Quel genocidio in Ruanda, il racconto da Polesine di padre Amato
Anche in terra di fiume, sull’una e sull’altra riva, succede sempre più di frequente di incontrare comunità parrocchiali in cui portano avanti il loro ministero sacerdoti provenienti da altri Paesi e continenti, soprattutto dall’Africa. E’, anche questo, un incontro di culture e di esperienze, un cammino da compiere insieme, senza distinzione alcuna. Sono uomini e sacerdoti che, spesso e volentieri, si portano dietro un bagaglio di esperienze umane molto corposo, il più delle volte segnato da difficoltà e da eventi luttuosi. A Polesine Parmense, sulla riva emiliana del Grande fiume, da qualche anno svolge il proprio apostolato padre Aimè Rukanika Rutaremara, per tutti semplicemente padre Amato. Un prete dal cuore grande, che ha saputo entrare in punta di piedi, facendosi stimare da tutti, in un tessuto sociale comunque non semplice, molto diverso dal suo. E’ arrivato tre anni fa in un freddo dicembre, tra nebbie e giornate di gelo, un clima profondamente diverso di quello a cui era abituato. Lui non ha fatto una grinza, si è subito rimboccato le maniche e messo in cammino, trovando anche, sulla propria strada, persone buone che gli hanno messo a disposizione tutto il necessario. In questi giorni di pasquali, in cui la primavera lascia vedere finalmente giornate lunghe con temperature gradevoli, nei suoi occhi non brilla la luce del sole ma scendono le lacrime, amare, di un evento che lo ha profondamente segnato. Quello del genocidio avvenuto in Rwanda trentadue anni fa. Un fatto che, in un solo colpo, gli potrò via diversi familiari e molti amici; lui riuscì a mettersi in salvo in modo rocambolesco, aiutato da un missionario croato. Ma il dolore, ogni anno, in questi giorni, per lui si ripete esattamente come la prima volta, al punto da chiudersi in casa, immerso nella sua angoscia, ma senza mai rinunciare alla celebrazione quotidiana della messa, il momento per lui ovviamente più importante. Padre Amato ci ha chiesto di “ospitare” un sua testimonianza/articolo; non importa se arriva dall’una o dall’altra sponda del fiume. Lo ospitiamo volentieri e lo si ringrazia per questa testimonianza con l’auspicio che, magari, anche parrocchie, associazioni e comuni cremonesi si vogliano mettere in contatto con lui per invitarlo a parlare della sua esperienza. In quella maledetta primavera-estate del 1994, nel cuore dell’Africa si consumò uno degli eventi più tragici della storia: il genocidio dei tutsi, ad opera degli hutu, in Rwanda. Una pulizia etnica che in soli 100 giorni provocò fra 800mila e un milione di vittime, fra cui donne e bambini, massacrati a colpi di machete. Una catastrofe umanitaria a riflettori volutamente spenti, perché l’Europa e l’Occidente preferirono, guarda caso, non guardare evitando il più possibile di parlarne. Oggi, qui, ne parliamo, lasciando spazio alle parole di padre Amato:
Paolo Panni, Eremita del Po
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Il Ruanda è un piccolo Stato dell’Africa centro-orientale privo di sbocco sul mare, situato in una regione caratterizzata da un territorio prevalentemente collinare, tanto da essere soprannominato “Paese delle mille colline”. Confina con Uganda a nord, Tanzania a est, Burundi a sud e Repubblica Democratica del Congo a ovest. La sua superficie è relativamente ridotta, circa 26.338 km², ma ospita una popolazione numerosa, intorno ai 13 milioni di abitanti, il che lo rende uno dei Paesi più densamente popolati del continente africano. La popolazione è composta principalmente da tre gruppi: gli Hutu, i Tutsi e dei Twa, avendo la stessa lingua madre Kinyarwandae inglese e francese come lingue straniere ma officiale, ma ora che conta è una sola identità: essere ruandesi.
Dal punto di vista economico, il Ruanda è un Paese in via di sviluppo che negli ultimi anni ha mostrato una crescita significativa. L’economia si basa soprattutto sull’agricoltura, in particolare sulla produzione di caffè e tè, che costituiscono importanti prodotti di esportazione. Accanto a questo settore tradizionale, si stanno sviluppando anche i servizi e il turismo, grazie soprattutto ai parchi naturali e alla presenza dei gorilla di montagna. Negli ultimi anni, la capitale Kigali ha iniziato a emergere anche come centro di innovazione tecnologica nell’Africa orientale.
Storicamente, il Ruanda fu inizialmente una colonia della Germania alla fine del XIX secolo. Dopo la Prima guerra mondiale, il controllo passò al Belgio, che amministrò il territorio fino all’indipendenza nel 1962. Durante il periodo coloniale, in particolare sotto il dominio belga, vennero accentuate e irrigidite le differenze tra i gruppi etnici Hutu e Tutsi, creando tensioni profonde che avrebbero avuto conseguenze drammatiche negli anni successivi.
