3 aprile 2026

‘Palla in curva’ con Domenico Marocchino: “In questo calcio servirebbe gente intelligente e scaltra come Emiliano Mondonico”. Le ramanzine di Boniperti e le battute di Ugo Tognazzi

Il nome di Domenico Marocchino evoca un calcio d'altri tempi nei tifosi grigiorossi. Parliamo di un calciatore completo: un attaccante ‘multiruolo’ eclettico dalle spiccate qualità tecniche, accompagnate da una personalità originale e fuori dagli schemi anche lontano dal rettangolo di gioco.

Vercellese, classe 1957, Marocchino cresce nel vivaio della Juventus per poi passare allo Junior Casale. Arriva alla Cremonese nella stagione 1977/78, con la squadra appena promossa in Serie B. Sotto la guida tecnica di Angeleri e, successivamente, di Settembrino, colleziona 34 presenze e mette a segno due reti. Fu un'annata amara per i colori grigiorossi, che si concluse con la retrocessione dopo una sola stagione nel campionato cadetto.

In quella rosa militavano nomi che hanno fatto la storia del club: da Cesini a Chigioni, passando per De Giorgis, Finardi, Frediani e il portiere Ginulfi. Insieme a loro, figuravano Prandelli, Sironi, Talami, un esperto Mondonico e un giovanissimo Montorfano. Il legame con quella formazione è per me profondo, poiché coincide con il mio debutto assoluto allo stadio Zini. Partiti dall'oratorio di San Pietro con mio fratello e i suoi amici, ricordo ancora il deserto dietro la rete in metallo, dove successivamente fu costruita la Curva Sud, e nonostante siano passati quasi cinquant'anni, la passione per la maglia che rappresenta la mia città, annulla ogni distanza temporale. Per la cronaca, quel match finì 3-0 con reti di Sironi, De Giorgis e Mondonico, subentrato in un'epoca in cui era consentito un solo cambio.

Tornando all’ospite, prima di diventare opinionista per la Rai e Mediaset, Marocchino ha scritto pagine importanti del calcio italiano. Con la Juventus di Boniperti e Trapattoni — dal 1979 al 1983 — ha vinto due scudetti e una Coppa Italia. A Torino, oltre a ritrovare Prandelli, gioca con Cabrini accanto a leggende come Zoff, Scirea, Gentile, Furino, Boniek, Brady, Brio, Tardelli e Bettega. Un calcio e dei campioni che nulla hanno a che vedere con l’attuale teatrino di scarsa qualità e valore, che ci viene propinato quotidianamente.

L'intervista

Ciao Domenico innanzitutto ti ringrazio di aver accettato il mio invito. Vorrei riallacciarmi ad una tua recente analisi sul disastro annunciato della Nazionale. Da dove si può realmente ripartire?

'Bella domanda. Partirei dal riportare un po' di serenità nell’ambiente, soprattutto per chi dovrà fare le valutazioni necessarie, senza fretta e da parte di persone che ne abbiano la competenza, sia per un discorso politico che sportivo. Ti faccio un esempio: negli ultimi quarant'anni i due più grandi intenditori sono stati Allodi e Moggi, due che non hanno giocato a pallone. Solo dopo arriva l’analisi del campo e della guida tecnica. Un progetto credibile è fondamentale, così come le scelte. Avere troppi giocatori con caratteristiche simili non aiuta: in attacco abbiamo fisicità ma ci manca la rapidità; in mezzo non c'è un incontrista alla Gattuso e dietro mancano la lettura e la reazione di un Cannavaro o di un Bonucci. I risultati sono figli delle scelte, a partire dalle convocazioni: io, per esempio, Zaniolo lo avrei portato'.

Pensi che il cambiamento della società e della cultura sportiva abbia influenzato questi risultati?

'Credo sia inutile fare parallelismi con epoche differenti. Cambia la società e cambia il calcio: non ci saranno più i Totti, i Del Piero o i Baggio. Non è solo questione di come si insegna il calcio, ma del fatto che quei campioni nascevano dalla strada. Oggi in strada non gioca più nessuno e i sogni dei ragazzi sono altri'.

Un tempo, però, c’erano figure capaci di fare la differenza anche fuori dal rettangolo verde.

'Esatto, e mentre parliamo mi viene in mente il mio amico Emiliano Mondonico. Era una persona intelligente, scaltra, furba. Serve gente che conosca i trucchi del mestiere, qualcuno che ti spieghi che a volte è più utile prendere un fallo al limite dell’area invece di provare a dribblare mezza difesa. Ma oggi vanno di moda gli allenatori stilosi, mentre quelli pratici non vengono quasi più considerati'.

Ormai il calcio è diventato un format di spettacolo globale. Tutti devono adeguarsi a questo nuovo ritmo.

