8 novembre 2026

Incontro al Signore che viene per far festa con noi

Dieci ragazze sono chiamate a far parte del corteo nuziale che deve accompagnare gli sposi uno incontro all’altra. Non è il caso di confrontare l’immagine usata dalla parabola con i costumi del tempo di Gesù, quel che ci interessa è fissare la nostra attenzione sull’insieme del racconto, verosimile per quel tempo e significativo per i cristiani che lo ascoltano a qualsiasi epoca appartengano.

Innanzitutto il tono di fondo della parabola è dato dall’affermazione che lo conclude: quando lo sposo arriva bisogna essere pronti, anche se è del tutto imprevedibile ipotizzare quando sarà quel momento. 

I tempi di Dio, come le sue scelte e i suoi modi di agire, non sono mai quelli degli uomini. Questa è una constatazione che il popolo ebraico ha profondamente meditato nel corso della sua storia. L’Antico Testamento è continuamente percorso da questa consapevolezza che riaffiora in ogni epoca e che ogni epoca tende a dimenticare.

Il Signore arriva quando e come vuole. Il tempo dell’Avvento, che tra poco si aprirà davanti a noi, ci inviterà a custodire nel cuore questa consapevolezza. La parabola delle dieci vergini ce la offre con dolorosa crudeltà. Il cristiano deve prevedere l’imprevedibile e prepararsi all’inaspettato. È uno sposo inclemente quello che giunge alla fine del racconto utilizzando parole affilate come spade. Matteo ha preparato costantemente i suoi lettori a questo momento. Il giudizio non è una realtà possibile, ma certa. E questa certezza comprende la responsabilità di affrontare quel momento rendendo conto di come si è vissuto.

La parabola ci istruisce anche su un secondo aspetto gustoso. La saggezza o la stoltezza delle vergini si manifestano solo alla fine del racconto, non nel mentre, poiché, di fronte al ritardo dello sposo, tutte le ragazze si assopiscono e si addormentano. La vita dei cristiani è sostanzialmente simile nel suo svolgersi: pochi di loro sono riconosciuti santi già in vita e talvolta accade che atteggiamenti di santità ostentata si rivelino completamente errati con il necessario senno di poi. La vita tende a farci assopire nella ripetitività del suo svolgersi, nelle delusioni che ci presenta, nelle gioie imposte da alcune ricorrenze obbligate. Anche i mistici, con i loro slanci così sublimi, devono poi fare i conti con notti dello spirito così temibili che il solo sentirle narrare spaventa e sembra un pagamento troppo oneroso in cambio delle vette raggiunte.

Se tutti ci si addormenta, non tutti lo si fa allo stesso modo. C’è chi lo fa con le lampade spente, ma con la giusta riserva d’olio, c’è invece chi dell’olio pensa di poterne fare a meno e con allegra inconsapevolezza affronta il suo compito di damigella. L’invito per noi è quello a non perdere le riserve necessarie per poter andare incontro al Signore quando ci diranno che sta arrivando. Le nostre lampade saranno accese al momento giusto se nel corso della vita, nonostante tutti gli assopimenti possibili, non avremo abbandonato l’olio di una fede operosa, di una speranza stabile e di una carità laboriosa (cfr. 1Ts 1,3), le uniche realtà che restano e vanno oltre il tempo della nostra esistenza terrena (cfr. 1Cor 13,13). 

Quando il Signore arriverà, non sarà possibile andare in prestito dell’olio: ci sono aspetti della vita che sono esclusivi, sono posseduti o assenti, non cedibili. Il monito è chiaro, un appello a non lasciarsi distrarre dall’incontro decisivo con il Signore, facendo di questa attesa il criterio per ordinare la nostra vita.

Un ultimo aspetto mi sembra importante sia richiamato, perché fortemente sottolineato negli ultimi capitoli del racconto di Matteo. Il ritardo del Signore non può mettere in discussione la certezza dell’incontro con Lui. Matteo fa i conti con una comunità che passa dall’attesa immediata del ritorno di Gesù alla consapevolezza del ritardo e di fronte a questo dubita e si rilassa, addolcendo la radicalità delle parole del Vangelo e dei suoi insegnamenti. È questo l’andamento di ogni esperienza umana: dall’entusiasmo degli inizi alla noia dell’ordinarietà, fino ai dubbi che giungono quando il tempo trascorso è ormai molto. Matteo non invita al terrore per il ritorno del Signore, ma sprona ciascuno di noi ad una vita cristiana serena che si confronta con la certezza che l’incontro con il Signore sarà come una festa di nozze; allo stesso tempo l’Evangelista ci dice che a questa festa non si può giungere improvvisati, mettendo insieme qualche capo d’abbigliamento inadatto (cfr. Mt 22,11-14), né pensando di potersi salvare appoggiare sulla santità degli altri, perché ciascuno, personalmente, dovrà dire: “Eccomi, Signore, sono pronto per far festa con te!”.  

Francesco Cortellini


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