Quelle tracce di Leonardo lungo il Po, dal Torrione di Casalmaggiore a Monticelli d'Ongina, e l'Adda (Rivolta). La villa della Dama dell'Ermellino a San Giovanni in Croce
Tracce leonardesche tra i castelli in terra di Po. Quasi alle porte di Cremona così come a Casalmaggiore, tra storia e mistero, sembrano essere significative le impronte del grande inventore, pittore, architetto e scienziato fiorentino. A Casalmaggiore venerdì 3 luglio si è tenuta la presentazione del lavoro di restauro del Torrione Estense, il più antico monumento della città, oggetto di un importante intervento di risanamento conservativo e restauro reso possibile grazie ai fondi del bando nazionale “Bellezz@ – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati”. Un vero e proprio gigante di mattoni che ha visto guerre, storie di fiume, di confini e di uomini. Per quasi mille anni ha osservato il Po scorrere, ha visto passare eserciti, mercanti, signorie e generazioni di casalaschi ed ora è finalmente tornato a raccontare la sua storia Inserito nel circuito dell’associazione Castelli del ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli, è stato al centro di lavori importanti che sono durati più di due anni e mezzo e sono andati in porto grazie al un finanziamento di un milione e mezzo di euro derivanti, come anticipato, dal bando nazionale “Bellezz@ – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati”. Edificato nell’XI secolo, il Torrione rappresenta una delle testimonianze più significative dell’antico sistema difensivo che presidiava il Po tra Medioevo ed età moderna. Da punto strategico di controllo, avvistamento e difesa, ha attraversato i secoli fino a diventare uno dei simboli più riconoscibili dell’identità di Casalmaggiore. Ecco quindi che il restauro non ha restituito soltanto un monumento: ma soprattutto una storia. Il Torrione viene infatti ripensato come presidio della memoria e cuore del racconto storico della città, capace di valorizzare il legame profondo tra Casalmaggiore, il Grande Fiume e le vicende delle signorie che hanno plasmato questo territorio. Un luogo da vivere attraverso visite guidate, percorsi culturali e iniziative dedicate alla scoperta della storia padana. Da antica fortezza, dunque, a simbolo di rinascita culturale, custode della memoria di Casalmaggiore ma anche nuovo punto di partenza per raccontare il passato alle generazioni future. Come scritto pochi giorni fa, da Costantino Rosa, su Cremonasera.it (leggi qui) sono ancora tanti i misteri storici che lo riguardano ed in un articolo apparso su “Casalmaggiore” nel numero di dicembre del 2017 dal titolo “Leonardo da Vinci architetto per la Rocca di Casalmaggiore” a firma del Prof. Guido Sanfilippo, venne illustrato lo straordinario saggio del Prof Marani in merito alla fortificazione di Casalmaggiore. In questo saggio pubblicato nel 2002, il massimo esperto di Leonardo dimostrò di aver avuto elementi per sostenere che effettivamente Leonardo nel 1483 preparò un progetto per “rinnovare la fortezza di Casalmaggiore e adeguarla alle moderne tecniche militari e difensive” per ordine di Ludovico il Moro, ordine che non ebbe alcun seguito ma che, con molta probabilità, costrinse Leonardo a prendere visione dell’esistente e cioè ciò che rimaneva a Casalmaggiore, vuoi per le distruzioni fatte dai nemici, vuoi per quanto il Po si è “divorato”.
Ma quello di Casalmaggiore non è il solo maniero, in terra di Po, che svela misteri legati alla straordinaria figura di Leonardo Da Vinci. Ad alcune decine di chilometri da Casalmaggiore, a Monticelli d’Ongina, sulla sponda destra del Po, ma a due passi da Cremona, ecco che il quattrocentesco affresco in cui è rappresentata l’Ultima Cena, conservato nella maestosa rocca Pallavicino Casali potrebbe avere ispirato Leonardo Da Vinci nientemeno che per la realizzazione del Cenacolo Vinciano? Un’ipotesi suggestiva e misteriosa, a quanto pare fondata. L’Ultima Cena dipinta da Leonardo, conservata nel refettorio del santuario di Santa Maria delle Grazie in Milano, considerata come una delle opere d’arte più importanti, a livello mondiale, di tutti i tempi, potrebbe aver trovato nel dipinto monticellese la sua origine. A dirlo, pochi anni fa, è stato il famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi che, durante una sua conferenza pubblica avvenuta proprio nel popoloso centro della Bassa Piacentina, si è pronunciato in questo senso. Detto da uno della sua levatura culturale, e della sua esperienza in campo artistico, la cosa non può che sollevare notevole e comprensibile curiosità. All’interno della rocca si trova la cappellina di Corte, affrescata nel XV secolo da Bonifacio e Benedetto Bembo, celebri pittori lombardi, voluta da Carlo Pallavicino, figlio di Rolando Il Magnifico, una volta nominato vescovo di Lodi, nel 1456 (su pressioni di Francesco Sforza). Già definita da