'Più che spettacolo, lo trovo noioso. Il calcio oggi sembra un allevamento di polli, strutturato cinematograficamente. Vedi selve di coni, paletti, pupazzi che ballano e un numero incredibile di persone in campo per il riscaldamento. Ci vuole un quarto d'ora solo per farli uscire tutti. Sarà anche più spettacolare visivamente, ma non vuol dire che sia un bene per il gioco'.

Tu sei cresciuto nelle giovanili della Juventus. Il sistema attuale impedisce davvero ai talenti italiani di emergere?

'Non sono del tutto d’accordo, bisogna saper cercare. Faccio spesso questo paragone: se vado al mercato e vedo un banco con centomila pezzi, non mi viene voglia di comprare. Se ne vedo uno con tre tipi di frutta e quattro di verdura selezionata, acquisto subito. Il valore sta nella rarità. Non possiamo tornare indietro rispetto a ciò che offre il mercato, ma possiamo essere più bravi a scegliere, sperando che madre natura torni a metterci del suo'.

Passiamo alla Cremonese. Cosa rappresenta per te Cremona e cosa ti è rimasto di quell'esperienza?

'Io sono un figlio del Po. Da Torino sono passato a Casale e poi a Cremona seguendo il suo corso. Ancora oggi faccio parte di circoli di canottaggio. Chi ha giocato nella Cremonese non la dimentica. Ricordo che tempo fa, durante una partita tra ‘vecchie glorie’, mi sono ritrovato a palleggiare con Cabrini, Mondonico, Prandelli e forse anche Vialli. Non so se sia una coincidenza, ma la Cremo è la Cremo, c'è poco da dire'.

C'è un aneddoto particolare che ricordi di quel periodo in grigiorosso?

'Uno legato alla mia stravaganza. Prima di entrare in campo, dopo l'appello dell'arbitro, passavamo davanti a una stanza che dava sul magazzino. Ero d'accordo con Berto Pianta, allenatore in seconda e dei portieri, mettevo la testa dentro, lui mi faceva fare un tiro di sigaretta e mi dava un goccio di grappa. Forse è per questo che ho smesso di fumare solo quando ho appeso gli scarpini al chiodo'.

Come vedi l'attuale situazione della squadra e il recente cambio in panchina?

'Nicola e Giampaolo sono bravi allenatori, forse Giampaolo cerca un po' di più il gioco. C'è stato un calo dopo una partenza strana, come se la squadra fosse andata al ristorante a fare una scorpacciata e poi si fosse addormentata. È un po' quello che accade al Cagliari: vinci due partite e ti senti salvo, ne perdi due e torni nel vortice. Spero con tutto il cuore che la Cremonese riesca a salvarsi'.

Hai provato la carriera da allenatore prima di passare al commento tecnico, ma è stata una parentesi breve.

'Ho sempre avuto una grande qualità: l'incostanza. Avrei dovuto desistere subito. Ho allenato più che altro per motivi utilitaristici, aiutando le attività dei miei in quei posti, ma sono troppo allegro per quel ruolo. I giocatori mi adoravano perché sono ironico di natura. Credo che nel calcio serva molta più leggerezza'.

Questa attitudine ha favorito la tua successiva attività come opinionista.

'Assolutamente. Ti racconto questa: negli anni '80 la Juventus ebbe un contrasto con la Rai e Boniperti vietò le interviste. Quando il veto cadde, dovette scegliere chi mandare per primo. Mi chiamò e mi disse: “Mando te”. Io gli feci notare che c'erano Zoff e Bettega, gente più famosa. Lui rispose: “No, più bravo di te a raccontar delle balle non ce n'è nessuno!”. Un'altra volta mi chiese: “Ma sei sempre in giro di notte?”. Gli risposi: “Presidente è colpa sua”. “Colpa mia? “. Io gli risposi “Mi dice di non fumare, io non ci riesco e così siccome di giorno c’è troppo smog per le macchine, esco la sera che faccio meno danni”. Lui rideva, perché il calcio era anche questo'.

Hai incrociato molti personaggi di rilievo. C'è un ultimo episodio che vuoi citare?

'Ho una foto di Ugo Tognazzi che batte il calcio d'inizio tra Casale e Cremonese. Il giorno prima ero al bar dell'hotel Continental. Entra Tognazzi e chiede al barista una stanza prenotata dal presidente Luzzara per fare una doccia. Poi si ferma e fa: “Tanto lei non ha bisogno del documento, mi conosce no?” Il barista lo guarda e risponde: “Signor Gassman, vada pure”. Tognazzi fece un passo, si girò e gli rispose: “Grande battuta!”. Questo era il mio calcio'.

Daniele Gazzaniga


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