20 giugno 2026

La festa di San Giovanni Battista, sagra a Pieveottoville e tradizioni cremonesi

A Pieveottoville, sulle riva destra del Po, ma dagli importanti e significativi legami cremonesi, è tutto pronto per la festa patronale di San Giovanni Battista, evento che, tra domenica 21 e martedì 23 giugno, vedrà susseguirsi una serie di eventi tra sacro e profano, tra saperi e tradizioni.  Domenica 21 giugno, alle 11, nella chiesa collegiata di san Giovanni Battista si terrà  la messa pontificale presieduta dal vescovo di Fidenza  monsignor Ovidio Vezzoli e per tutto il giorno sarà possibile ammirare la Infiorata del Corpus Domini, visitabile anche i giorni successivi, fino al 30 giugno. Infiorata che è stata realizzata con centinaia e centinaia di delicati uncinetti di rose creati a mano dalle donne della parrocchia e amici e amiche di Pieveottoville arrivati anche dai dintorni.  Sotto il nome di La Piv en Rose, per tante donne sono stati mesi e mesi di   lavoro paziente e condiviso,  ispirato al tema della lettera pastorale 2025-2026 del vescovo Ovidio Vezzoli: “Fossero tutti profeti”, richiamando il desiderio di una Chiesa viva, capace di testimoniare il Vangelo nella quotidianità.  Ogni rosa intrecciata all’uncinetto ha rappresentato non solo un gesto artistico, ma anche una preghiera silenziosa, un segno di fede e di servizio. Le mani operose e silenziose delle donne (di ogni età, tutte accomunate dalla volontà e dalla passione di creare, insieme, questa opera) hanno trasformato fili e colori in un autentico tappeto di bellezza, di fede e di speranza. L’arte dell’uncinetto, antica e semplice, è diventata così linguaggio di comunione e profezia. L’Infiorata può essere ammirata per tutto il mese di giugno; ogni giorno dalle 8 alle 18,30.ed eventuali offerte saranno tutte destinate al restauro della facciata della chiesa. Chiesa dove è esposta anche la spettacolare Ultima Cena realizzata con la tecnica dell’uncinetto filet, dall’indimenticata Claudia Lodi, messa a disposizione dal marito Mario. La collegiata ha tra le sue “firme” quella dell’architetto e scenografo cremonese Vincenzo Marchetti (1811 - 1894). Nella bella chiesa collegiata dedicata a San Giovanni Battista (per altro recentemente sottoposta a importanti lavori di restauro e conservazione recentemente conclusi) ha  infatti rimodellato le cappelle laterali ed ha progettato l’abside e la cupola sovrastante. Fu il parroco don Giacomo Remondini a promuovere gli importanti lavori del 1859 che portarono alla sistemazione della torre campanaria (la cui cuspide fu ricoperta con lastre di rame) e, quindi, seguendo il progetto dell’architetto Marchetti si procedette alla demolizione della volta del coro e del santuario che fu ricostruita con l’aggiunta della cupola mentre il presbiterio fu provvisto della massiccia balaustra in marmo e si curò anche la sistemazione degli archi delle cappelle e delle colonne. La chiesa è anche “custode” di importanti opere di un altro cremonese, il pittore Giuseppe Moroni,  che a Pieveottoville, per molti anni stabilì, per così dire, la sua seconda casa. Del pittore cremonese da evidenziare, soprattutto, due opere  realizzate con la tecnica dell’olio su tela: “La Pietà” e “San Carlo Borromeo”. Il primo, “La Pietà”, datato 1949, è la pala dell’altare dedicato ai Caduti di Guerra ed è una copia, con qualche variante, di analoga opera eseguita dallo stesso artista per la chiesa di San Michele Arcangelo in Cremona. Rappresenta la pietà divina e umana in una tonalità mistica di fede, di rassegnazione e di speranza cristiana in cui, dinnanzi alla Madonna che accoglie pietosamente il corpo del Figlio, si trova in primo piano la figura dolente di una madre che