27 gennaio 2026

Oltre la tela, dove la materia trova i suoi spazi. Alla scoperta dell’arte poliedrica di Paola Moglia

Ci sono incontri che nascono quasi per caso, per una coincidenza o per un’amicizia comune, come quello che mi ha portato ad incontrare ed intervistare Paola Moglia pittrice, scultrice, artista poliedrica.

Ho varcato la soglia del suo laboratorio, non certo come un esperto, ma come chi, come penso la maggior parte dei lettori, si avvicina al mondo dell’arte pittorica, con la curiosità e l’attenzione di chi vede la vita come un grande palazzo di scale da salire, porte da aprire o finestre dalle quali osservare. Per chi come me, si è trovato ad osservare l’arte di sfuggita, varcare la soglia di chi la crea e la costudisce, mi ha regalato sensazioni ed emozioni nuove che spero di trasmettere attraverso questa breve intervista.

Nel cuore del laboratorio.

Entrare nel laboratorio di Paola a Cremona significa immergersi in un’atmosfera sospesa. Il laboratorio è un’esplosione silenziosa di forme e colori. Tra pennelli che spuntano dai contenitori come steli di fiori in un vaso e colori sparsi sugli scaffali in attesa di prendere forma sulla tela, l'occhio cade subito su qualcosa di inaspettato: il contrasto tra la durezza dell’acciaio e la fragilità del cristallo. Sono opere che sfidano la mia percezione classica di "pittura" e dichiarano, fin da subito, la natura poliedrica dell'artista. In quell'ambiente ho percepito sensazioni contrastanti: la gioia dell’intuizione e la fatica del lavoro manuale; la magia latente del colore, il peso del dubbio e della ricerca interiore.

Paola mi ha accolto con una semplicità disarmante, la stessa che dedicherebbe a chiunque di voi stia leggendo queste righe. Ciò che mi ha colpito è stata la sua capacità di dare risposte profonde con estrema naturalezza, fuggendo ogni banalità. Intervistare qualcuno, per me, è come scattare una fotografia: bisogna studiare la composizione ed il contesto, trovare l’obiettivo giusto, cercare l'angolazione migliore, studiare come dare il giusto spessore alla scena. In questo dialogo, ho cercato la prospettiva migliore per raccontarvi non solo un'artista, ma l'essenza stessa della creatività come forma di introspezione.

L'Intervista: L’anima nella materia.

Paola, è un piacere essere qui nel tuo laboratorio. Osservando le tue opere si percepisce un percorso profondo e strutturato. Quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada?

La mia attitudine creativa si è manifestata presto, fin dall'asilo, ed è cresciuta con me attraverso il liceo e la successiva specializzazione in ambito artistico. Credo che con il talento si nasca; non si diventa artisti per caso, è un dono che ho ricevuto e per il quale mi sento fortunata. Nel tempo, ho sentito la necessità di coltivarlo attraverso la ricerca e lo studio, sperimentando nuove tecniche e materiali distanti da quelli tradizionali della pittura. Vivere in città come Milano e Bologna è stato fondamentale: mi ha permesso di frequentare molte mostre, traendo spunti preziosi per sviluppare le mie idee e una cifra stilistica personale”.

Per molti anni hai lavorato come Art Director. In che modo questa esperienza ha influenzato la tua produzione, in particolare nell’approccio grafico e spaziale?

Inizialmente i miei lavori erano molto influenzati dagli studi al Politecnico di Design: lavoravo molto sulle lettere, sul colore e sull'organizzazione dello spazio. Grazie a quei quadri 'grafici' sono riuscita a entrare nell'ADAFA di Cremona a soli vent’anni. Era un lavoro di concetto, poiché le lettere sono simboli molto forti. Con il tempo, però, è avvenuta un’evoluzione interiore: ho 'staccato la testa' per lasciare spazio al cuore e all’anima, rendendo le opere più semplici, ma decisamente più cariche di emozione”.

