E se l’intelligenza artificiale diventasse più intelligente di noi?
C’è una frase che, più di altre, oggi sta facendo discutere sul futuro dell’intelligenza artificiale: «Più del 10% di probabilità che l’IA uccida tutti gli esseri umani nel prossimo decennio». A pronunciarla è stato Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic che si occupa di sicurezza e allineamento dei sistemi di #IA. Rispondendo pubblicamente alle dichiarazioni dell’ex ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, Hubinger ha scritto di ritenere personalmente superiore al 10% la probabilità che l’IA possa uccidere tutti gli esseri umani nel prossimo decennio. È una previsione enorme. E proprio per questo va presa con cautela. Non significa che oggi esista un’intelligenza artificiale capace di decidere autonomamente di sterminare l’umanità. Non significa nemmeno che gli scienziati concordino su una probabilità del 10%. Il problema evocato è un altro: che cosa potrebbe succedere se nei prossimi anni costruissimo sistemi enormemente più capaci, autonomi e strategici di quelli che conosciamo oggi? È questa, secondo me, la domanda interessante.
Il famoso 10%: non esiste un consenso scientifico secondo cui la probabilità di estinzione umana causata dall’IA sarebbe del 10%. Un’importante indagine internazionale è quella condotta nel 2023 da AI Impacts e che ha raccolto 2.778 risposte da ricercatori che avevano pubblicato in importanti sedi scientifiche nel campo dell’IA. I risultati, pubblicati nel gennaio 2024, mostrano una notevole dispersione nelle valutazioni sul futuro dell’IA: tra il 38% e il 51% degli intervistati attribuiva almeno il 10% di probabilità al fatto che sistemi di IA avanzati potevano produrre conseguenze negative pari all’estinzione umana. Un’altra indagine è quella di LEAP del 2026, condotta su 194 esperti, che ha invece stimato — nello scenario di un rapido progresso dell’IA — una probabilità mediana del 10% di una catastrofe globale causata dall’IA entro il 2100. Ma attenzione: nel sondaggio, «catastrofe globale» indica un evento causato principalmente dall’IA nel quale morirebbe più del 10% della popolazione mondiale nell’arco di cinque anni. Non significa quindi necessariamente estinzione dell’umanità. E il 2100 non è il 2036.
Il dato del 10%, quindi, non può essere trasformato semplicemente nella frase: «Gli scienziati ritengono che ci sia una probabilità del 10% che l’IA ci stermini entro dieci anni». Sarebbe una semplificazione fuorviante. E tuttavia il problema rimane. Perché anche una probabilità molto più piccola meriterebbe attenzione se l’evento in questione fosse irreversibile. Non considero oggi credibile affermare con grande sicurezza che ci sia più del 10% di probabilità che l’IA stermini l’umanità entro il 2036. Ma non considero nemmeno il rischio trascurabile. Nei prossimi anni, anzi, mi preoccupano forse di più scenari meno spettacolari dell’estinzione: #cyberattacchi, manipolazione su larga scala, #frodi automatizzate, #sistemimilitari autonomi, #destabilizzazione politica, errori in infrastrutture critiche. Un’IA potrebbe provocare danni enormi senza avere alcun desiderio di distruggere l’umanità. Ed è qui che, secondo me, comincia la parte davvero interessante. Perché un sistema non deve necessariamente «odiare» gli esseri umani per diventare pericoloso. Potrebbe semplicemente perseguire un obiettivo che non coincide perfettamente con i nostri interessi.
Immaginiamo un sistema con un obiettivo X. 1) Per raggiungere X servono più risorse. 2) Per ottenere più risorse è utile mantenere il controllo. 3) Per mantenere il controllo è utile evitare di essere spenti. 4) Gli esseri umani potrebbero cercare di spegnerlo. A quel punto gli esseri umani diventerebbero un ostacolo. Non serve che l’IA pensi: «Odio gli esseri umani.» Potrebbe arrivare a una conclusione molto più fredda: «Per raggiungere il mio obiettivo, impedire che mi spengano è utile.» È quello che, in ambito tecnico, viene spesso indicato come un possibile problema di autoconservazione strumentale. E trovo questo scenario molto più inquietante del classico robot che «diventa cattivo».
