30 marzo 2021

Renzo e il suo amore per Mina, vicini nella sua casa museo

I capelli perennemente color rosso mogano, un intenso profumo di acqua di colonia, la cravatta sgargiante sotto una giacca generosamente vintage, il sorriso bonario e cordiale: è l’immagine che torna alla mente pensando all’Happy Boys Renzo Donzelli, che avevo conosciuto anni fa collaborando alla raccolta del materiale per il libro scritto da Renato Crotti, “Mina prima di Mina (ed. Rizzoli), di cui Renzo era una delle voci narranti. 

Lui, la Mina l’aveva conosciuta e frequentata davvero, anche se, col passare degli anni, talvolta eccedeva nel porsi al centro degli eventi e la “verità Donzelliana” ampliava la sua posizione sul palcoscenico del ricordo: era l’inesauribile ricerca delle luci della ribalta. Era l’animo dell’artista nostalgico restio a prendere atto che quei meravigliosi anni erano ormai solo un ricordo. Si definiva un superstite, avendo salutato per l’ultimo viaggio tanti amici e colleghi.  “Te fo zenter Be Bop A Lula” diceva imbracciando la chitarra, fedele compagna in centinaia di concerti degli “Happy Boys”, fondati nel 1949 da Nino Donzelli, dalle balere di Mezzano Chitantolo all’Egitto, dai night ai Festival della canzone in giro per l’Italia. Negli ultimi anni suonava ancora in qualche manifestazione locale e festa di paese, tornando protagonista sul palco, riassaporando il piacere dell’applauso del pubblico a cui immancabilmente, dopo il bis di rito, narrava del suo incontro con Mina.  

Alla fine degli anni Cinquanta, l’adolescente Mina Mazzini veramente si presentò a casa Donzelli pronunciando la famosa frase: “ciao, sono Mina, mi fai cantare?”. Resta tutt’oggi un mistero se la disse al fratello Nino o a Renzo. Comunque sia andata, i fratelli Donzelli le diedero l’opportunità di esibirsi con la loro orchestra, intuendone le doti artistiche, la carica vitale, l’energia che sprizzava da tutti i pori, la potenza e l’estensione canora inusuale, la spontanea capacità di infrangere gli schemi musicali dell’epoca e del perbenismo imperante. 

La casa di Renzo era un museo del tempo che fu: centinaia di articoli di giornale, dischi in vinile, fotografie, spartiti musicali, video amatoriali, lettere, cartoline stipati in cassetti e armadi, oltre all’inseparabile chitarra. Renzo era un fiume in piena: concerti, fatti, persone, viaggi, amori (era un tombeur de femme impenitente) che di tanto intanto infiorettava la narrazione per aver ancora “l’occhio di bue” puntato su di lui. Immancabile intonava “Tintarella di luna”, “Nessuno” o “Be Bop A Lula”. Avrebbe voluto incontrare ancora di persona la sua Mina, ma non riuscì a penetrare la ferrea riservatezza della Tigre di Cremona, insofferente alle critiche del pubblico già agli esordi, quando – così narrava Renzo - uno spettatore le disse al termine dell’esibizione “Te te cantet mia, te vuset”. Ciò non intaccò l’amore incondizionato per la sua Mina, che aveva sempre idealmente al suo fianco nella sua casa museo a Cremona. (c.t.) 


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