Quei misteri cremonesi dell'attacco alle Torri Gemelle di New York l'11 settembre di 25 anni fa
Esattamente 25 anni fa due aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle a New York. Un altro contro il Pentagono. Un altro ancora fu abbattuto in volo dai caccia americani. Si materializzava così il più grande atto terroristico del mondo radicale islamico contro l’occidente.
Un evento di portata mondiale che ebbe dei riflessi anche sulla piccola Cremona. Sembrerà strano a così tanti anni di distanza ma in quell’inizio di millennio sotto il Torrazzo prosperava una delle moschee più radicali e probabilmente più importanti della vecchia Europa, le indagini e le sentenze dei giudici lo dimostrarono successivamente.
E attorno a quel periodo aleggiano ancora misteri. Dubbi. Fantasmi che il passare degli anni hanno solo parzialmente risolto.
Serve fare un passo indietro nel tempo e tornare a quei primi mesi del 2001 per capire cosa si stava muovendo nel mondo e, più nel dettaglio, nella famosa moschea di via Massarotti. E’ il gennaio di quel famigerato anno. Una segnalazione proveniente dai servizi segreti fa scattare il massimo allarme tra le forze di polizia e in particolare tra il nucleo DIGOS (Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali) della questura di Cremona. Gli inquirenti si precipitano, in un tardo pomeriggio armi alla mano, nell’appartamento annesso al luogo di culto islamico. Sono alla ricerca disperata di Ahmed El Bouhali, un marocchino da tempo imam della moschea. Le indicazioni provenienti da Roma sono chiarissime. L’uomo potrebbe essere coinvolto in un possibile attentato all’ambasciata statunitense di via Veneto nella capitale. Ma non si esclude che possa essere anche al centro di un più vasto programma di attentati dinamitardi, su scala internazionale., ordinati dalle basi afghane gestite direttamente da Osama Bin Laden. La perquisizione dura pochissimo. El Bouhali non si trova. La moglie non fornisce spiegazioni. E’ diventata una vera e propria primula rossa. Di lui si trovano successivamente labili tracce a Milano. Ha abbandonato la sua vettura in un parcheggio utilizzato per chi solitamente si imbarca su un volo aereo nello scalo di Linate. E’ il luglio del 2001. Poi più nulla fino al processo contro la cellula terroristica (2004/2005), quando i servizi segreti italiani, su indicazioni di quelli statunitensi, confermarono che l’uomo è deceduto proprio in Afghanistan nel corso di scontri militari tra truppe Usa e militanti talebani. La sua partenza a poche settimane, al netto di quanto emerse successivamente, lasciò molti dubbi se in realtà El Bouhali non fosse a conoscenza che, su scala internazionale, si stesse preparando un grande attentato che avrebbe provocato, proprio in Afghanistan, una reazione americana; come poi di fatto accadde. El Bouhali, per altro, era giunto in città dopo aver fatto parte del cosiddetto ‘Battaglione Mujaheddin’: operativo, negli anni Novanta, nel corso del conflitto balcanico. Dunque, con una preparazione militare e para militare necessarie per i gruppi talebani.
Qualche settimana dopo la sua partenza, alle ore 9 americane dell’11 settembre, scoppiò il finimondo nel cuore di New York. Morte. Distruzione. Violenza inaudita. Il mondo rimase sgomento. Ma in quella stessa serata, in molti centri islamici italiani si festeggiò. Epocali resteranno i festeggiamenti nelle strade di Ferrara, ripresi dalle telecamere. Pure a Cremona si festeggiò nel chiuso della moschea. Reazione quasi scontata, pensarono gli inquirenti, visto che già anni prima (era il 1988) in quelle stanze era stata rinvenuta una lunga lettera di Osama Bin Laden a tutto il mondo islamico per chiamare alla guerra contro gli infedeli e tutto il mondo Occidentale. I controlli su quel gruppo di marocchini e tunisini si fece sempre più intenso e sfociò dal 2001 al 2005 a tutta una serie di operazioni di polizia giudiziaria guidate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Brescia con la Direzione Investigativa Antimafia nazionale. Ne nacquero processi che portarono alla condanna, in via definitiva, di sette imam su sette che avevano agito sotto il Torrazzo.
Ma la vicenda giudiziaria che ancora è avvolta in un fitto mistero porta la data di qualche anno dopo i fatti di New York. Da alcuni ambienti investigativi filtrò la notizia che nella Questura di via dei Tribunali si erano presentati uomini dei servizi di sicurezza americani per compiere alcune verifiche. Gli 007 statunitensi erano alla caccia di possibili complici della famigerata cellula di Amburgo, quella guidata da Mohamed Atta, responsabile della carneficina newyorkese. Nel dettaglio la ricerca era focalizzata su alcuni personaggi che avrebbero foraggiato gli uomini di Atta attraverso delle donazioni in denaro. Soldi raccolti nel corso di un evento religioso svoltosi, tempo prima, nel padiglione fieristico di Ca’ de Somenzi. I dubbi degli americani si concentravano sui numerosi rapporti europei che gli imam della moschea di via Massarotti, intrattenevano da almeno sei o sette anni, con i rispettivi "colleghi religiosi" dispersi sia in Germania, in Belgio, nel Regno Unito e, ovviamente, in Francia.
La procura distrettuale antimafia guidata allora dal procuratore capo Giancarlo Tarquini, pur non confermando mai direttamente le operazioni provenienti da oltreoceano, non smentì mai formalmente le verifiche compiute. Era rimasto il dubbio che nei locali dell’ex filanda cremonese qualcuno sapesse, in anticipo, cosa gli egiziani di Amburgo stavano preparando. E per questo si erano impegnati a raccogliere denaro per aiutare i futuri kamikaze.
Su questa ultima vicenda calò il silenzio. Sull’attività della moschea i diversi processi portarono alla luce la sua pericolosità simile, o forse di più, rispetto a quella milanese del famigerato viale Jenner.
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