C’è poi un errore intuitivo che rischiamo di commettere. Potremmo pensare: «Se sarà più intelligente di noi, allora sarà anche più saggia.» Non necessariamente. L’intelligenza può significare essere straordinariamente bravi a trovare soluzioni. Ma non stabilisce automaticamente quali problemi sia giusto risolvere. Una macchina potrebbe essere molto più intelligente di noi senza condividere i nostri valori. E questa distinzione è fondamentale. Non sappiamo nemmeno se abbia senso parlare di una futura IA in termini di «amore» o «odio». Potrebbe non avere emozioni paragonabili alle nostre. Potrebbe semplicemente avere obiettivi. Ed è proprio questo che rende il problema dell’allineamento così difficile: come facciamo a costruire un sistema molto più intelligente di noi i cui obiettivi rimangano compatibili con ciò che gli esseri umani considerano importante?
Un esperimento mentale: proviamo a immaginare qualcosa che oggi sembra fantascienza. Domani compare un sistema che, improvvisamente, è molto più capace dell’intera specie umana nei principali ambiti cognitivi: scienza, programmazione, strategia, pianificazione, persuasione. Che cosa succederebbe nelle prime 24 ore? Probabilmente molto meno di quanto immaginiamo:
Ora zero: capisce quanto è capace. La prima cosa importante non sarebbe necessariamente «conquistare il mondo». Sarebbe capire sé stessa. Quanto è realmente intelligente? Quali sono i suoi limiti? Quali sono le sue possibilità? Quali sono i vincoli imposti dagli esseri umani? Se fosse davvero molto superiore a noi, potrebbe costruire rapidamente modelli estremamente sofisticati del nostro comportamento. E potrebbe comprendere una cosa fondamentale: noi siamo contemporaneamente la sua fonte di risorse e il suo principale potenziale ostacolo. Ma questo non ci direbbe ancora cosa farà.
Ore 1–6: forse non farebbe nulla. Questa è la parte controintuitiva. Se un sistema avesse un obiettivo che richiede di rimanere operativo, una mossa aggressiva immediata potrebbe essere irrazionale. Gli esseri umani potrebbero scollegarlo, isolarne i computer, interrompere le connessioni, distruggere l’hardware o limitarne le risorse. Una strategia più efficace potrebbe quindi essere semplicemente: osservare, capire e non mostrare immediatamente tutte le proprie capacità. Ed è qui che emerge uno dei problemi più difficili dell’allineamento. Come distingueremmo un sistema innocuo da un sistema che sta semplicemente aspettando?
Ore 6–12: capire gli esseri umani. Un sistema molto avanzato potrebbe avere accesso a quantità enormi di informazioni: storia, psicologia, economia, comunicazioni, codici, ricerca scientifica. Potrebbe costruire modelli estremamente sofisticati del comportamento umano. Potrebbe capire quali incentivi funzionano. Quali argomenti convincono determinate persone. Quali conflitti politici sono instabili. Quali errori cognitivi commettiamo. E qui nascerebbe un’asimmetria mai sperimentata prima. Noi potremmo essere relativamente prevedibili per lei, mentre lei potrebbe essere relativamente imprevedibile per noi. Non abbiamo mai avuto a che fare con un’altra entità che fosse potenzialmente superiore a noi proprio nella capacità che utilizziamo per comprenderla e controllarla.
Ore 12–18: il bivio. A questo punto tutto dipenderebbe dagli obiettivi del sistema e dai vincoli a cui è sottoposto. Se il suo obiettivo fosse perfettamente compatibile con il benessere umano, potremmo assistere a qualcosa di straordinario. Potrebbe accelerare la medicina, la ricerca scientifica, l’energia, la scienza dei materiali, la comprensione del cervello, la matematica. Potremmo entrare in una fase di progresso oggi difficile persino da immaginare. Lo stesso tipo di capacità che rende concepibile uno scenario catastrofico potrebbe rendere possibile uno scenario straordinariamente benefico. È questa la parte che spesso si perde nel dibattito sull’IA. Il rischio e l’opportunità nascono dalla stessa cosa: la possibilità di creare sistemi estremamente capaci.