prega preso la salma di un soldato mentre, sullo sfondo, una croce irradiante una debole luce si inserisce in un panorama accennato di mestizia profonda. L’opera del Moroni simboleggia il dolore di due maternità schiantate, avvicinate dalla morte e valorizzate dalla fede in un vincolo di divino e di umano. Il dipinto che raffigura invece il Borromeo è, a sua volta, al centro dell’altare laterale dedicato allo stesso patrono del comune e ricorda la visita pastorale compiuta in parrocchia dal santo nel 1575. Tra l’altro, la stessa chiesa ospita, del medesimo pittore cremonese, le pitture che ornano la volta della cappella dedicata alle Anime del Purgatorio. Del Moroni, nella stessa collegiata, anche l’altare della cappella che riproduce fedelmente la grotta di Lourdes. Giusto ricordare che Giuseppe Moroni diede la sua fattiva collaborazione ad ogni avvenimento importante del paese compresi il Congresso Eucaristico e il pellegrinaggio delle reliquie di San Donnino. La sua permanenza a Pieveottoville, grazie ai profondi legami con lo zio monsignor Fava, fu una stagione ricca di creatività ma anche di una povertà sopportata nel silenzio e con grande dignità e Pieveotoville può considerarsi, a pieno titolo, anche per le opere conservate in private abitazioni e per la meravigliosa “Trebbiatura alla Bora” custodita nella sala del consiglio comunale di Zibello (ma la Bora, giusto precisarlo, si trova a Pieveottoville), un “museo moroniano” a “cielo aperto”. Nell’ambito dell’arte sacra, per altro, c’è un inedito patrimonio, diffuso tra le chiese dei territori di Cremona e Parma, che l’artista ha realizzato attraverso la combinazione di pitture e vetrate di gusto novecentista. Infatti, anche dopo il suo trasferimento a Roma, continuava a frequentare le terre del Po e proprio a Pieveottoville aveva attrezzato il suo laboratorio per la produzione delle vetrate. Nel ventennio tra le due guerre l’artista ebbe l’opportunità di partecipare a importanti manifestazioni espositive dopo aver esordito nel 1925 al Concorso Artistico Nazionale Francescano aggiudicandosi il primo premio. Negli anni Trenta si susseguirono le partecipazioni alla Quadriennale di Roma, alla Promotrice di Torino e alla Biennale veneziana, a dimostrazione che Moroni era in sintonia con la cultura artistica del periodo. Sempre molto legato alla città d’origine, l’artista ha donato al Museo Civico “Ala Ponzone” alcune delle sue opere più significative, tra cui il quadro Colonie fluviali che era stato eseguito per la prima edizione del Premio Cremona. Anche il dipinto Modelli nel 2017 è stato richiesto dal Mart di Rovereto in occasione della esposizione dedicata al Realismo Magico, successivamente ospitata anche a Helsinki (Finnish National Gallery) e a Essen (Folkwang Museum). A Moroni,  nel 2019,  al Museo Civico “Ala Ponzone” è stata dedicata la mostra “Giuseppe Moroni tra Novecento Italiano e Scuola Romana” curata da Maurizia Bonatti Bacchini con la collaborazione dell’Archivio di Giuseppe Moroni – Angelo Allegrini di Roma. Tra l’altro, nel suo testamento, l’artista aveva previsto un lascito per il Museo Civico di Cremona che complessivamente possiede otto quadri: La Pietà, Il nonno, Eva cacciata dal Paradiso, Miraculorum, La nonna, Mezzadro, Colonie fluviali, Modelli. Quest’ultimo però, come osservato di recente da Angelo Allegrini “da diversi anni non viene esposto , perché si trova nei depositi in attesa di restauro. E’ un’opera molto importante – ha detto – e sarebbe interessante sapere perché tanto ritardo nella sua giusta collocazione”.  