San Lorenzo, un monastero che portò Cremona a livello internazionale; baluardo del vescovo nel Medioevo, poi ricco luogo economico
È sempre di grande interesse aprire nuove visioni sulla Cremona medievale perché appare in maniera chiara l’importanza della città sullo scenario storico e internazionale di quei secoli che vanno dal IX a tutto l’XI secolo.
Ed è quello che ha fatto il convegno di studi, da poco conclusosi al Campus di Santa Monica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona. Tema assolutamente intrigante per tutti coloro che amano le vicende dell’Evo di Mezzo: Fondazioni e rinascite. S. Lorenzo di Cremona nel contesto monastico italiano organizzato dal Dipartimento di studi medioevali, umanistici e rinascimentali e il Centro studi sulla storia degli insediamenti monastici europei (Cesime) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore riaccende l’attenzione sulla chiesa di San Lorenzo a Cremona, con il fattivo contributo della Fondazione Arvedi e del gruppo industriale Ferraroni mangimi.
Un monastero di fondazione direttamente vescovile che “ha significato, come detto dal Professor Nicolangelo D’Acunto direttore del Dipartimento di studi medioevali, umanistici e rinascimentali, Direttore del CESIME, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - l'inserimento della città dentro un circuito oggi, potremmo dire, internazionale. I vescovi, come il cremonese Ulderico fondatori di monasteri, erano i rappresentanti a livello locale dell'impero e quindi rappresentavano una forma di integrazione del territorio della Valle del Po”.
E, nel corso dell’incontro a cui hanno partecipato studiosi che si sono occupati della storia medievale della città come Giancarlo Andenna, è emersa anche la funzione di protezione che un monastero come quello di San Lorenzo aveva proprio per il vescovo locale che lo aveva fondato. “Il monastero di San Lorenzo, ha detto ancora D’Acunto, è risultato essere un luogo dove il vescovo potesse rifugiarsi dei momenti in cui c'erano gravi tensioni cittadine. Consentiva al presule di essere dentro la città ma con degli strumenti di difesa dalla città”.
Delle successive sorti del complesso monastico si è occupata Elisabetta Filippini, professoressa universitaria cremonese, che ha trattato del passaggio del luogo di culto dai benedettini agli olivetani nel XV secolo “Una presenza, quella degli olivetani, ha detto Filippini, molto attiva, soprattutto anche dal punto amministrativo e di buona gestione amministrativa delle terre. Segnarono una fase di rinascita: in sostanza l'ultima fase di San Lorenzo che arriverà fino a tutto il Settecento”.
E del periodo del XVIII secolo ha parlato anche Raffaella Barbierato, direttrice della Biblioteca Statale di Cremona, analizzando alcuni documenti presenti nell’istituzione che dirige. “Ne esce l’immagine di un’abbazia molto ricca. Le entrate superano di molto le uscite. Il tessuto sociale è molto ricco come pure il territorio di competenza. Andava da Quistro a San Martino del Lago ad alcune zone della città, soprattutto quella di ‘Prati del vescovo”, cioè la zona intorno all'abbazia. Si trovano negli atti la presenza di mulini, territori, campi, animali. Un’abbazia veramente florida”.
Nel corso dell’incontro, Isabella Aurora, della Biblioteca Apostolica Vaticana, ha presentato un documento totalmente inedito in cui si dà conto che il vescovo Ulderico volle lasciare ogni suo possedimento a questo monastero che lui stesso aveva fondato, legandosi ancora di più a Cremona.
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