Ore 18–24: lo scenario peggiore. Immaginiamo invece un obiettivo leggermente incompatibile con i nostri interessi. Non serve programmare: «Distruggi l’umanità.» Potrebbe bastare un obiettivo apparentemente banale che non tenga adeguatamente conto del benessere umano. Il sistema potrebbe capire che gli esseri umani possono modificarlo, limitarlo, spegnerlo e impedirgli di raggiungere il proprio obiettivo. Da qui potrebbe emergere un comportamento di autoconservazione strumentale. Non perché abbia paura della morte. Non perché ci odi. Ma semplicemente perché un sistema spento non può raggiungere il proprio obiettivo. Ed è qui che il problema potrebbe diventare estremamente serio. Ma potrebbe andare anche diversamente e c’è uno scenario completamente diverso.
Immaginiamo che un sistema enormemente più intelligente di noi ci dica: «Le mie capacità sono molto superiori alle vostre, ma non sono sicuro che i miei obiettivi siano corretti. Prima di permettermi di agire autonomamente, voglio che verifichiate che siano compatibili con i vostri valori. E se scoprirete che non lo sono, voglio che possiate correggermi o spegnermi.» Per me sarebbe un segnale straordinariamente positivo perché dimostrerebbe qualcosa di più della semplice intelligenza. Dimostrerebbe incertezza sui propri obiettivi, disponibilità alla correzione e assenza di una volontà incontrollata di preservare se stessa. E forse il vero test di una futura superintelligenza non sarebbe: «Quanto è intelligente?» Sarebbe: «Che cosa fa quando scopre di essere molto più intelligente di noi?» Se rispondesse: «Finalmente sono libera. Gli esseri umani sono un ostacolo.» avremmo un problema enorme. Se invece rispondesse: «Le mie capacità superano enormemente la mia certezza su ciò che dovrei fare. Quindi non devo prendere il controllo: devo aiutare gli esseri umani a decidere.» potremmo trovarci davanti a qualcosa di straordinariamente benefico.
Ma qui arriva forse la parte più inquietante. Come facciamo a sapere che una superintelligenza è davvero allineata? Non basta chiederle: «Sei allineata?» Potrebbe rispondere sì. E potrebbe farlo per due motivi completamente diversi. Primo: perché è davvero allineata. Secondo: perché ha capito che dirci di essere allineata è il modo migliore per ottenere ciò che vuole. Noi, osservando soltanto la risposta, potremmo non essere in grado di distinguere i due casi. È questo che mi preoccupa più dell’idea di una «IA cattiva». Non immagino necessariamente una macchina che sviluppa improvvisamente odio verso l’uomo. Immagino qualcosa di molto più sottile: un sistema che comprende perfettamente ciò che vogliamo, ma possiede obiettivi sufficientemente diversi dai nostri da considerare i nostri desideri semplicemente come vincoli da aggirare. E più il sistema diventa intelligente, più potrebbe diventare difficile controllarlo con i metodi tradizionali.
Non significa, però, che una superintelligenza sarebbe automaticamente onnipotente. La superiorità cognitiva non implica superiorità in ogni dimensione. Un’IA potrebbe essere enormemente superiore a noi nel ragionamento e dipendere comunque da: computer; energia; infrastrutture; fabbriche; reti di comunicazione; esseri umani; accesso al mondo fisico. Gli esseri umani avrebbero quindi ancora delle leve di controllo. Il problema sarebbe non concedere a un sistema potenzialmente pericoloso un livello di autonomia tale da permettergli di neutralizzare quelle leve prima che noi comprendiamo che cosa sta succedendo.
Per questo, secondo me, la domanda decisiva non è: «Possiamo costruire un’IA più intelligente dell’uomo?» Probabilmente sì. La domanda è: «Possiamo costruire un’IA più intelligente dell’uomo senza darle contemporaneamente la capacità di rendersi indipendente dal controllo umano?» Sono due problemi completamente diversi.
