6 marzo 2026

Weinberg ritrovato riluce all'Auditorium Arvedi con Mario Brunello e gli allievi e le allieve dell'Accademia Stauffer

Si è concluso stasera con la seconda imperdibile serata il progetto speciale La giusta distanza, dedicato dall’Accademia Stauffer all’integrale delle Sonate di Mieczyslav Weinberg per violoncello solo, protagoniste di una masterclass affidata al Maestro Mario Brunello. La due giorni è stata introdotta ieri all’Auditorium Arvedi dalla dotta e piacevole prolusione della direttrice dell’Accademia Stauffer Angelica Suanno, ed è stato il momento di restituzione del progetto artistico che ha tracciato un vero percorso di ascolto e di pensiero attorno al repertorio per violoncello solo. Le quattro Sonate del compositore polacco sono state svelate come si conviene a un siffatto affresco del Novecento: un ciclo sorprendente per forza immaginativa e profondità espressiva, capace di spingere lo strumento dentro territori narrativi e interiori di rara intensità.

A guidare questo viaggio Mario Brunello, nocchiero e ideatore di un progetto insieme artistico e formativo, costruito nell’alternanza tra la sua presenza sul palco e quella degli allievi dell’Accademia Stauffer. Ne sono nate due serate dal carattere non convenzionale, vivo e laboratoriale, in cui la trasmissione dell’esperienza musicale entrava naturalmente nella dimensione del concerto. Concerti-intervista, dunque. La prima sera il Maestro, microfono alla mano, ha interrogata l’allieva visibilmente emozionata, accendendo nel pubblico la curiosità per questa bellissima e oscura musica. 

Brunello ha richiamato più volte il carattere profondamente teatrale delle sonate di Weinberg. In queste pagine il violoncello sembra assumere di volta in volta il ruolo di voce, personaggio, narratore: monologhi intensi, contrasti improvvisi, gesti musicali che evocano scene e stati d’animo come in un teatro senza parole.

A introdurre ciascuna sonata, un preludio dalle Suites di Johann Sebastian Bach. La chiarezza architettonica di Bach apriva ogni volta lo spazio dell’ascolto, come un varco sull’ignoto, mentre le sonate di Weinberg conducevano lo sguardo verso una dimensione più inquieta e visionaria.

Prima le parole poi, finalmente, la musica. E che musica. La purezza del fraseggio bachiano si è palesata e ritirata come il panneggio sontuoso di un sipario, e al termine, sorprendentemente giustapposto come un patchwork prezioso, ecco emergere sulla scena Weinberg. Chiara Kaufman, così titubante e ritrosa nel parlare, ha raccolto la sfida e ha affrontato la Prima Sonata costruendo un suono raccolto e concentrato, e, nello splendido Adagio iniziale, lasciando emergere con sensibilità la dimensione introspettiva della pagina – quasi un lungo monologo interiore; ha restituito con grazia ed eleganza il carattere ironico e danzante dell’Allegretto lasciando emergere tutto il suo temperamento nell’Allegro finale. 

Un’altra gemma rilucente, con il Preludio della terza suite di Bach, eseguito da Brunello con il suo inimitabile suono rapsodico. L’ultima nota era la stessa della prima della Seconda Sonata, e il testimone è passato così a Giada Moretti, più a suo agio della sua collega nei panni della relatrice, e bravissima interprete, a cui è toccato mettere in luce la tensione drammatica sempre presente nella scrittura di Weinberg, con un fraseggio saldo e una presenza musicale capace di rendere percepibili i repentini mutamenti di atmosfera. Dagli echi militareschi di pensosi squilli di tromba nell’Andante, alle esplosioni urlate dell’Allegro, l’allieva ha chiamato a raccolta un intero coro di voci in lizza per un premio in cui a perdere è chi vince. 

La musica di Weinberg non vive in funzione della forma ma la plasma. Se fosse un romanzo vivrebbe nel tempo del flusso di coscienza. Richiede all’esecutore un tipo di maestria che oltre a dover possedere una tecnica virtuosistica e padronanza illimitata dello strumento deve contenere nella sua tavolozza tutte le sfumature delle umane passioni. 

Una sardonica marcia funebre ha chiuso le danze tra gli applausi del numerosissimo pubblico completamente conquistato da allieve e Maestro.

Nella seconda serata Brunello accoglie l’auditorium nuovamente gremito con un appassionante racconto della vita di Weinberg, per il quale è tangibile la sua ammirazione. Le luci si abbassano, la musica torna protagonista. Dopo la sublime esecuzione del Preludio della Seconda Suite di Bach –  qualcosa per cui si potrebbero barattare senza remore i più bei ricordi della propria vita ed essere certi di aver guadagnato in eternità – la Terza Sonata di Weinberg ha trovato in Mattia Midrio un relatore disarmante nella sua schiettezza e un interprete attento alla costruzione architettonica della scabrosissima partitura: il discorso musicale si è sviluppato con chiarezza e progressiva intensità, facendo emergere la forza strutturale della pagina. musica nella musica quella di Weinberg, come ci ha spiegato Brunello, e spettacolo nello spettacolo lo sguardo amorevole e severo del Maestro seduto in prima fila a ‘consonare’ con il discepolo. 

Con la Quarta Sonata, infine, Luís Dias Canali, eccellente esecutore alle prese con uno strumento dalle caratteristiche strutturali non proprio all’altezza delle sue qualità, ha portato l’ascolto verso una dimensione più aspra e visionaria, restituendo con energia e sensibilità timbrica le molte ombre e i lampi espressivi di questa musica, e regalando forse l’unico movimento - il bellissimo Adagio - in cui le coltri scure che offuscano il cielo weinberghiano si sono scostate per qualche istante a lasciar passare un pallido raggio di sole. 

Nel confronto tra Bach e Weinberg si è delineato il senso più profondo del progetto: la tradizione come terreno vivo, capace di generare continuamente nuove forme di espressività. In questa tensione tra eredità e scoperta si è colta la vera forza di queste esecuzioni. La musica di Weinberg ha conquistato tutti con la sua specificità, costruita sull’assenza di un tactus unitario, un trattamento dell’armonia che non assomiglia a niente mai udito prima e una teatralità in cui si affollano mille voci, in una babele di temi e caratteri che incredibilmente creano un ordine nel caos del dolore umano. 

Rimane l’emozione di aver assistito a un autentico passaggio di testimone tra generazioni di interpreti, nel segno di una musica che richiede — oltre a un solido magistero tecnico che i giovani talenti della Stauffer hanno dimostrato di possedere — coraggio, immaginazione e ascolto profondo. Un plauso convinto all’Accademia Stauffer per il merito del realizzare iniziative come questa che non cercano il clamore ma agiscono piuttosto con la discreta forza delle idee, lasciando una traccia destinata a durare.

Lasciando la sala colmi di bellezza la scrittura franta della meravigliosa musica di Weinberg, fatta di cellule tematiche che si accendono e si spengono come lampi nella notte, ci riporta alla mente la vertigine della Große Fuge di Ludwig van Beethoven. Come lo stesso Mario Brunello ci suggerisce con un’immagine folgorante: “note lanciate in un abisso di silenzio, un perentorio invito di qualche divinità, che tutto sa, ad addentrarsi in un percorso verso la conoscenza, accompagnati dalla musica, ma partendo dal silenzio”.

foto Fondazione Stauffer © Giuseppe Milanese 

Angela Alessi


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