Da noi, ora e sempre gerontocrazia. E la politica ristagna
In provincia di Cremona la gerontocrazia è viva e vegeta. Decide e comanda. Ma non tutto è perduto. Non mancano personalità interessanti alla soglia della mezza età e anche qualche giovane virgulto si distingue. Sono gli unti a metà dal Signore. Attendono sul bordo della strada che un mezzo passi, destinazione Paradiso, pronti per salirci sopra e completare l’unzione.
Alcuni posseggono caratteristiche da leader, ma pochissimi di loro dispongono dei numeri per esercitare il ruolo. In politica le percentuali sono determinanti. Spietate e inappellabili, per gli emergenti costituiscono l’ostacolo più impegnativo da superare nella scalata al cielo. Per fare l’impresa non basta essere i primi della classe, ma è indispensabile avere un tir di consensi. Se non è colmo, si resta al palo.
Il successo dipende in parte dalle competenze e molto dalla capacità di intessere relazioni e dall’abilità di comunicare. Dalla presenza sui canali digitali. Dalla perizia di muoversi nel mare magnum dell’infocrazia, che oggi indirizza e manipola la nostra vita.
I gerontocrati locali sono maestri nel mantenere la posizione conquistata e professori nel fingere di mollarla e nel contempo conservarla. Nel loro Dna c’è il killer instinct, necessario per salire sul podio e rimanerci.
La politica non è per collegiali di buona famiglia. Non per educande. Oltre al carisma, servono la determinazione, la cazzimma e il quid che, secondo Silvio Berlusconi, mancava ad Angelino Alfano, suo delfino. Merce rara, non si acquista al supermercato.
Per alcuni, il tempo per montare in cattedra sta per finire. O accelerano, o si ritroveranno nella schiera di coloro che hanno deluso le aspettative e vivono di rimpianti.
Ma chi sono i gerontocrati, definizione che evoca saghe fantasy? Due le superstar: Luciano Pizzetti, Pd e presidente del consiglio comunale di Cremona e Gianni Rossoni, Forza Italia, sindaco di Offanengo e presidente dell’Area Omogenea cremasca. Opposti nei simboli, simili nella longevità: decenni di ruoli, incarichi e candidature. Nessuna intenzione di lasciare il palco e la tenacia di continuare a essere sceneggiatori, registi e interpreti. Ma anche compositori delle colonne sonore e direttori delle orchestre che le suonano.
Alessandro Portesani, consigliere comunale di Cremona e senza tessera di partito, è il più attrezzato per la scalata dei vertici della politica locale. Forte del test di candidato sindaco del centro destra alle precedenti elezioni comunali, sconfitto al fotofinish, rispetto ad allora dispone di una carta in più da giocare: l’esperienza di consigliere comunale.
Matteo Carotti, Fratelli d’Italia, promette bene. È intervenuto in maniera incisiva su alcune scelte dell’amministrazione comunale, non ultima la rimozione del manifesto pro vita da parte del sindaco Andrea Virgilio. Il tempo è galantuomo e dirà se Carotti ha la stoffa e la costanza dell’amministratore di razza.
A Crema il 28enne Andrea Bergamaschini, consigliere comunale della Lega, incarna la speranza di vita e di rilancio dell’asfittico Carroccio, ma dovrebbe settare il minimo. In caso contrario rischia di fermarsi sulla soglia dell’empireo della politica locale e di essere escluso dal ristretto ed esclusivo club di quelli che contano.
Per la politica Bergamaschini è ancora sul seggiolone, ma parla e si comporta come un reduce della prima repubblica. È il suo limite. Al giornalista che gli chiede se la Lega ha un nome per la candidatura a sindaco di Crema e se lui stesso potrebbe esserlo, risponde da democristiano di 40 anni fa. Spara anche qualche minchiata che ricorda dichiarazioni e stile dei gerontocrati. Rischia di apparire una fotocopia sbiadita dell’ancien régime, incoerente con la sua età e distante dall’elettore giovane, moderno e rampante che dovrebbe rappresentare.
«Noi leghisti vantiamo una classe dirigente preparata e capace di trovare risposte. E così faremo anche per Crema. Certo che ci sono nomi, li tireremo fuori nei tavoli di lavoro in corso» (Il Nuovo Torrazzo, 31 ottobre). Già, todos caballeros.