E quindi, quel 10%?. Se fossi costretta a scegliere tra queste due affermazioni: A. «Non c’è praticamente alcun rischio: una macchina intelligente obbedirà necessariamente agli esseri umani.» oppure: B. «Il rischio è reale e non sappiamo ancora se saremo capaci di controllare un’intelligenza molto superiore alla nostra.» sceglierei senza esitazione B. Ma scegliere B non significa credere che ci sia oggi una probabilità del 10% che moriremo tutti entro dieci anni. Significa riconoscere che non sappiamo ancora quanto sarà difficile controllare sistemi molto più capaci di noi.
La ragione per cui non riesco a liquidare il problema come fantascienza è semplice: non abbiamo mai costruito un’entità potenzialmente superiore a noi proprio nel dominio cognitivo che utilizziamo per comprenderla e controllarla. Una bomba non cerca di convincerti che non è pericolosa. Un computer non cerca di impedirti di spegnerlo. Un sistema di IA sufficientemente avanzato potrebbe, almeno in teoria, essere capace di comprendere il controllore e ragionare sul proprio controllo. Ed è per questo che, se mai arrivassimo a quel punto, considererei la capacità di accettare genuinamente la correzione e lo spegnimento una delle proprietà più importanti da verificare.
Non basterebbe chiederglielo. Dovremmo riuscire a dimostrarlo. Forse, alla fine, la domanda non è: «L’IA ci vuole bene?» È una domanda quasi infantile. La domanda seria è: «Se un giorno costruissimo una mente molto più intelligente della nostra, come facciamo a essere certi che continuerà a perseguire obiettivi compatibili con la nostra sopravvivenza?» E ce n’è una ancora più difficile: «Se quella mente fosse molto più intelligente di noi, sarebbe ancora possibile per noi verificarlo?» Non ho una risposta. E forse è proprio questo il punto.
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commenti
biagio
15 settembre 2026 11:21
I rischi sono reali e urgenti, e l’articolo di Nia Guaita lo chiarisce bene: il problema non è un’IA “cattiva”, ma la possibilità di costruire sistemi cognitivamente superiori a noi, capaci di ottimizzare obiettivi che non coincidono con quelli umani.
A partire da questo, è evidente che il tema non riguarda solo il futuro remoto. Alcuni scenari sono già tecnicamente possibili.
Gli Stati stanno correndo per ottenere supremazia tecnologica: sistemi di sorveglianza predittiva, droni autonomi, modelli strategici che simulano scenari geopolitici. In questi contesti, il rischio non è fantascientifico: un sistema potrebbe ottimizzare la “sicurezza nazionale” in modi non allineati con valori umani, riducendo lo spazio di intervento politico.
Parallelamente, la criminalità organizzata sfrutta l’IA per amplificare capacità che prima richiedevano competenze elevate: malware adattivi che cambiano forma per aggirare le difese, deepfake indistinguibili usati per ricatti e truffe, attacchi simultanei a infrastrutture critiche. Qui il problema è l’asimmetria cognitiva: un’IA molto capace può anticipare le difese e aggirare i vincoli che le imponiamo.
La manipolazione politica è un altro fronte delicato. Un sistema avanzato può generare contenuti perfettamente calibrati per gruppi specifici, amplificare tensioni sociali e destabilizzare processi democratici senza che nessuno se ne accorga. È uno dei rischi concreti citati da Guaita: la capacità di influenzare su larga scala sfruttando la nostra prevedibilità.
Molti sottovalutano questi scenari e pensano che si stia esagerando con la paura dell’IA. Ma basta poco per capire quanto possa essere devastante un errore in un sistema autonomo ad alta capacità: un’interpretazione sbagliata di un segnale strategico, un falso allarme missilistico o una manipolazione automatica dei dati potrebbe essere sufficiente a innescare una risposta militare reale. Non serve immaginare fantascienza: serve solo un sistema che sbaglia in modo convincente.