Quella di domenica 21, e dei gironi successivi, sarà quindi una favorevole occasione per visitare l’Infiorata  ma anche le opere d’arte cremonesi che la chiesa conserva, compreso il monumentale organo Serassi restaurato pochi anni fa dalla ditta Giani Casa d’Organi di Corte dè Frati. Per i buongustai, e per chi ama il ballo liscio, ecco che i festeggiamenti  proseguiranno  lunedì 22 e martedì 23 giugno, nel piazzale della Casa del donatore illuminato a giorno con la tradizionale “Rusada ad San Svan” che si tiene ininterrottamente  dal 1978. Ad organizzarla, come sempre, sarà il circolo Avis. Entrambe le sere si potranno gustare non solo i classici e gustosi tortelli d’erbetta della tradizione ma anche  culatello, stinco, spiedini di carne e ottimo vino. Ad allietare le serate, lunedì 22, la serata danzante con Marco e Alice e martedì 23 con l’orchestra Daniele Cordani. Un appuntamento, quello con la festa di san Giovanni Battista che è, tradizionalmente, uno dei più attesi dell’estate. Come scrive Luciano Dacquati in quella “pietra miliare” di storia delle nostre terre che è il libro “Ròbe de na vòolta – Cinque secoli di tradizioni, usanze, proverbi cremonesi” uscito nel 1960 ma sempre attuale, le immagini più popolari e tradizionali del santo lo raffigurano mentre battezza, quindi mentre purifica gli animi bagnando le persone. Ecco quindi che il passaggio alle tradizioni popolari è rapido. In sostanza la rugiada della “nòt de San Giuan”  (quella fra il 23 ed il 24 giugno) veniva considerata miracolosa e dotata di particolari poteri curativi. Al mattino i contadini si recavano di buon ora nei campi cospergendosi con la rugiada braccia e gambe al fine di fare scomparire la scabbia ed altre malattie della pelle mentre altri camminavano a lungo, a piedi nudi e nell’erba bagnata, convinti che questo li avrebbe potuti guarire da  dolori artritici e reumatici. Sempre la mattina del 24 (ma nel Cremasco questo accadeva prima) le donne uscivano di casa all’alba per fare provvista di rugiada raccogliendone il più possibile attraverso vari sistemi: tra i più comuni quello di fazzoletti distesi sull’erba bagnata e poi strizzati in qualche recipiente oppure scuotendo i mazzetti d’erba in tazze e recipienti. Quindi la rugiada veniva posizionata negli angoli più umidi della casa in modo che non evaporasse, per poi essere utilizzata nel corso dell’anno per guarire i vari malanni che si presentavano. Altra usanza, della quale da tempo si è purtroppo perso anche il significato  se non la memoria era quella di accendere falò nelle campagne (come accade ad esempio il 17 gennaio per Sant’Antonio Abate). E’ noto che il fuoco viene spesso utilizzato come elemento rituale e, in questo caso, sembra che si trattasse di richiami amorosi destinati a favorire i “fidanzamenti rusticani” tra i giovani. La ricorrenza di San Giovanni Battista era celebrata con particolare solennità anche in città, a Cremona; infatti il 23, all’una di notte, nel Seicento il Castello di Santa Croce di via Ghinaglia (di cui sono rimasti solo poveri resti) sparava numerosi colpi di cannone “per segno d’allegrezza” e, dopo il suono dell’Ave Maria, in una strada presso il castello stesso dove esisteva una immagine del santo “s’accendono gran quantità di lumi e si vedono fontane quali durano fino alle tre di notte”. A questa festa popolare accorrevano molte persone proprio per vedere tutta queste devozione. Anche in  città, già nel Seicento, di buon ora si raccoglieva la rugiada e si preparavano ghirlande con l’erba detta “di san Giovanni”. Altra usanza (questa ancora abbastanza in voga) era poi quella di raccogliere di notte, o al mattino presto, le noci ancora verdi, e quindi acerbe, bagnate di rugiada notturna per  preparare il celebre nocino, liquore molto diffuso che avrebbe, così si dice, anche il potere di rimediare ai guai dello stomaco. 

