Rìiva i Màascher! I “cavalieri dell’unto e bisunto”. All'origine del Carnevale di città e campagne
Fino ad una settantina di anni fa, i giorni antecedenti la quaresima erano quelli dei Màascher, ossia i giorni nei quali i giovani delle campagne si mascheravano per girovagare per cascinali ed osterie, facendo la questua di frìtule, camanduléen, latüüghe, sbrizulùuza, bertulìna, usèt, bumbunìin, offrendo in cambio improvvisi mimici, canzoni popolari fuori dalla 'fascia protetta', e tiritere calendariali.
Infatti i Màascher spesso cantavano per strada, sovente urlavano e con la parola non intendevano inseguire un senso particolare, ma un effetto disarmonico, un ritmo informale, e le note vocali diventavano rumore, chiasso, schiamazzo. Nel loro abbigliamento goffo e strano s'intravvedevano pigiami, cappotti rovesciati, gilé, gualdrappe di sacco, calze rotte, gobbe e nasi che non rimanevano mai fermi al loro posto.
I Màascher diventavano così per alcuni giorni i buffoni di corti povere e semplici, svolgendo la stessa funzione dei buffoni delle corti ricche e potenti. Essi, al pari dei buffoni d'alto rango, conoscevano d'istinto le sorgenti del riso e sguazzavano in quel linguaggio che i pedagogisti, riferendosi ai bambini ai quali piace così tanto parlare di cacca e di 'puzzette', definiscono 'scatologico'. Violenta era inoltre la loro irruzione nelle case e violenta era la risposta al loro inondare gli ambienti di miasmi mefitici e al loro sporcare i visi altrui con residui di cucina d'ogni tipo o con stelle filanti di concimaia. E violento era pure il loro fetore. Sì, puzzavano quegli innocui, innocenti, pacifici e buoni artisti di strada e di stalla; puzzavano ed inconsapevolmente venivano a rappresentare un nesso fra casa e natura, perché al pari del coriandolo (coriandrum satìvum), erba infestante e nauseabonda presente nei coltivi, venivano come a creare l'anomalia del provvisorio disordine atto a ribadire e a propiziare il successivo indispensabile ordine agrario delle colture, apportatore della crescita delle messi e della resa dei raccolti.
Già l'annuncio di gruppo dei Màascher era molto esplicito: indicava una richiesta precisa ed una sollecitazione ormonale ineludibile: “Gh'òo i barbìis sóta 'l nàas e la frìtula la me piàas”, ossia “Ho i baffi sotto il naso e la 'frittella' mi piace”.
Tant'è che il giorno di massima espansione degli umori carnevaleschi, il Giovedì Grasso, il giorno della massima licenza trasgressiva, veniva indicato nei modi di dire del dialetto come el dé de la fritulèera o anche el dé de le frìtule. E così pure aveva un significato vibrante e crudo il termine fritulòon, 'frittellone', espressione che veniva attribuita ai màascher campagnoli quando essi osavano passare, negli ultimi giorni di Carnevale, per una via cittadina centrale, con i loro abiti strausati, sdruciti e maleodoranti.
I Màascher venivano parzialmente tollerati, ma di malanimo, essendo paizàan, solo per le strade 'basse' e per le ustariàse dell'allora periferia urbana (Stràada Canòon, san Bòsol, Pòorta Làadra), covi della legéera e dei 'cavalieri della luna', i ladri di polli. Era dunque automatico che ad uno dei Màascher, che avesse attraversato la zona del centro cittadino con la propria maschera pregna di ruralità, gli venisse attribuito il termine di 'fritulòon', per distinguerlo subito dal raffinato cucör, 'il coccatore' urbano di ragazze, voce derivante dal verbo cucàa, stante per 'rimorchiare', 'catturare'.
Fritulòon per i Màascher era solo usato nel senso dispregiativo di unto e bisunto, de spùurch ribùus, di sporco rivoltante e sudicio.
Questi Màascher, del resto, per difendersi, chiamavano i giovani della città 'i prüfümàat', 'i profumati', oppure 'cremunezòon cicòon', 'cremonesoni cicconi', gran sparpagliatori di cicche, di mozziconi. I 'milordini' di Cremona, infatti, avevano la possibilità di acquistare le sigarette facendosene vanto ed ostentazione soprattutto quando essi si rovesciavano nelle balere dei paesi circostanti a tentare di conquistare le ragazze locali, considerate invece dai giovani del posto una loro 'riserva esclusiva di caccia'. Le cicche lasciate in evidenza sui pavimenti delle balere erano il segno dell' antipatico passaggio dei cremunezòon. Da qui il nomignolo di cicòon.
