblicando numerosi albi illustrati per l’infanzia. Nel suo ciclo Bianca, presentato in una personale nel 2023, le figure femminili emergono da fondi luminosi e sospesi: pochi elementi, un'espressione, una postura, un abito, un accessorio, sono sufficienti a costruirne stile e personalità. È quasi impossibile non riconoscervi uno dei grandi temi della moda: quanto di noi raccontano le cose che scegliamo di indossare?
Le sue esposizioni l’hanno portata in gallerie e fiere d’arte in Italia e Europa.
Laura Zani, pittrice e illustratrice bresciana, costruisce invece un universo volutamente lontano dalla concettualità più fredda: volti, figure, infanzia, piccoli animali, atmosfere luminose. È lei stessa a raccontare come pittura e illustrazione siano diventate strumenti per mettere in comunicazione la parte più intima e infantile dell'anima con chi osserva. Il suo curriculum attraversa esposizioni in Italia, Egitto, Cina, Francia, Belgio e Spagna.
Poi Valentina Biasetti, parmigiana, diplomata all'Accademia di Belle Arti di Bologna con lode. Nella sua ricerca il disegno diventa quasi uno strumento chirurgico: figure, pieni e vuoti, identità che sembrano apparire e sottrarsi in uno spazio sospeso.
Dal 2002 ha intrapreso un’intensa attività espositiva in gallerie private e spazi pubblici, partecipando a concorsi nazionali e internazionali e alle principali fiere d’arte italiane. Nel corso della sua carriera ha esposto e collaborato con diverse realtà del panorama artistico contemporaneo, tra cui Galleria Quam, UMA Gallery, Zaion Gallery, Galleria Cartavetra, Galleria Gare82 e No Title Gallery.
Attraverso questi differenti sguardi il rapporto con la moda può diventare intrigante: perché vestirsi significa anche scegliere ogni giorno quanto mostrare, quanto nascondere, a quale immagine di noi dare forma. Forse il filo segreto della mostra è proprio questo. Non stabilire se la moda meriti o meno l'etichetta di arte, ma osservare come entrambe abbiano lavorato sul corpo trasformandolo in racconto. Un'idea che oggi è tornata al centro anche della riflessione museale internazionale: il Costume Institute del Metropolitan Museum, con il progetto Costume Art del 2026, ha posto proprio il “corpo vestito” al centro di un dialogo tra opere d'arte e abiti, mostrando quanto le due discipline condividano questioni estetiche, sociali e politiche.
La moda come autoritratto ed è qui che Villa Medici del Vascello aggiunge al percorso qualcosa che nessun white cube contemporaneo potrebbe avere: la memoria.
Entrare in quelle stanze significa far convivere tempi diversi. Le donne delle corti rinascimentali, le protagoniste che hanno reinventato la moda nel Novecento, le artiste di oggi. Cambiano i tessuti, cambiano i corpi, cambia perfino il significato della parola eleganza. Ciò che non cambia è il bisogno di costruire attraverso le immagini una forma possibile di sé.
Forse ogni abito è, in fondo, un piccolo autoritratto, forse proprio per questo arte e moda continuano a cercarsi: perché entrambe sanno che la superficie non è mai soltanto superficie.
“Arte e moda. Storia di un sodalizio” inaugura sabato 19 settembre alle 16.30 e sarà visitabile fino al 25 ottobre negli spazi di Villa Medici del Vascello. Prima del vernissage, alle 14.30, il parco ospiterà uno shooting con fotografi e modelle; inaugurazione e shooting sono aperti al pubblico. Al progetto partecipano anche le docenti di Arte e Costume Morena Guariento e Nadia Brun, mentre nelle settimane successive sono previsti workshop, laboratori e incontri. Il calendario della Villa indica già quattro date per gli appuntamenti collaterali — 4, 11, 18 e 25 ottobre — con il programma dettagliato ancora in via di definizione.
La chiave per visitarla è tutta nel titolo del progetto che la contiene: essere libere di esplorare. Anche quando ciò che stiamo esplorando, apparentemente, è soltanto un abito.
Per maggiori informazioni e prenotazioni: segreteria@villamedicidelvascello.it - 370 3379804.
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