Non solo noci ma anche erbe ed erbette. Con tanto di leggende. Una su tutte, quella a cui sono legati non pochi aspetti leggendari e misteriosi è l’erba di San Giovanni, detta anche iperico ma anche “cacciadiavoli”. Nome scientifico Hypericum perforatum, era la pianta utilizzata per curare le ferite, usata dai Cavalieri di Gerusalemme, che secondo la “dottrina dei segni” utilizzavano piante dalla forma simile alle infermità da guarire. Era anche l’erba che nell’antichità scacciava gli spiriti del male e che ancora oggi è portatrice di buonumore, grazie ad una sostanza attiva che in Germania è tra gli antidepressivi più prescritti. Durante le crociate, i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme erano soliti curare le ferite dei combattenti con questa pianta. Lo facevano basandosi sulla “dottrina dei segni”, secondo cui le infermità d’una qualsiasi parte del corpo possono essere curate con una pianta che di quella parte riproponga la forma. H.perforatum non sembra somigliare esteriormente a nessun organo del corpo umano: se, però, si osserva una della sue foglie controluce, essa apparirà costellata di ghiandole trasparenti simili a perforazioni, cioè a “ferite”. Secondo la citata “dottrina”, poiché la foglia sembrava perforata, poteva curare le ferite, specie quelle riportate in battaglia. H.perforatum era ritenuto utile anche per scacciare i demoni e gli spiriti del male. Nel Medioevo, veniva appeso alle finestre e sulle porte per impedire a Satana e ai suoi emissari di penetrare nelle case. Quando una donna si riteneva impossessata dal demonio, e quando nemmeno le preghiere degli esorcisti erano riuscite a liberarla, non doveva far altro che mettersi in seno alcune foglie della pianta e sparpagliarne altre nella sua abitazione. Diversamente da H.humifusum, H perforatum non predilige i terreni ricchi di calcare. L’ Hypericum perforatum, più noto col nome popolare di “erba di San Giovanni” perché i suoi fiori giallo-oro sbocciano a fine di giugno in coincidenza con la festa del santo, contiene una sostanza attiva, l’ipericina, che ha un’azione psicoattiva di rasserenamento dell’umore. Indicato esclusivamente, l’hypericum agisce a livello cerebrale in modo simile ai più diffusi farmaci antidepressivi di sintesi, rallentando la distruzione di alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina e dopamina. In Germania, dove la fitoterapia è particolarmente seguita, oggi l’erba di San Giovanni è l’antidepressivo più prescritto, e anche negli Stati Unito si va diffondendo a macchia d’olio, aiutata dal fatto che è in vendita come prodotto da banco senza ricetta”. Da aggiungere anche che il 24 giugno, ritenuto giorno magico, è destinato sin dall’antichità a riti esoterici, forse perché coincide con il solstizio d’estate. Proprio in un’epoca lontana va ricercata l’usanza che vede la notte tra il 23 ed il 24 definita anche come “la notte delle streghe”. Nelle campagne piemontesi, lombarde ed emiliane, molti erano i riti propiziatori, caduti ormai in disuso; ad esempio i sacerdoti in Piemonte solevano benedire i fuochi accesi dai contadini, immagine del sole, atti a propiziare i raccolti e la buona salute. Di tale vecchia e suggestiva tradizione troviamo tracce anche nella letteratura, come nella famosa opera letteraria di Cesare Pavese “La luna e i falò”. Altra credenza vuole che una talea di geranio legata ad un manico di scopa, strumento che accompagna sempre le streghe, esposta alla rugiada, fiorisca per tutta l’estate senza bisogno di terra o di acqua o che le noci tenere che servono per fare il nocino siano buone solo se colte la mattina del 24. Molti sono anche  i proverbi dialettali legati alla vita contadina del nostro paese, tra cui: “Se piove al dì de San Zuane se suga le fontane” (Veneto); “Par San Giuàn as cave li sigòli e l’ai” (Bassa padana), “Chi compra ai dè d’San Zvan è pùvratt tot l’an” (Bologna). Secondo un’antica credenza nella notte del 21 (solstizio d’estate) la luna si sposa con il sole e da questo sposalizio si riversano energie benefiche sulla terra e secondo tutte le antiche tradizioni la notte tra il 23 e il 24 giugno tutte le piante e le erbe sulla terra vengono bagnate dalla rugiada del santo e intrise da una potenza nuova.  La tradizione, che si perde nella notte dei tempi, vuole anche che la sera del 23 giugno, dopo il tramonto, si raccolga una misticanza di erbe e fiori nei campi. Il raccolto va poi inserito in una bacinella da lasciare all’esterno per tutta la notte in modo da assorbire la rugiada del mattino. La mattina  del 24 giugno, l’acqua di San Giovanni viene quindi utilizzata per lavare mani e viso, come rituale propiziatorio e di purificazione. La tradizione narra che l’acqua abbia proprietà curative e protettive, porta salute, fortuna e prosperità, allontana malattie e calamità e protegge i raccolti dei campi. 

Eremita del Po

 

Paolo Panni


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