A proposito di formazione, quanto conta per un artista avere una base di studi solidi alle spalle?

Diventare designer mi ha aperto molte porte professionali, dalla fotografia alla scenografia fino all’architettura. Per realizzare lavori di alto livello sono necessari studi adeguati, ma non basta: bisogna alimentare la mente guardando mostre, andando a teatro, al cinema e viaggiando. Amo molto viaggiare, anche perché ogni creazione è, di fatto, un viaggio. Non servono necessariamente mete lontane; anche una giornata al mare, se vissuta con gli occhi di chi cerca qualcosa, può offrire lo spunto per una nuova idea”.

La tua arte è definita “materica”. Perché hai scelto di affiancare ai pennelli tradizionali il lavoro manuale con materiali come gesso, resine, fino ad arrivare all’uso dell’acciaio?

Tutto è nato frequentando lo studio di Franca Baratti. Da sua allieva ho appreso l'uso della materia: lei utilizzava sabbie e affreschi, ma io sentivo il bisogno di creare una mia 'materia' personale. Ho iniziato sperimentando con prodotti pronti, per poi passare a creare le mie mescole partendo da gesso e resina, in un vero e proprio laboratorio creativo. Penso che ogni persona dovrebbe ritagliarsi il tempo per 'costruirsi' un proprio spazio creativo – e non parlo solo di pittura – un luogo dove modellare e toccare con mano le proprie idee. È un toccasana per l’anima. L’arte è per tutti: tutti possono goderne sia apprezzandola che facendola”.

Se dovessi definire il tuo stile oggi, come lo descriveresti?

La mia è una pittura informale, astratta e profondamente creativa. Il mio background da designer mi spinge a creare forme che apparentemente non esistono nella realtà: uno sforzo immaginativo importante per dar vita a opere uniche. Naturalmente il mio stile è cambiato nel tempo, si è raffinato ed è evoluto insieme a me”.

Tra le tue sperimentazioni più recenti spicca l'uso dell'acciaio. Come sei passata dalla tela a un materiale così rigido e complesso?

Cerco sempre l’innovazione. Tutto è partito da un regalo: una lastra d'acciaio. Dopo un momento iniziale di incertezza, ho iniziato a elaborare delle idee. La mia fortuna è stata avere un alunno che lavora l’acciaio di professione: mi ha insegnato a usare gli attrezzi del mestiere. È un lavoro più vicino alla scultura che alla pittura; è faticoso, ma la soddisfazione creativa allevia ogni sforzo, anche quello mentale. La forza dell’acciaio risiede nella luce che trasmette attraverso le forme modellate. Recentemente, per esaltare ulteriormente questi effetti luminosi, ho aggiunto del cristallo. È un lavoro di puro design”.

In quadri così densi di materia, che ruolo gioca lo spazio vuoto?

“Lo spazio è respiro. L’opera d’arte deve saper respirare; il vuoto è una pausa necessaria per permettere all'osservatore di concentrarsi, di entrare nel contesto e poi scendere nel cuore dell’opera. Allo stesso tempo, lo spazio dà forza a ciò che contiene, mettendolo in risalto”.

Parliamo del colore. Le tue opere sono vibranti e luminose, sembrano rifuggire i temi cupi. Si tratta di una scelta consapevole?

“I colori li sceglie la mia anima, in base alle emozioni che provo durante il processo creativo. Il colore dà risalto alle forme e, grazie alla luce, offre prospettive diverse a seconda del punto di vista di chi osserva. Non parlo solo di posizione fisica, ma di punto di vista emotivo, che cambia in base alla sensibilità di ognuno. Il colore è il mio punto di forza: attraverso le sue sfumature cerco di trasmettere vibrazioni positive. Nella frenesia quotidiana consideriamo il colore come un semplice segno distintivo, ma se ci soffermiamo e cambiamo la luce o l'osservazione, cambiano anche la sensazione e l'emozione che trasmette. Per me l’arte è sinonimo di salute, uno stato di beatitudine quasi meditativo”.