Sgarbi come la “più importante opera italiana di decorazione tardogotica”, era utilizzata dal vescovo Carlo Pallavicino (morto nel 1497 in odore di santità) come cappella privata. Ad impreziosirla vi è un interessante ciclo di affreschi con figure di angeli, profeti e personaggi dell’epoca, episodi della vita di San Bassiano da Lodi, San Giorgio che uccide il drago, la Vergine con i santi Bernardino da Siena e Bernardo da Chiaravalle, il Calvario, l’Annunciazione, la Deposizione dalla croce, i quattro evangelisti, un ritratto del vescovo Carlo Pallavicino (morto in odore di santità) e, appunto, l’Ultima Cena. Quest’ultima potrebbe avere ispirato il celeberrimo pittore, architetto e scienziato Leonardo da Vinci per la successiva realizzazione della sua famosissima Ultima Cena conservata, come noto, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano. Ad avanzare questa affascinante ipotesi è stato appunto Vittorio Sgarbi, celebre critico d’arte. Da evidenziare che l’opera di Leonardo è stata realizzata fra il 1495 e il 1498, quella del Bembo solo pochi anni prima. Un elemento, quindi, che rende plausibile quanto ipotizzato da Sgarbi. Un mistero che ha subito affascinato e attirato diversi studiosi. Tra questi anche Laura Putti, autrice del libro che parla proprio della cappellina del castello che, nel corso anche di un sopralluogo tenuto all’epoca con il professor Edoardo Villata, docente alla Cattolica di Milano, autore di diversi studi sul patrimonio artistico del piacentino, ha mostrato una copia della prima bozza dell’opera di Leonardo; uno schizzo preliminare confrontato con l’affresco di Monticelli. Secondo il professor Villata, la bozza in questione potrebbe dimostrare che Leonardo, prima di dipingere il Cenacolo, potrebbe aver osservato e preso ispirazione da un’opera precedente, una “Ultima Cena” tardo gotica lombarda, probabilmente realizzata all’interno del Ducato di Milano. Non significa quindi che si debba per forza trattare di quella di Monticelli, ma gli elementi comuni ci sono. Come osservato ancora da Sgarbi durante la conferenza, sia la posizione che la disposizione degli apostoli coincidono; stesso discorso per la direzione degli sguardi e il fatto che, a differenza di altre raffigurazioni dell’Ultima Cena, sia in quella di Leonardo da Vinci che in quella dei Bembo gli apostoli sono rappresentati “a due a due”. Sulla bozza di Leonardo sono indicati anche i nomi e anche su questo potrebbe aver preso spunto da un’opera preesistente. Nell’affresco dei Bembo gli apostoli sono rappresentati con le aureole, ma è opinione di diversi studiosi che un tempo vi fossero invece proprio i nomi, poi tolti. Nel dipinto di Monticelli, su sfondo verde, spicca la tavola imbandita per la cena attorno alla quale si trovano Cristo e gli Apostoli, tranne Giuda, il traditore, raffigurato dalla parte opposta della tavola, separato quindi da tutti gli altri. Gli apostoli sono rappresentati mentre conversano amabilmente tra loro mentre San Giovanni posa il suo capo sul petto di Gesù. Inutile dire che sulla figura di San Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù, si sprecano le posizioni, specie dopo l’uscita del celebre romanzo “Il Codice da Vinci” di Dan Brown che ha generato fiumi di parole circa la possibile presenza di Maria Maddalena, individuata come “compagna” di Gesù, nella figura di San Giovanni rappresentato, nel capolavoro di Leonardo , così come nell’affresco di Monticelli, con tratti apparentemente femminili e il volto efebico. Va però anche ricordato che la libertà romanzesca permette sempre ogni possibile invenzione e interpretazione ma, nel caso di Leonardo Da Vinci, va anche considerato che questi, nelle sue opere pittoriche, usa spesso linguaggi ermetici, occulti e misteriosi ed era ampiamente a conoscenza delle tecniche esoteriche, specie quelle legate al culto di Giovanni Battista e della Maddalena.
Di esoterismo era appassionato anche Bonifacio Bembo, che col fratello Benedetto dipinse la cappella di Monticelli. Altro aspetto che può dunque legare tanto le due figure di artisti quanto le due opere, rendendo la vicenda complessa, curiosa, affascinante ed enigmatica. Anche Bonifacio Bembo, insieme a Benedetto, nella realizzazione dei loro affreschi potrebbero avere utilizzato linguaggi ermetici ed esoterici? Una domanda che va ad aumentare il “bagaglio” di misteri di un castello che è famoso anche per altri enigmi che riguardano la cosiddetta presenza del celebre “pozzo del taglio”, di un tunnel nascosto che collegava maniero e chiesa collegiata e del probabile fantasma di Giuseppina, giovane ragazza assassinata nel 1872 da un suo pretendente, Giuseppe Modesti, con la sola colpa di averlo rifiutato. L’uomo, oltretutto, riuscì ad evitare la pena capitale dopo una rocambolesca fuga dal carcere di Parma, per poi diventare un ufficiale dell’esercito francese.
