8 novembre 2026

Le elezioni americane tra disprezzo e sudditanza

Saggio sarebbe preoccuparsi di ciò che succede in casa propria e meno di ciò che accade in casa altrui, ma quando si tratta di America la tentazione è irresistibile, al punto che si giudica ciò che accade laggiù come se fosse accaduto qui, utilizzando peraltro criteri di giudizio locali che ben poco hanno a che fare con quelli americani. 

Ma del resto è un po’ il triste destino delle colonie giudicare con acredine ciò che accade ai dominatori, perché volenti o nolenti nonostante tutta la nostra prosopopea di europei evoluti ci comportiamo come dei colonizzati. Basta che qualcosa venga dagli USA e subito ci conquista: dagli hamburger ad Amazon, dalla politica alle piattaforme TV. 

Oltre a questo, va da sé, colonia lo siamo perché dipendiamo ancora geopoliticamente dagli Stati Uniti sia in termini militari che economici, è questo soprattutto perché non si smontano in un lampo 80 anni di dipendenza dovuti alla guerra fredda. 

Donald Trump è molto probabilmente il presidente americano più discusso e odiato in Europa dai tempi di Nixon, che fu altrettanto odiato e discusso, e questo spiega l'entusiasmo europeo davanti all sua batosta elettorale. 

Che però non è la peggiore e non è definitiva. Le elezioni di midterm servono proprio a questo: a tastare il polso del paese e a metter dei paletti ad un potere presidenziale che è sostanzialmente assoluto. Un saggio espediente costituzionale che per noi però è di fatto incomprensibile. 

Se si conoscono un po’ gli americani si sa che ragionano solo in termini di politica interna: se salgono tasse bollette e benzina la prima cosa che fanno è immediatamente votare contro a chi comanda, perché sono un popolo grezzo ma sano, vanno dritti al sodo con la politica. Secondo un sano principio di mercato: se non sei conveniente cambio negozio. 

A questo va aggiunto che la polizia anti immigrazione, l’ ICE, a Trump è proprio scappata di mano, spaventando anche i cittadini regolari con violenze e sequestri totalmente fuori luogo, benché la ratio della creazione di questa forza non sia del tutto errata: anche in Europa dovremmo costituire delle forze di polizia dedicate unicamente alla gestione del fenomeno migratorio in tutte le sue sfaccettature, sia socio culturali che criminali. 

Credo in realtà che agli americani non importi gran che delle pose da smargiasso di Trump. Quello è tutto un problema di noi europei che però ancora una volta stiamo giudicando quello che accade oltreoceano di pancia e non di testa. 

Obama e perfino il mitologico Roosevelt presero delle batoste ben più dure ai loro midterm, mancano due anni alle prossime elezioni e Trump non è tipo da scoraggiarsi. 

Quel che è abbastanza certo è ormai the Donald è a fine carriera e né i democratici né i repubblicani hanno molto da sorridere. I primi perché il loro successo è dovuto più a Trump che alle loro scelte, con candidati molto discutibili che, anche se fanno la gioia della siniatra italiana più liberal presenteranno il conto. Soprattutto perché i democratici, che hanno causato all Europa e al Mediterraneo la maggior parte dei nostri guai recenti, non hanno un leader che faccia sintesi tra le spinte islamiche, il woke e il fondamentalismo protestante. 

I repubblicani dal canto loro non hanno più un partito: avendo sempre considerato Trump un estraneo gli hanno lasciato costruire una carriera di outsider dalle mani libere. Lo avessero inglobato nel partito ne avrebbero certamente smussato gli eccessi, ed ora invece si trovano con un partito debolissimo. 

E bisogna pure ricordarsi che Trump non è caduto dal cielo: è l'unico presidente americano rieletto dopo essere stato sconfitto, e come ebbe a dire Kissinger poco prima di morire, Trump non è una eccezione ma l'inizio di una nuova fase. Tradotto dopo un Trump ne verrà un altro, magari meno grezzo ma forse più spietato. 

Temo che le grida di gioia europee per la batosta del mid term, più emotive che razionali, lasceranno presto spazio a ben altri mal di pancia di una  Europa che giudica troppo gli altri e troppo poco se stessa. 

(La foto del professor Martelli è di Daniele Mascolo)

Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano

Francesco Martelli


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