3 novembre 2026

L’Europa scende in piazza: il disagio dei giovani, la rabbia sociale e il rischio di una deriva

C’è qualcosa che sta accadendo nelle città europee e che merita un’attenzione ben più profonda di quella riservata alla cronaca degli scontri. Dalla Francia all’Italia, dal Belgio alla Spagna, dal Portogallo all’Albania, fino ad arrivare alla Svizzera, le manifestazioni e le tensioni sociali stanno assumendo una dimensione che non possiamo liquidare come una semplice successione di episodi isolati. Le immagini che arrivano dalle piazze raccontano una realtà complessa: giovani, studenti, lavoratori, gruppi organizzati e movimenti di diversa ispirazione politica scendono in strada per ragioni che non sono sempre le stesse.

Eppure, dietro queste manifestazioni, emergono alcune fragilità comuni delle società europee.

Non esiste una sola protesta, non esiste una sola motivazione. In Francia, una parte importante della mobilitazione nasce dal malcontento degli studenti per le condizioni delle scuole, la carenza di insegnanti e le difficoltà del sistema educativo. A queste rivendicazioni si sono aggiunti il costo della vita e il malessere verso la classe dirigente. In Spagna e Portogallo, il problema abitativo è diventato centrale. Per molti giovani, trovare una casa a prezzi sostenibili è ormai un’impresa, mentre salari e prospettive professionali non sembrano tenere il passo. In Italia, le mobilitazioni intrecciano rivendicazioni studentesche, difficoltà economiche, costo dell’energia e contestazione delle scelte politiche. In Belgio, le proteste coinvolgono studenti, lavoratori e cittadini preoccupati per il costo della vita, i servizi pubblici e le prospettive occupazionali. In Albania, il malcontento è legato soprattutto alle accuse di corruzione, alla mancanza di opportunità e alla sfiducia nelle istituzioni. E adesso anche la Svizzera, con gli scontri di Zurigo e Basilea nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, entra in questo quadro di tensione. Manifestazioni che hanno richiamato esplicitamente le mobilitazioni giovanili francesi sono degenerate in incendi di barricate, danneggiamenti e scontri con la polizia.

Sono situazioni diverse, con storie e responsabilità differenti. Sarebbe sbagliato ricondurle tutte a un’unica matrice. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i segnali che le accomunano.

Una generazione che fatica a immaginare il proprio futuro. Credo che uno degli aspetti più importanti sia proprio il disagio giovanile. Per una parte crescente dei giovani europei, studiare non significa più avere la certezza di trovare un lavoro stabile. Lavorare non significa necessariamente riuscire a vivere autonomamente. E avere un reddito non garantisce di poter acquistare una casa o costruire una famiglia. A questo si aggiungono la precarietà, il costo degli affitti, la difficoltà di accedere a servizi adeguati e la sensazione di non essere ascoltati da chi governa. Non possiamo stupirci se cresce la frustrazione. Una società che non riesce a offrire prospettive alle nuove generazioni costruisce inevitabilmente le condizioni per un malessere profondo. Questo disagio non va minimizzato, né liquidato come semplice insofferenza giovanile. Va ascoltato, compreso e affrontato con politiche concrete.

Il rischio che la politica sfrutti la rabbia. C’è però un altro aspetto che considero particolarmente preoccupante. Quando il malcontento sociale cresce, diventa inevitabilmente terreno di competizione politica. C’è chi può cercare di alimentarlo, chi può cavalcarlo per indebolire gli avversari, chi può strumentalizzarlo per rafforzare il proprio consenso e chi può utilizzarlo per diffondere una narrazione di caos e insicurezza. Il rischio esiste a destra come a sinistra. La protesta può diventare uno strumento di pressione politica legittimo, ma può anche essere utilizzata da gruppi organizzati che hanno obiettivi molto diversi dalle rivendicazioni originarie dei manifestanti.