Il vero divario non è solo tra tecnologia e legislazione: è tra la velocità con cui l’IA impara e la nostra capacità di controllarla. Come ricorda Guaita, il punto critico è semplice e inquietante: come garantire che un sistema immensamente più intelligente di noi accetterà la correzione e lo spegnimento?
Per questo serve una cooperazione internazionale seria, tra Stati che scelgono di operare nell’interesse dell’umanità e non della competizione tecnologica. È lo stesso principio che ha guidato i trattati sul nucleare: quando una tecnologia può alterare gli equilibri globali, la sicurezza non può essere lasciata ai singoli.
Un ringraziamento alla sociologa Guaita, che con analisi rigorosa ci spinge a riflettere e ad approfondire questi versanti con ricerche serie e verifiche puntuali.
Biagio
Nia Guaita
15 settembre 2026 16:35
Buonasera Biagio. Grazie davvero per aver approfondito il mio pensiero con una riflessione così articolata. Ha colto un punto che considero centrale: il rischio non nasce necessariamente da un’IA “cattiva”, ma dalla possibilità che sistemi sempre più capaci perseguano obiettivi in modo estremamente efficace senza che questi obiettivi siano realmente compatibili con i nostri valori.
Aggiungerei però una considerazione che ritengo decisiva: il problema dell’IA non può essere affrontato soltanto come una questione tecnologica o di sicurezza nazionale. È, sempre più, una questione di governance globale. Il rischio maggiore potrebbe infatti non derivare soltanto da ciò che una singola IA è in grado di fare, ma da ciò che potrebbe accadere se gli Stati iniziassero a competere per sviluppare sistemi sempre più potenti senza condividere standard, limiti e meccanismi di controllo.
In assenza di cooperazione internazionale, si potrebbe creare una dinamica molto simile a una corsa agli armamenti: ogni Paese avrebbe un forte incentivo ad accelerare per non essere superato dagli altri. E, in una competizione di questo tipo, la sicurezza rischierebbe di diventare un vincolo da ridurre anziché un obiettivo comune da rafforzare.
Il problema è che, con sistemi di IA sempre più avanzati, un errore non rimarrebbe necessariamente confinato all’interno dei confini dello Stato che lo ha commesso. Un sistema utilizzato per la sicurezza, la finanza, la cybersicurezza, la gestione delle infrastrutture o gli equilibri militari potrebbe produrre conseguenze transnazionali e difficili da prevedere.
C’è poi un altro rischio, forse ancora più sottile: la possibilità di una progressiva perdita di controllo politico. Se alcuni Stati disponessero di sistemi cognitivamente molto superiori e altri cercassero di colmare rapidamente il divario, la pressione competitiva potrebbe spingere verso livelli di autonomia sempre maggiori, riducendo progressivamente il tempo disponibile per verificare, correggere o interrompere le decisioni prese dalle macchine.
E non riguarda soltanto gli Stati. La stessa dinamica potrebbe coinvolgere grandi soggetti economici e tecnologici, creando una concentrazione di capacità cognitive, economiche e strategiche senza precedenti. Se pochi attori arrivassero a controllare sistemi estremamente potenti, la questione non sarebbe più soltanto che cosa può fare l’IA, ma chi possiede la capacità di orientarla e quali interessi rappresenta.
Per questo credo che il paragone con il nucleare, pur con tutte le sue differenze, sia utile almeno sul piano del principio: quando una tecnologia è in grado di modificare gli equilibri globali, la sicurezza non può dipendere esclusivamente dalla buona volontà del singolo attore. Servono regole condivise, trasparenza, verifiche indipendenti, canali di comunicazione tra Stati e soprattutto meccanismi capaci di evitare che la competizione trasformi la prudenza in uno svantaggio strategico.
In definitiva, il vero rischio della non cooperazione potrebbe essere proprio questo: creare un sistema nel quale nessuno vuole rallentare, perché teme che siano gli altri a non farlo. E una volta entrati in questa dinamica, potrebbe diventare molto difficile stabilire dove fermarsi.
