Tra legno, musica e memoria: il racconto fuori dagli schemi di Nicola Segatta
Nel brusìo sommesso e incessante che fa da sfondo alle vicende della liuteria cremonese, storica e contemporanea, la monotonia è scandita da corsi e ricorsi a cui siamo tutti ormai assuefatti. I violini bianchi: “ohhhhhh”; la legge regionale per la salvaguardia: “aaaaah”; la tutela del marchio “eeeeeeh”; il problema della contraffazione: “uuuuh”.
In questo stolido e rassicurante tran tran capita che si materializzi un elemento nuovo, una favilla che apre la strada a discorsi originali e devianti, e interessanti, su tutto quello che gravita intorno a questi oggetti che oggetti non sono, ma organismi vivi e immersi nel tempo, e legati indissolubilmente – per vivere e avere voce – a due categorie professionali, ossia i liutai e i musicisti.
Stiamo parlando degli strumenti ad arco, il core business della città di Cremona: la produzione e vendita di questi prodotti dell’ingegno umano muove artisti, patrimoni, associazioni di categoria, esperti del settore, turisti e avvoltoi, come sempre accade quando intorno a qualcosa si addensa il sapore del mito.
Ma torniamo al nostro ‘cigno nero’ (n.d.a., con questa definizione, data dal saggista Nassim Nicholas Taleb, si intende un evento inatteso che potrebbe cambiare profondamente il corso delle cose): il libro “Di suoni, di legno, di tempeste. I segreti di un liutaio di montagna”, scritto dal violoncellista, liutaio, compositore, scrittore e organizzatore culturale trentino Nicola Segatta.
Un volume di assai piacevole lettura, in cui l’autore compone la sua personalissima partitura letteraria sospesa tra saggio filosofico, manuale di liuteria e autobiografia.
Segatta è un personaggio d’altri tempi – chi ha vissuto l’ambiente musicale cremonese dell’ultimo ventennio probabilmente lo ha incrociato –, acconciato nelle sue giacchette smilze e sempre illuminato da uno sguardo arguto e gentile.
Che abbia scritto un libro sembra quasi una deviazione, un cedimento all’autocelebrazione che mal sembrerebbe accordarsi con quello che appare come un personaggio privo di pose, mai incline all’egocentrismo, improntato alla ricerca dell’essenziale nella multiforme varietà dei campi del sapere esplorati in un’incessante ricerca personale; si apprende infatti che l’idea di scrivere di sé sia stata suggerita da una figura distante anni luce dal nostro autore, la conduttrice radiotelevisiva, divulgatrice, life coach – e tante altre cose che richiederebbero diversi spin off – Valentina Lo Surdo.
È stato grazie alla funzione maieutica di Lo Surdo, come rivela lo stesso Segatta, se questo volume ha visto la luce.
Il racconto si dipana attraverso almeno tre dimensioni di lettura: un trattatello a prova di non addetti ai lavori che spiega i principali passaggi necessari alla costruzione di uno strumento ad arco; il personale Bildungsroman dell’autore, in cui apprendiamo di come Segatta sia diventato ciò che è; infine una specie di “Lo zen e l’arte della liuteria”, ovvero una riflessione sul metodo nella sua accezione più ampia.
I riferimenti letterari dichiarati di Segatta sono solidi e di prim’ordine: Primo Levi e il suo capolavoro, la raccolta di racconti “Il sistema periodico” e Dino Buzzati, accomunato al nostro autore dall’amore per le montagne, per la letteratura e il senso musicale della parola scritta.
