18 febbraio 2021

Dante, la Divina Commedia e il traditore cremonese

Se la città di Cremona non è mai citata esplicitamente nella Divina Commedia, i cremonesi invece sì ed è giusto ricordarli in questo anno in cui si celebra Dante. Uno di loro finisce direttamente nell’Antenora infernale; luogo riservato ai traditori della Patria. Il Canto è il XXXII, i versetti sono il 113 e il 117. I due poeti sono nell’Inferno più nero e profondo. Satana è a pochi ‘passi’ immerso nel ghiaccio eterno. La terzina è questa: El piange qui l’argento de’ Franceschi/ “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera/ là dove i peccatori stanno freschi.

I commentatori anche moderni del divino poema, come ad esempio Giulio Ferroni in L’Italia di Dante / Viaggio nel paese della Commedia (La nave di Teseo 2020), individuano in quel Duera , Buoso da Duera (ovvero di Dovara): signore di Soncino e consignore di Cremona alla metà del 1200. Personaggino di spicco in tutta la storia locale a cui qualcuno ha avuto la brillante idea di dedicagli anche una strada: via Buoso da Dovara appunto. La scena è tra le più drammatiche della cantica infernale. Durante il cammino, Dante inciampa in una testa che spunta dalla lastra glaciale. Da quel terribile dannato colpito dal calcio, si alzano minacce e contumelie per l’affronto ricevuto. Ma a quel punto Dante non ci sta. Torna sui suoi passi e gli ordina di presentarsi. Nulla da fare. Quello che fu un uomo non vuole svelarsi, nonostante il poeta cerchi di strappargli i capelli per ottenere risposta. Ed ecco all’improvviso un altro condannato alza la sua voce e svela che quel recalcitrate traditore è Bocca degli Abbati. Fu un nobile fiorentino accusato di aver mozzato la mano del porta bandiera guelfo nella battaglia di Monteaperti e di aver provocato così la sconfitta proprio del partito dantesco e di essere poi passato, con totale nonchalance, dalla fazione guelfa a quella opposta ghibellina.

Una volta scoperto Bocca restituisce pan per focaccia ed elenca a Dante tutta la serie di traditori che gli fanno compagnia. Tra questi proprio quel Duera che aveva svelato il suo nome al poeta. La fama di Buoso doveva essere pessima in vita e Dante ne aveva sentito la fama da traditore della Patria. I fatti dovevano essere arcinoti ai tempi. Nel 1265 Buoso aveva ricevuto l’incarico da Manfredi di Svevia, re di Sicilia, di impedire a Carlo d’Angiò e alla soldataglia francese di passare il fiume Oglio. Dovera evidentemente accettò a parole l’incarico. Nei fatti, invece, fece l’esatto opposto. Dopo aver ricevuto un bel pacco di soldi, questo è ciò che raccontano gli storici, lasciò che gli angioini passassero il fiume indisturbati. L’esercito francese arrivò a Benevento l’anno dopo e ingaggiò una terribile battaglia con gli Svevi. Sul campo morì proprio quel Manfredi tradito da Buoso. Il cambio di idea costò non poco a Dovera. Gli amici di Manfredi iniziarono a dargli la caccia e dovette rifugiarsi a Covo.

Nell’attuale centro bergamasco fece costruire una rocca e un sistema difensivo possente che nel giro di poco fu però scardinato dai milanesi e così Buoso fu costretto a darsela a gambe mischiandosi tra la plebe del contado per non finire con la testa mozzata. Ma il cremonese non era nuovo a voltare gabbana e spedire all’altro mondo amici e conoscenti a seconda della convenienza del momento . Era già accaduto vent’anni prima tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta del 1200 aveva stretto un patto di sangue con altri due anime nere del medioevo: Ezzelino da Romano e Oberto Pallavicino. Con loro era a capo dei ghibellini lombardi. Il terzetto fece fuoco e fiamme. Con Pallavicino, Buoso di impadronì di molte città lombarde mettendo ‘in mutande’ anche il vescovo di Cremona a cui vennero confiscati tutti i beni. Ma appena Oberto decise di schierarsi contro i milanesi, Buoso lo tradì cercando di impossessarsi dei suoi beni. Una vita violenta all’insegna del ‘mestiere delle armi’.

Luca Poli


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