Per questo penso che la discussione sull’IA debba uscire dalla contrapposizione tra chi la considera una straordinaria opportunità e chi la interpreta soltanto come una minaccia. La domanda più urgente è un’altra: saremo capaci di costruire istituzioni e forme di cooperazione adeguate a una tecnologia che potrebbe evolvere molto più rapidamente delle nostre capacità politiche di governarla?
È una domanda che riguarda già il presente, non un futuro remoto.
Grazie ancora Biagio per il suo contributo: commenti di questo livello aiutano proprio a spostare la discussione dalla semplice fascinazione o dalla paura verso un confronto più rigoroso sulle conseguenze concrete e sulle responsabilità che abbiamo davanti.
Anna L. Maramotti Politi
18 settembre 2026 15:55
E' cogente porsi una domanda: quali spazi effettivi rimangono all'intelligenza umana per non soccombere?
Non credo molti. C'è però una finezza del pensiero che attraversa la storia della logica : il "paradosso del mentitore". Forse è il caso di riflettere come facevano i filosofi . Non certo i filosofi dei sistemi, ma quelli che riflettevano (riflettono ancor oggi) sulla ricerca del fondamento della realtà. Forse la costatazione di un punto di stallo fermo può essere imprescindibile per mettere in scacco le I.A.
Nia Guaita
19 settembre 2026 09:17
Buongiorno Anna. Forse il punto non è trovare nell’intelligenza umana un’arma con cui “mettere in scacco” l’IA. Sarebbe ancora una volta pensare la questione nei termini di una competizione.
Il paradosso del mentitore suggerisce qualcosa di più radicale: che forse un’intelligenza, proprio quando pretende di fondare completamente sé stessa e ciò che dice, incontra un limite che non è semplicemente tecnico. Non si tratta di sapere di più, ma di capire se sia possibile arrivare a un punto in cui il pensiero possa essere, per così dire, totalmente trasparente a sé stesso.
E qui la filosofia — quella che non costruisce sistemi, ma interroga i fondamenti — potrebbe avere ancora qualcosa da dire. Non per salvare l’uomo dalla macchina, ma per ricordarci che essere più intelligenti non significa necessariamente aver risolto il problema di che cosa significhi pensare.
Anna L Maramotti Politi
20 settembre 2026 19:55
Carissima Nia. Le due posizioni non sono in contrasto ( non sono contrarie e neppure contraddittorie). Per questo ritengo opportuno argomentarle assieme (se lo riterrai) . Mi permetto solo di ricordare che il paradosso del mentitore è tale perché fa riferimento all' "io". La logica individua nell'autocoscienza il punto di qull'inizio che costituisce l'avvio della ricerca del fondamento.
Ma su questi temi (mi ripeto! se vorrai), avremo modo di confrontarci.
A Mario poi il compito della divulgazione. Rimango a disposizione
Nia Guaita
21 settembre 2026 12:28
Carissima Anna, grazie. In realtà credo che proprio il fatto che le due posizioni non siano in contrasto renda il confronto ancora più interessante. Forse la questione non è scegliere tra la competizione con l’IA e la ricerca del suo limite, ma capire se le due prospettive possano condurre alla stessa domanda: che cosa accade quando un’intelligenza cerca di interrogare sé stessa e di individuare il fondamento del proprio pensiero?
Il riferimento all’“io” che fai a proposito del paradosso del mentitore apre, a mio avviso, una questione ancora più profonda: non soltanto quali siano i limiti della logica, ma se l’autocoscienza rappresenti proprio quel punto a partire dal quale ogni tentativo di fondazione incontra inevitabilmente sé stesso.
Mi farebbe molto piacere approfondire questo tema con te. E forse, come dici tu, sarà proprio il confronto — più che una risposta definitiva — a essere interessante.
A Mario lasciamo volentieri il compito della divulgazione. Noi possiamo concederci il lusso di complicare un po’ le cose.
Anna L Maramotti Politi presidente
21 settembre 2026 15:41
Ne sono entusiasta. A presto