Non a caso spesso i contendenti, di Carnevale o in altri periodi lontani dalla Quaresima, i la fìiva a pögn, ossia la facevano a pugni.
Era tutto uno scoppiettare di inevitabili scazzottate, con finali delle contese amorose a suon di sassaiole cu'i còodoi (sassi di calibro medio), cun le ciàpe (schegge di sasso o cocci) e cun le sgàje (piccoli ciottoli sottili e piatti dall'effetto tagliente).
“A d'ògni cràpa el so sàs”, “ad ogni testa il suo sasso”, mi diceva Ghidòon, Ghidoni, bidello dell'Istituto Beltrami e massaggiatore della Cremonese negli anni '60, riferendosi a sua volta alle sassaiole degli anni '40, senza dimenticarsi di aggiungere: “Gh'è 'n sàant per i regàs, per i màt e per j imberiàach”.
Con queste parole mi tranquillizzava, assicurandomi che tutte le cràpe colpite in passato erano state protette dal Cielo.
E' ovvio che tale 'immunità' fosse trasferibile pure sui Màascher, proprio perché questi erano nel contempo regàs, ragazzi, che facevano i màt, i matti, e non si tiravano indietro di fronte a chél néegher, al vino nero di bottiglione che veniva loro offerto in molteplici piccole dosi, tali da portarli ad essere spesso imberiàach, ubriachi.
I tre generi, le tre categorie, ragazzi-matti-ubriachi, spesso veniv no dunque riassunti in un tutt'uno, in una stessa figura itinerante, che coincideva agli occhi de le fióole, delle ragazze, con l'apparizione improvvisa dei Màascher, sia che essi fossero in fuga da una gragnuola di sassi, sia che fossero inseguiti dalla scopa di qualche altra ragazza che non aveva molto gradito le loro mani appiccicose.
Sì, avveniva anche questo, perché nella mentalità delle maschere itineranti per la campagna, propria di una tradizione inveterata del Carnevale contadino, - di cui ho chiarissime immagini nella memoria -, per Carnevàal se pudìia àanca palpàa, per Carnevale si poteva anche palpeggiare. Rito che si ripeteva poi cu'i cuscrìt, con i coscritti, muniti di una sorta di salvacondotto rispetto alle regole morigerate di tutti i giorni. Non mancavano certo le ragazze che sopportavano di buon grado lo scherzo del pomiciare dei Màascher, facendo solo finta di ritrarsi.
Ma c'erano regàse, ragazze, che s'infuriavano sul serio e che rispondevano agli assalti o a sgarneràade, a scopate, o a süpelàade, a zoccolate, ed era tutta una corsa per strada, di 'toccate e fughe' precipitose.
Questa dimensione di piccole battaglie fra singoli e fra gruppi, a sassate o a scopate o a zoccolate, rimanda il pensiero alle vigorose battaglie rituali per Carnevale che avvengono ancora, ad esempio, ad Ivrea, con la battaglia delle arance, o che avvenivano, a Milano, a colpi di benìs de gès (coriandoli pesanti a forma di confetti impastati con gesso e farina), o con le battaglie impreviste che avvennero, una ventina di anni fa, a Cremona fra ragazzi delle periferie, armati di manganelli di plastica, che determinarono la fine della stupenda manifestazione dell'Anffas intitolata dapprima “I Màascher” e poi “I Màascher de Cremùna”, un evento purtroppo mai ripreso.
Il trucco: ströt e calìzen «‘L è ùunt cùme en carnevàal»
Per tornare al discorso dei Màascher 'bisunti', come dire dei Màascher 'unti due volte', va detto che i giovani che si mettevano in maschera in città, nei loro veglioni privati o nei corsi mascherati o nei balli al Teatro 'Concordia', poi divenuto 'Ponchielli', o al Filo, probabilmente non si rendevano conto che il qualificare in termini dispregiativi l'unto mascheramento dei campagnoli era un errore per definizione, perché il Carnevale quello vero, quello arcaico, quello delle origini, era intimamente collegato all'unto, era un tutt'uno con l'unto stesso, e non solo in senso metaforico. Tant'è che esiste un vecchio modo di dire che recita: “ ‘L è ùunt cùme en carnevàal”. Ùunt e bisùunt come un carnevale, insomma; unto e bisunto come di carnevale.