Se lo sostiene lui, che è all’interno del partito, non c’è motivo di dubitarne. Però è altrettanto vero che è un’impresa, quasi impossibile anche per Diogene e la sua famosa lanterna, trovare un’overdose di fenomeni della politica nella classe dirigente leghista cremasca.
Sul Carroccio sono salite bravissime e volonterose persone e nessuno lo contesta. Ma la buona volontà e l’impegno non bastano per essere classe dirigente. E i nomi dei candidati sindaci leghisti che Bergamaschini sostiene esistano sono come l’Araba fenice. «Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».
Poi ci sono i sopravvalutati e gli enfant prodige mai evoluti in homme prodige.
Un caso unico è Bruno Garatti. Pd, 57 anni, ingegnere, attuale amministratore delegato di Consorzio.it, è bravo, ma fermo un gradino sotto il vertice. Aspirava a diventare Il gabbiano Jonathan Livingston della politica locale. Gli eventi gli hanno tarpato le ali.
Curriculum impeccabile, sia professionale sia politico, autostima debordante, nel 2006 aveva sperato di arrivare a Roma. Dato per candidato sicuro per la Camera dei deputati, all’ultima curva ha sbattuto contro un ostacolo non segnalato. Il partito gli aveva preferito Cinzia Fontana, la Nilde Iotti locale, scelta impeccabile e difficile da criticare.
Negli anni successivi Garatti, alla politica in prima linea, aveva privilegiato il lavoro lontano dal nostro territorio. Rientrato da protagonista con l’incarico di amministratore delegato di Consorzio.it, aveva evitato uno scontro in tribunale tra la società e sette comuni che l’avevano mollata.
Nei giorni scorsi ha fatto pipì fuori dal vasino. Ha partecipato alla convention di Fabio Bergamaschi, sindaco uscente di Crema e ricandidato dal Pd per le elezioni comunali del prossimo anno. Una fotografia dell’evento lo ritrae mentre mostra la maglietta promozionale con la promessa: «Io voto Fabio». Nessuno lo dubitava. Ma non tutti hanno gradito.
Piergiacomo Bonaventi (Lega), sindaco di Pandino, ha bollato la partecipazione di Garatti all’evento come «presenza inopportuna» (Cremonasera, 6 novembre).
Il gruppo consiliare cittadino di Fratelli d’Italia l’ha definita «Sgrammaticatura istituzionale con la chiosa: ricordi che è amministratore delegato di una società dei comuni. È liberissimo di fare campagna elettorale per Bergamaschi «ma faccia un passo indietro dal suo ruolo pubblico» (Cremonasera, 8 novembre). Concreto Graziano Baldassare, sindaco di Vaiano, ha promesso: «Sono socio di Consorzio.it. Porterò la questione in consiglio comunale».
Stringata la risposta dell’interessato: «Vi ho aderito da privato cittadino» (La Provincia, 7 novembre). La pezza è peggiore del buco, degna di una battuta di Ugo Tognazzi, ovvero del Conte Raffaello Mascetti di Amici miei per confondere il vigile urbano che intende multarlo: «Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?».
Tra i candidati a sostituire i gerontocrati non si intravedono donne. Quelle che brillano sono sulla breccia da tempo e non paiono interessate a scalzare Pizzetti e Rossoni. Comunque non paiono intenzionate a scalfire il loro potere. Certo, li infastidiscono.
In questa storia degli unti a metà scarseggiano i protagonisti Pd. Non per censura o per idiosincrasia preconcetta, ma molto più banalmente perché è il partito con i vertici più blindati degli altri. È un logo, un potpourri che ingloba nel medesimo pentolone di tutto e di più. In provincia non è più rosso e sostenere che sia rosa è generoso. È il partito del nuovo ospedale di Cremona, dell’autostrada Cremona-Mantova. E’ il partito degli stakeholder. Del marketing e dell’immagine. È il partito delle sgrammaticature istituzionali, un tempo cavallo di battaglia delle sue contestazioni, oggi amnistiate da Garatti.
«Non pensate a quale partito. Pensate a quale Paese», recitava lo slogan di un manifesto Pd veltroniano del 2008. Giurassico.
Pizzetti veniva eletto deputato. Rossoni veniva nominato assessore regionale. Ora e sempre gerontocrazia.
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