Queste tensioni sfociarono tragicamente nel Genocidio dei Tutsi in Ruanda del 1994. Le radici del genocidio risiedono proprio nelle divisioni etniche rafforzate durante il colonialismo e nelle rivalità politiche sviluppatesi dopo l’indipendenza. L’evento scatenante fu l’abbattimento dell’aereo del presidente Juvénal Habyarimana il 6 aprile 1994. In seguito a questo episodio, gruppi estremisti Hutu avviarono una campagna di violenze sistematiche contro i Tutsi e anche contro Hutu moderati. In circa cento giorni furono uccise milione persone. Il genocidio si concluse con la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese guidato da Paul Kagame, che avviò un processo di ricostruzione e riconciliazione nazionale.
Oggi il Ruanda è considerato uno dei Paesi africani più stabili e in crescita, pur portando ancora il peso di quella tragica storia.
A trentadue anni dal genocidio contro i Tutsi, il dovere della memoria resta più forte che mai. In circa cento giorni, nel 1994, un milione di persone furono massacrate: uomini, donne, bambini, anziani. Nessuna categoria fu risparmiata. Le vittime furono uccise con una violenza estrema, utilizzando armi tradizionali come machete e bastoni, ma anche armi moderne. Molti subirono torture indicibili, mentre il mondo osservava, spesso senza intervenire.
Le conseguenze di questa tragedia sono state devastanti e profonde. Intere famiglie sono scomparse, migliaia di bambini sono diventati orfani, donne e uomini hanno portato per tutta la vita ferite fisiche e psicologiche. La società ruandese fu completamente distrutta: la fiducia spezzata, le relazioni umane frantumate, la vita quotidiana ridotta in macerie.
Tra le immagini più dolorose di quel periodo, resta anche il senso di abbandono vissuto dalla popolazione. In alcuni casi, stranieri presenti nel paese scelsero di mettere in salvo i propri beni e persino i propri animali domestici, mentre molti ruandesi venivano lasciati indifesi, esposti alla violenza e alla morte. Questo contrasto ha lasciato una ferita morale profonda, simbolo di un’umanità che, in quei momenti, non ha saputo essere solidale fino in fondo.
Non meno dolorosa è la constatazione che, ancora oggi, alcuni responsabili del genocidio e i loro complici trovano rifugio e protezione in paesi che si proclamano difensori dei diritti umani. Questa realtà solleva interrogativi sulla giustizia internazionale e sulla coerenza dei valori che molte nazioni dichiarano di difendere.Piuttosto, cercano di imporre sanzioni ai paesi che lottano per i propri diritti.
Eppure, nonostante tutto, il Rwanda ha dimostrato una straordinaria capacità di resilienza. Attraverso percorsi di riconciliazione, giustizia e ricostruzione, il paese è riuscito a rialzarsi. Oggi è spesso citato come esempio di sviluppo e stabilità: le città crescono, i servizi migliorano, e soprattutto si promuove un’identità basata sull’unità nazionale, al di là delle divisioni del passato.
Oggi, più che mai, si può parlare di una vera unità dei ruandesi. Le persone, un tempo divise dalle etichette etniche, vivono insieme, si sposano tra loro, condividono gioie e difficoltà, lavorano fianco a fianco per sviluppare il paese. Grazie alle politiche dello Stato orientate alla riconciliazione, parlare in termini di “Hutu” o “Tutsi” non è più incoraggiato e può persino essere considerato un reato, perché ciò che conta davvero è una sola identità: essere ruandesi. Questa scelta ha permesso di costruire una società più coesa, dove il passato non viene dimenticato, ma non divide più il presente.
Ai sopravvissuti va un pensiero profondo: a chi porta nel corpo e nell’anima le cicatrici di quella tragedia. Che possiate trovare conforto, forza e guarigione. Le loro lacrime non sono dimenticate, e la loro vita è testimonianza di coraggio e dignità. La preghiera e la memoria collettiva restano strumenti di sostegno e di speranza.
Tuttavia, questa memoria non può limitarsi al passato. Nelle regioni vicine, in particolare nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, violenze e persecuzioni continuano a colpire popolazioni innocenti, tra cui comunità tutsi congolese che parlano la lingua ruandese che Congo non riconosce come congolese specialmente gli Abanyamulenge delSud di Kivu e chi parlano kinyaruanda di Nord Kivu. Il silenzio o l’inerzia di alcune grandi potenze, spesso interessate alle immense ricchezze del sottosuolo, solleva ancora una volta una domanda fondamentale: com’è possibile che gli interessi economici prevalgano sul valore della vita umana?“
E per questo motivo, il Rwanda continua a proteggere i propri confini con il Congo, poiché i responsabili del genocidio del 1994 cercano ancora di attaccarlo con il suo sostegno.
Tuttavia, le grandi potenze accusano il Rwanda di creare instabilità per i propri interessi, mentre affermano di sostenere i congolesi di lingua kinyarwanda, che vengono uccisi ogni giorno. Allo stesso tempo, ignorano la situazione del Rwanda e impongono sanzioni, senza agire contro il Congo o i responsabili del genocidio.”
Ricordare il genocidio contro i Tutsi significa allora assumersi una responsabilità: quella di non restare indifferenti. Significa dire che la vita
umana vale più di ogni ricchezza. Significa trasformare il dolore in impegno, la memoria in vigilanza, e la storia in una lezione per costruire un mondo più giusto e umano.
Padre Aimè Rukanika Rutaremara
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