19 marzo 2026

Tra contrasti e visioni: Borejko, Montero e la Stuttgart Philharmonic Orchestra conquistano il pubblico del Ponchielli con un programma avvincente e trasversale

Una serata che prende avvio tra le nebbie e i riflessi marini delle isole scozzesi, attraversa i colori accesi e contraddittori del Venezuela, per approdare infine negli abissi visionari e febbrili di un incubo romantico.

Al Teatro Ponchielli, la Stuttgart Philharmonic Orchestra guidata da Andrej Borejko, con Gabriela Montero al pianoforte, ha costruito un programma coerente e narrativo, capace di attraversare paesaggi sonori e culturali molto diversi. La serata è stata dedicata alla memoria di Elisabetta Carutti Gosi, anima generosa scomparsa lo scorso due marzo.

Ad aprire, l’ouverture Le Ebridi di Mendelssohn: gesto morbido e misurato sul podio, orchestra ben equilibrata e amalgamata. Fin dalle prime battute emerge un suono compatto, sempre controllato, con quella chiarezza e solidità tipicamente “tedesca” che caratterizzerà tutta la serata.

Il concerto venezuelano di Gabriela Montero è un brano che, come spiegato dalla stessa compositrice, mette sotto i riflettori le due facce della cultura venezuelana: una brillante e solare e l’altra sofferente, in continua lotta per emergere.

Una scrittura che attinge a piene mani da modelli novecenteschi – dal Concerto in sol di Ravel alle Danze sinfoniche di Bernstein fino alla Rhapsody in Blue di Gershwin – quasi a voler unire tradizioni musicali diverse, colte e non. È anche per questo che Montero resta una figura divisiva: una voce fortemente personale che si è ritagliata un proprio spazio nel panorama contemporaneo.

Nel primo movimento, Mambo, le tinte contrastanti emergono con evidenza attraverso repentini cambi di atmosfera: momenti lirici si alternano a ritmi latini che coinvolgono immediatamente il pubblico.

Il secondo movimento è una sorta di barcarola sospesa, con orchestrazione ricca di episodi solistici e cameristici e timbri più opachi.

Il terzo movimento, un rondò dal tema ispirato alla tradizione latinoamericana, si sviluppa su un serrato dialogo tra pianoforte e orchestra, arricchito da duri virtuosismi, quasi veri e propri sforzi ginnici.

Come fuori programma, la pianista ha offerto una delle sue celebri improvvisazioni – “un momento in cui nemmeno io so quello che accade, la musica esce spontaneamente, in libertà” – sul tema del Va’ pensiero, rielaborato in molteplici forme fino a una chiusura sorprendentemente umoristica in stile ragtime.

La seconda parte era affidata alla Symphonie fantastique di Berlioz, vero viaggio allucinato nella mente di un artista: dai sogni e le passioni iniziali, passando per un ballo e una scena campestre carica di inquietudine, fino alla marcia al supplizio e al sabba finale, in un crescendo che trasforma l’amore in ossessione e incubo.

La direzione di Borejko si è distinta per correttezza e puntualità, con una visione sempre lucida e controllata – forse a tratti fin troppo. Ma è soprattutto l’orchestra a colpire: una macchina sonora sempre unita, sicura, tecnicamente ineccepibile. Il suono è compatto, reattivo, mai scomposto, con una qualità timbrica solida e riconoscibile, che richiama chiaramente una tradizione centro-europea.

Compagine dalla storia relativamente recente, la Stuttgart Philharmonic Orchestra si conferma una realtà aperta, che non rifiuta alcun repertorio e che, pur ancora alla ricerca di un’identità pienamente definita, riesce proprio in questo percorso a offrire esecuzioni di grande qualità, come quella ascoltata questa sera.

 

Foto di Francesco Sessa Ventura

 

Filippo Generali


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