È importante distinguere chi manifesta pacificamente per chiedere diritti e opportunità da chi cerca lo scontro, alimenta la violenza o trasforma le piazze in un’occasione di devastazione. Non possiamo attribuire automaticamente le responsabilità dei violenti a tutti i manifestanti. Ma non possiamo neppure ignorare il rischio che frange estremiste si inseriscano nelle mobilitazioni per condizionarne il significato e gli sviluppi. E soprattutto non possiamo accettare che la politica, di qualsiasi colore, trovi giustificazioni per comportamenti violenti quando questi sembrano favorire la propria narrazione.

Il confine che non dobbiamo superare. Su questo punto credo sia necessario essere molto chiari. Manifestare è un diritto fondamentale. Contestare un governo è legittimo. Criticare le istituzioni è parte essenziale della democrazia. Ma incendiare automobili, distruggere vetrine, saccheggiare negozi, aggredire le forze dell’ordine e mettere in pericolo l’incolumità delle persone non è esercizio di un diritto democratico.

È violenza.

E la violenza va condannata senza ambiguità, indipendentemente da chi la compie, dalle motivazioni dichiarate e dall’appartenenza politica di chi la giustifica. Non esiste una violenza accettabile perché proviene da una parte politica che condividiamo e una inaccettabile perché proviene dall’altra. Allo stesso modo, non possiamo confondere la legittima richiesta di cambiamento con la distruzione di ciò che appartiene agli altri.

Le vetrine distrutte non sono un simbolo astratto: sono il lavoro di qualcuno, il risparmio di una famiglia, l’investimento di un imprenditore, spesso di una piccola attività che non ha alcuna responsabilità nelle tensioni sociali.

L’EUROPA deve interrogarsi, non soltanto reprimere o condannare. La risposta non può essere soltanto l’ordine pubblico, così come non può essere soltanto la solidarietà generica verso chi protesta. Servono politiche capaci di affrontare le cause del disagio: istruzione, occupazione, salari, accesso alla casa, mobilità sociale, servizi pubblici e opportunità per le nuove generazioni. Servono istituzioni credibili e una classe politica che sappia assumersi responsabilità, anziché limitarsi a inseguire il consenso immediato. E serve anche una maggiore capacità di distinguere le rivendicazioni legittime dalle strumentalizzazioni.

Non siamo necessariamente davanti a un’unica rivolta europea, né possiamo parlare di un’imminente crisi generalizzata delle democrazie. Ma sarebbe un errore sottovalutare la convergenza di tanti segnali di insoddisfazione. La vera questione è capire se l’Europa sia ancora capace di offrire ai propri cittadini, soprattutto ai più giovani, una prospettiva credibile.

Perché una generazione che non vede il proprio futuro è una generazione che rischia di perdere fiducia anche nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarla. E una democrazia senza fiducia diventa inevitabilmente più fragile.

Il disagio va ascoltato. Le ingiustizie vanno affrontate. La politica deve assumersi le proprie responsabilità. La violenza, invece, non deve mai trovare giustificazione. Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire.

 
Nia Guaita, sociologa


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commenti


Blek

4 novembre 2026 08:15

Ormai mi sono gia' espresso in merito. Perche' non ci parla anche dell"esilarante decisione della Dda di Bologna di escludere l'aggravante terroristica nella strage di Modena operata da el Koudri?

Nia Guaita

4 novembre 2026 08:53

Buongiorno Blek. La questione che solleva meriterebbe certamente una riflessione a parte, perché è un fatto di grande rilevanza e comprendo le perplessità che questa decisione può suscitare.
Personalmente, non nascondo di non condividere l'esclusione dell'aggravante terroristica nel caso di Modena. Ritengo che una vicenda di tale gravità meriti un approfondimento rigoroso e che ogni elemento utile a ricostruire la natura e le finalità del gesto debba essere attentamente valutato.
Il rispetto per le istituzioni e per l'autonomia della magistratura non significa rinunciare al diritto di esprimere perplessità, anche profonde, sulle singole decisioni.
Naturalmente, il mio articolo affrontava un tema diverso, quello del disagio giovanile e della crescente tensione sociale in Europa, ma questo non significa che altre questioni importanti debbano essere ignorate.