Dopo grigliate e pic nic, abbandonati rifiuti "pasquali" lungo il Po e in golena. Servono controlli. Tanti soldi buttati in una rinaturazione senza senso
Rifiuti pasquali in terra di Po. Così si potrebbe definire il triste spettacolo a cui si può assistere, ancora una volta, sotto al ponte “Giuseppe Verdi” che collega Emilia Romagna e Lombardia, Parmense e Cremonese, nel tratto compreso tra i Comuni di Roccabianca, Polesine Zibello e San Daniele Po. Un’area, quella del lungo viadotto, fin troppo spesso presa di mira da chi decide di liberarsi, in modo illegale, e pericoloso, dei propri rifiuti. Per Pasqua e Pasquetta parecchie persone, specie per le immancabili grigliate e pic nic, hanno scelto lo spiaggione del Po sottostante il ponte “Verdi” ed ecco che, ancora una volta, hanno colpito lasciando sacchi colmi di rifiuti oltre ad immondizia abbandonata sulla spiaggia. Un comportamento inqualificabile che, ancora una volta, dimostra lo scarso senso civico di alcune persone, con buona pace anche delle iniziative e delle politiche che vengono attuate e portate avanti a beneficio dell’ambiente, dell’ecologia e quindi della salute pubblica. Purtroppo c’è ancora qualcuno che, di tutto questo, se ne infischia e quindi ecco che il comitato Amici del Grande fiume chiede ancora una volta, nella immediatezza, un forte aumento dei controlli nelle golene del Po, anche con l’uso di videocamere e fototrappole, per individuare e colpire i responsabili di queste azioni ed usare, nei loro confronti, la più assoluta intransigenza. Con la proposta, ancora una volta, di posare, eventualmente, un cassonetto per i rifiuti nell’area sottostante il ponte,a ridosso dello spiaggione, in modo che si possa comunque fornire, alle persone, la possibilità di smaltire correttamente i rifiuti e, volendo fare un “passo in più”, migliorare i collegamenti lungo la via Alzaia, e magari anche quelli via fiume col vicino attracco di Isola Pescaroli, dando quindi la possibilità di conoscere e scoprire meglio le aree fluviali a quei turisti (e non sono pochi) che si muovono in bicicletta, a piedi o a cavallo lungo le due sponde del Po. Costerebbe sicuramente meno di quella operazione che si sta facendo, fantomaticamente denominata “Rinaturazione del Po” che sta facendo ampiamente discutere e, nel frattempo, ha portato a distruggere e radere al suolo interi polmoni verdi, per far posto a non si sa bene cosa. I nuovi boschi piantumati? Semplici fuscelli che, non occorre certo uno “stratega” della botanica, non supereranno nemmeno l’estate e, chissà, magari il paesaggio sarà quello di campi arancioni (cosparsi di glifosato, in nome del dio denaro, con buona pace della salute pubblica) dove non vedrete spuntare un papavero nemmeno a cercarlo col “lanternino” (glifosato docet) ed il “profumo” sarà quello di canali in cui scorrono quantità abbondanti di liquami (e magari altre diavolerie? Sarà ora di fare qualche analisi nei corsi d’acqua minori e magari rendere pubblici i risultati?) e dove da tempo è pressoché impossibile imbattersi in forme di vita acquatica.
Per quanto riguarda le aree boschive purtroppo già rasate al suolo (i fondi del famigerato Pnrr, ci si consenta, potevano essere utilizzati molto meglio) sia sufficiente ricordare ai fautori di tutto questo che negli ultimi 26 anni, il nostro Paese ha perso il 33% degli uccelli che vivono in ambienti agricoli. Sono i dati che emergono dall’aggiornamento del Farmland Bird Index, l’indicatore con cui la Rete Nazionale PAC con il supporto di Lipu monitora lo stato di salute dell’avifauna agricola. La situazione è particolarmente critica nelle aree di pianura, come la Pianura Padana, dove i l calo tocca punte del -50%. Tra le cause, le pratiche agricole non sostenibili e la scomparsa di siepi e filari. Su 28 specie monitorate, il 71% è in declino significativo; tra le perdite più gravi figurano il Torcicollo (-76%), il Calandro (-73%) e il Saltimpalo (-71%). Il crollo di queste specie riflette il degrado dell'ecosistema e la diminuzione delle risorse alimentari di cui si cibano, ad esempio gli insetti. Queste evidenze scientifiche avranno un ruolo strategico per il Piano nazionale con cui l'Italia darà attuazione al Regolamento UE per il ripristino della natura. La sfida sarà tradurre questi dati in azioni concrete di promozione di modelli agricoli che integrino produzione e tutela della biodiversità. E su questo si può affermare che, almeno per quanto riguarda gli interventi in corso lungo il Po, si tratta di iniziative quantomeno discutibili. Va detto che le Regioni della Pianura Padana stanno investendo, coordinando interventi e assumendosi responsabilità per ridurre le emissioni e migliorare la qualità dell’aria. Ma proprio mentre questo lavoro comincia a dare segnali di miglioramento, la Legge di Bilancio 2026 interviene, dati alla mano, con un taglio del 75% al Fondo nazionale dedicato al bacino padano: 240 milioni di euro in meno nel triennio 2026-2028. Per la sola dirimpettaia Emilia-Romagna significa circa 52 milioni di euro in meno su politiche ambientali e di mobilità sostenibile e, nel frattempo, la Pianura Padana continua ad essere, da anni, una delle aree più inquinate d’Europa, con valori spesso ben oltre le soglie di sicurezza, e lo mostrano i dati seri dell’Agenzia europea dell’ambiente e quelli provenienti dalle centraline Arpa. Siamo in una delle aree più densamente popolate e urbanizzate d’Europa. Merci e persone sono in continuo movimento a bordo di veicoli spesso inquinanti, mentre gli impianti e i capannoni industriali contribuiscono alle emissioni nocive. Tutto questo crea altissime concentrazioni di polveri sottili (PM10 e PM 2.5), ozono, biossido di azoto, ma anche composti dello zolfo, idrocarburi policiclici aromatici, monossido di carbonio e anidride carbonica. Un altro fattore che contribuisce all’inquinamento della Pianura Padana sono le emissioni di ammoniaca, derivanti dagli allevamenti intensivi presenti nel territorio. L’ammoniaca contenuta nelle deiezioni degli animali reagisce con l’aria, formando particolato sottile. Questo fenomeno solleva interrogativi sull’etica del consumo alimentare, evidenziando la necessità di una riflessione più ampia sulle conseguenze ambientali delle pratiche zootecniche intensive. In definitiva: sull’ambiente, se davvero ci teniamo alla salute e al benessere di tutti, c’è da lavorare parecchio e da produrre fatti più che “tavolate” i riflessioni.
Eremita del Po
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