Recentemente hai ricevuto un premio alla carriera a Cremona e hai esposto al Museo di Catanzaro con un tema specifico: “il volo di Icaro”. Cosa ti è restata di questa esperienza?

L'invito è arrivato dal critico Gianfranco Pugliese. Inizialmente ero titubante, ma l’idea di un tema vincolato come il 'Volo di Icaro' è diventata una sfida stimolante. Ho partecipato con tre quadri che sono stati molto apprezzati; è stata una grande soddisfazione che mi ha permesso di far conoscere la mia ricerca fuori dal contesto locale. Quando la creatività è vincolata a un concetto, può esaltarsi in modi inaspettati. Prossimamente sarò a Cosenza per un’altra mostra a tema, dove proporrò due opere che rappresentano l’energia e la forza della terra”.

Esiste un filo conduttore, un obiettivo comune che lega tutta la tua produzione?

Sì: trasmettere emozioni positive. Lo faccio attraverso la creatività, le forme e i colori. Difficilmente dipingo il dolore; quello preferisco tenerlo per me”.

Un’ultima curiosità: cosa dovrebbe cercare un visitatore quando si trova davanti a una tua opera?

Non ci sono regole. Bisogna solo cercare di isolarsi per entrare in sintonia con l’opera. Solo così si crea quel canale comunicativo che permette la trasmissione delle emozioni, che poi si trasformano in riflessioni. Sono convinta che l’opera stessa percepisca questo scambio, traendone valore: è la magia dell’incontro tra l’osservatore e l’arte”.

Non mi resta che ringraziare Paola Moglia, per avermi permesso di varcare la soglia di un mondo a me sconosciuto, e che lascio con una nuova consapevolezza: l'arte non è un mondo chiuso per pochi eletti, ma un linguaggio universale che attende solo di essere ascoltato. In questo incontro ho imparato che la creatività è un equilibrio sottile tra il rigore della tecnica e la libertà assoluta dell'anima.

Da oggi la mia visione dell’arte pittorica, si arricchisce di elementi nuovi come spazio e materia, accanto a quelli dominanti come il colore ed il disegno. Uscendo dallo studio, resta l'immagine di quei pennelli simili a fiori e la forza di un'artista che, con estrema semplicità, invita ognuno di noi a cercare il proprio "laboratorio interiore”.

Biografia. Nata a Cremona nel 1963, Paola Moglia manifesta precocemente il suo talento vincendo il primo premio ad acquarello già a dieci anni. Dopo la formazione ai Licei Artistici di Cremona e Verona, perfeziona i suoi studi alla Scuola Internazionale di Grafica di Venezia e alla Scuola Politecnica di Design di Milano, dove ha l'opportunità di formarsi con maestri del calibro di Bob Noorda e Bruno Munari.

La sua folgorante carriera professionale inizia giovanissima, portandola a diventare Art Director per prestigiose agenzie tra Milano e Bologna, dove cura l’immagine di marchi iconici come FIAT, Timberland, Mandarina Duck e Les Copains. Nel suo percorso spiccano le collaborazioni con Carla Sozzani per Vogue e Vanity Fair, la progettazione di oggetti di design per Matteo Thun e il lavoro creativo al fianco di figure storiche della pubblicità come Michele Rizzi e Renato Granata.

Dopo anni di successi ai vertici della comunicazione nazionale e internazionale, durante i quali firma slogan celebri e collezioni di accessori, sceglie di rientrare nella sua città natale. Qui, declinando le numerose offerte di grandi agenzie, decide di dedicarsi pienamente alla sua vocazione primaria: la pittura e la ricerca artistica.

Per maggiori informazioni: https://sites.google.com/view/paolamoglia/home

Daniele Gazzaniga


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