Dal Po all’Adda non si può non ricordare la chiesa dell’Immacolata di Rivolta d’Adda con la sua volta a botte interamente affrescata che costituisce la più completa trasposizione del trattato leonardesco sulla pittura, ideato dal grande artista toscano tra il 1489 ed il 1490 con lo scopo di fornire ai propri allievi un supporto teorico sul quale fondare la propria arte. Autori del ciclo sono Martino Piazza e Giovan Pietro Carioni. I 104 tondi che costituiscono la decorazione della botte rappresentano un vero unicum per invenzione, originalità, sterminata varietà delle pose, espressioni, tipologie dei personaggi raffigurati. Per alcuni tondi il preciso riferimento ai disegni di Leonardo mette in evidenza la stretta dipendenza di questa decorazione pittorica dall’opera del maestro fiorentino nel suo primo soggiorno milanese tra il 1482 ed il 1499, dimostrando la precisa volontà dei frescanti di aggiornarsi sulle novità introdotte dal maestro fiorentino. Dietro ai personaggi che si affacciano dai tondi, così diversi fisicamente e psicologicamente gli uni dagli altri, c’è il genio del grande artista fiorentino. L’eccezionalità dell’opera sta nel fatto che vi si ritrova una trasposizione letterale di quei precetti che Leonardo da Vinci infondeva ai suoi allievi in merito alla realizzazione di un’opera d’arte, contenuti nel suo ‘Trattato sulla pittura”. Leonardo consigliava ai suoi allievi di girare per le strade muniti di un taccuino in cui registrare la diversità di atteggiamenti, gesti, fisionomie, espressioni, fattezze ed età che rispecchiasse la complessità dei viventi. Suggeriva inoltre di ricercare in continuazione nuove tipologie, variandole ed elaborandone in modo da fissarne tutte le sottigliezze anatomiche e chiaroscurali. Le esercitazioni sulla strada sarebbero poi servite come un repertorio iconografico da utilizzare nella realizzazione di dipinti. Chi affrescò la botte della chiesa di Santa Maria in Rivolta d’Adda dimostrò conoscere molto bene i dettami leonardeschi, e ciò potrebbe derivare da una frequentazione diretta del maestro fiorentino, e di metterli in pratica dando qui prova della sua abilità nello sperimentare soluzioni figurative sempre nuove.
Infine, citazione assolutamente obbligatoria, quella di Cecilia Gallerani, la celebre “Dama con l’ermellino” ritratta da Leonardo Da Vinci nel 1489, della quale ricorrono per altro i 490 anni della morte (avvenuta nel 1536). Donna di grande fascino e raffinata intelligenza, Cecilia Gallerani come noto visse a lungo a San Giovanni in Croce (dove morì) tra le mura della meravigliosa Villa Medici del Vascello creandovi una piccola corte rinascimentale, ospitando e intrattenendo artisti e letterati del Rinascimento lombardo. Il dipinto eseguito da Leonardo non ha certo bisogno di presentazioni e vede Cecilia Gallerani ritratta con in braccio l’ermellino. Immagine, questa, dal doppio significato: da un lato, simbolo del suo amante e protettore, Ludovico Maria Sforza, il futuro duca di Milano, detto il Moro; dall’altro, essendo, tradotto in greco antico, galê (γαλῆ), è una chiara l’allusione, per assonanza, al cognome Gallerani, secondo una tradizione tipica del passato sull’utilizzo di figure allegoriche da parte dell’artista. E’ noto che durante il suo soggiorno a Milano dal 1482 in poi, presso gli Sforza, Leonardo da Vinci eseguì un ritratto giovanile di Cecilia Gallerani, all’epoca, già amante di Ludovico Il Moro. Lo confermano sia un sonetto celebrativo del poeta Bernardo Bellincioni (morto nel 1492), che due lettere del 1498 intercorse tra Cecilia Gallerani stessa ed Isabella d’Este, proprio in merito al dipinto. Che fu appunto commissionato da Leonardo Da Vinci da Ludovico Il Moro. Lo stesso duca che ordinò a Leonardo di preparare, nel 1483, il progetto per “rinnovare la fortezza di Casalmaggiore e adeguarla alle moderne tecniche militari e difensive”. Ordine che non ebbe alcun seguito ma che, con molta probabilità, come già scritto costrinse Leonardo a prendere visione dell’esistente e cioè ciò che rimaneva a Casalmaggiore. In un Torrione oggi nuovo e rinnovato che parla di Leonardo Da Vinci e fa emergere, nel filo e nel solco della storia, i legami che il grande artista, scienziato ed architetto, ebbe con i nostri territori. Tra Adda e Po.
Eremita del Po
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