Da Levi lo spunto (indovinato) per la struttura del libro: nell’opera di Levi erano gli elementi della tavola periodica a fare da collante, in Segatta sono le fasi della costruzione del violino che si dipanano da un capitolo all’altro intersecandosi con le sue storie personali. Non si fa sconti, il nostro, questo va detto. Nei capitoli Suite bohèmienne e Suite cremonese, sapidi racconti degli anni di formazione cremonesi spesi nella frequenza della Scuola Internazionale di Liuteria, apprendiamo delle sue vicende sentimentali, del dividersi malamente tra gli studi di violoncello in Conservatorio, gli studi universitari in Lingue, e la pratica come studente alla stregua di un “ragazzino a cui fosse stata inflitta una distopica bocciatura”, di sbornie colossali e delle interminabili discussioni con una galleria di personaggi che solo chi ha vissuto a Cremona sa non essere il prodotto di una fervida immaginazione: un limbo solo apparentemente informe che farà da brodo di coltura per l’uomo che il giovane Nicola diventerà.
Dai suoi racconti emerge una Cremona viva, accogliente e multietnica, ma anche un sistema di formazione inadeguato e bisognoso di un robusto ripensamento proprio in virtù della sua unicità a livello mondiale. Segatta non fa sconti a sé stesso ma con la sua sincerità non ne fa neanche a chi incrocia la sua strada. L’ipocrisia del politically correct non gli appartiene: in un mondo di collaboratori scolastici leggiamo ancora di bidelle, senza infingimenti – anzi, dalla definizione traspare evidente l’affetto –; ci imbattiamo in un’acuta analisi sociologica, dagli echi adorniani, dei condizionamenti del comportamento umano che si verificano quando un gruppo – nella fattispecie quello degli studenti di liuteria – viene a trovarsi costretto in situazioni paradossali. Si ride, ma queste riflessioni sono anche l’ennesimo sintomo degli atavici problemi della liuteria cremonese, incapace di ripensarsi con spirito scevro dalla mera osservanza della tradizione.
Le rocambolesche vicende di un liutaio in erba procedono tra sprovvedutezze sentimentali e coabitazioni improbabili, improvvisi mal di pancia e dotte discussioni, e tutto raccontato così bene e a tratti così assurdo che non si dubita neanche per una riga della veridicità dei fatti. Anche perché l’autore alterna, nella sua ricchissima collezione di incontri, personaggi anonimi con altri che compaiono con tanto di nome e cognome, in una curiosa alternanza di disvelamenti e caccia alle identità nascoste che rende parecchio intrigante la lettura (soprattutto per un pubblico cremonese). L’impressione è che l’autore si permetta questo in virtù di un atteggiamento di superiore distacco da tutto ciò che racconta: non di superbia si tratta, ma di quella disinvoltura di chi non ha mai avuto bisogno di chinarsi per avere la libertà di dare corpo ai propri sogni. I nonni e i bisnonni dell’autore sembrano usciti da Guerra e Pace, si muovono con grazia da protagonisti sul palcoscenico della Storia tra trincee, salotti, castelli e sale operatorie mentre i comuni mortali si arrabbattano per arrivare alla fine del mese. Chiunque altro, alla luce di queste divagazioni e con queste premesse, risulterebbe antipatico. Ma il nostro racconta con una tale spontaneità, grazia e piacevolezza, che gli si perdona tutto, anche il non rendersi conto del suo privilegio.
E forse è proprio questo il merito di questo strano libro: il rispecchiare la mancanza di necessità di darsi una forma compiuta dell’autore (mancanza che si esplica perfettamente nelle sue affascinanti e celebrate composizioni da girovago circense, fatalmente affatato da paesi e uomini stranieri) che gli permette di tracciare un percorso che risponde a molte delle domande più frequenti sulla liuteria e tutto ciò che gravita intorno ad essa, in maniera originale e profonda. Non ci sono schemi nel dotto divagare di Segatta, ma ogni fatto narrato, ogni spiegazione, ogni ragionamento, trova magicamente il suo posto.
Come disse in un’intervista Carlo Ginzburg, “penso che quando si scrive si debbano evitare due cibi: l’aria fritta e la minestra riscaldata”: Nicola Segatta ci è riuscito perfettamente.
Nicola Segatta, “Di suoni, di legno, di tempeste. I segreti di un liutaio di montagna” – Terre di Mezzo, pp.240, 2026, 16 euro
Foto di Simone Cargnoni
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