I rimandi e i giochi di parole qui si moltiplicano, associando nel gran pentolone dell'abbondanza pantagruelica un sacco di riferimenti: cucina, lardo, strutto, maiali, simboli, metafore e Màascher. Pure un proverbio ci viene incontro per suggerirci un impasto di gioia, di pazzia e di succulenti leccornie:“Tòo muéer e masàa el nimàal j è vòt dé de Carnevàal”, “prendere moglie e uccidere il maiale sono otto giorni di Carnevale”. Qui non ci interessa tanto il rimando al matrimonio, rito cristiano frequente un tempo nel mondo contadino nei giorni antecedenti la Quaresima, ma piuttosto il riferimento al maiale e al suo unto, e al rapporto di questo unto col trucco del mascheramento. E più precisamente ci interessa la proprietà dello strutto, del grasso usato in cucina, che si ottiene facendo struggere, ossia fondere con il calore i tessuti adiposi del maiale. Ströt, in dialetto, nella sua qualità d'aggettivo, significa anche unto, annerito. Si dice infatti: “ ‘L è ströt me 'n megnàan”, ossia “è sporchissimo come uno stagnino”. Dunque il nero si coniugava e si univa all'unto. Non possiamo nemmeno dimenticare che i Màascher del Carnevale arcaico cremonese erano del tutto simili nello sporco, nell'imbrattamento, all'immagine dei megnàan, a causa di quella patina sui visi tipica in chi aveva la pratica costante col calore, col fuoco, con la cucina o, nell'immaginario popolare, col mondo infero. Così come va ricordato che la cucina contadina di una volta era un tutt'uno col camino, che univa lungo il suo asse la cenere della terra al fumo orientato verso il cielo. Attorno alla catena del fuoco, pigmentata da calìzen, da nera fuliggine, si andavano evocando gli esseri che avevano per riferimento il ceppo famigliare, forse in conseguenza di una lontana traccia lasciata dall'uomo primitivo, nelle cui prime case, sotto il focolare, si seppellivano i morti.
Va da sé che il nero da calìzen o calözen (rustico) del trucco dei Màascher evocava inevitabilmente la morte, e i misteriosi esseri di un orizzonte impenetrabile, quali i Capelòon nero-vestiti della mitologia popolare. Non a caso il Carnevale è il frutto di un tempo sospeso, dove vita e morte si pongono vicine, come in una provvisoria tregua dove le forme si confondono e la vita dei campi, la vita sotto la terra, è in attesa di un nuovo ciclo di germogli.
Di questo tempo agrario sono figli i Màascher, così come lo erano gli agricoltori primitivi che volevano deviare, sui demoni della terra e su un animale o su un mostro, le colpe degli atti sacrileghi del ferimento della terra stessa, cioè la colpa dall'aratura, e la colpa del raccolto, ossia dell'uccisione della pianta selvatica addomesticata e mietuta. Per questo quegli agricoltori si mascheravano: per far ricadere la profanazione della natura su altri, su degli esseri che, con le maschere, essi intendevano imitare in chiave di voluta dissimulazione. Per questo le loro maschere assomigliavano molto alle figure dei demoni della loro immaginazione, di quei demoni sporchi, goffi e zoppi, che nelle vesti di custodi inferi avevano presidiato il nascere e il crescere, nel sottosuolo, del seme dei coltivi e lo sprigionarsi di un nuovo, sconvolgente ciclo alimentare.
Ora, i Màascher, eredi della millenaria civiltà contadina, non ci sono più, sono spariti, ma il Carnevale, con tutta la sua nascosta simbologia, riesce a rifrangere ancora, nella fantasia infantile, tutto il proprio misterioso fascino. Il Carnevale è vivo, come strumento di pedagogia attiva e partecipata, sia nelle famiglie sia nelle scuole.
Il Carnevale popolare a Cremona, dopo molti anni di oblio, fu 'risuscitato', proprio in questa chiave educativa, il Martedì Grasso del 1979, allorquando il nome rustico' dei Màascher fu scelto per caratterizzare una festa di alto valore sociale da parte dell'Anffas, che anticipò, fra l'altro, di due anni la ripresa del Carnevale 'patrizio' di Venezia. Erede di quella manifestazione rionale del '79, manifestazione che poi 'esplose' per tutta la città , è il Carnevale dei bambini della scuola elementare 'Manzoni', di via 'Decia', che resisteva imperterrito dal 1981 a bruciare le proprie Véce e Mùuster.
Leggi anche l'articolo di Giorgio Bonali sul Carnevale degli anni Cinquanta con Bagonghi e Camel
La prima foto è il Carnevale del 1955 di Giuseppe Faliva, le altre fotografie sono di repertorio dell'edizione de "I Màascher" del 1979
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti