21 aprile 2026

La Pasqua secondo Rampi. Lo straordinario concerto di S. Abbondio col Coro Sicardo

Con il concerto “Pascha nostrum” di domenica scorsa a S. Abbondio il maestro Fulvio Rampi ha concluso la propria intensa e personalissima meditazione sul mistero pasquale apertasi lo scorso anno col concerto “Passio secundum Marcum”. Le sonorità di apertura di questa nuova cantata sacra si sono ricollegate idealmente proprio alla precedente, conservando la desolazione dell’apparente conclusione del Golgota e rilanciandone tutta la tragicità attraverso i testi liturgici del sabato santo. Ma col primo quadro dedicato all’alba del giorno nuovo, l’inconcepibile leggerezza del flauto e del clarinetto hanno aperto alla narrazione del concitato ritrovamento della tomba vuota. “L’aurora s’irradia di luce”, ha così cantato il coro Sicardo, che sostenuto da immensa gratitudine verso il proprio direttore, ha via via commentato con sicurezza e precisone l’itinerario dell’articolata “Cantata per il Tempo Pasquale” scandito attraverso sei quadri, dedicati al mattino di Pasqua, alla Maddalena presso il sepolcro vuoto, all’incredulo Tommaso, ai discepoli di Emmaus, all’Ascensione, e al compimento della Pentecoste. L’impegnativo compito, assolto con limpida bravura, di cucire l’intera trama narrativa attraverso il recitativo dei testi del vangelo di Giovanni, di Luca e degli Atti degli apostoli è toccato al tenore Davide Pagliari, già protagonista del Passio. Alla sempre affidabile voce del soprano cremonese Marina Morelli è toccata l’ardua restituzione musicale dell’inquietudine del famoso incipit agostiniano delle Confessioni, senza dubbio uno dei vertici del concerto. E tra essi va certamente menzionata anche la professione di fede dell’apostolo Tommaso che il “Choro Favorito” del Sicardo ha fatto magnificamente meditare attraverso le armonie molto ricercate poste da Rampi a sostenere lo struggente lirismo delle invocazioni di Paolino di Nola: “Rompi la pietra del mio cuore”, “vieni a nascere nel mio cuore”. Una tensione espressiva che l’intero coro ha risolto con la serena linea melodica del Dulcis Christe, di una dolcezza come di una ninna nanna. Ha colpito anche l’articolazione della solennità riservata alla nota sequenza Victimae paschali; alla stentorea proclamazione iniziale della redenzione operata da Cristo è seguita, nella forma solenne per eccellenza della fuga, la descrizione dello “straordinario duello” tra morte e vita e la narrazione della Maddalena della propria constatazione della resurrezione. Presenti al concerto anche i Cantori Gregoriani del maestro Rampi, sia tra il folto e commosso pubblico, sia tra i musicisti (Angelo Corno all’organo positivo), sia tra i cantori (Alessandro Riganti nel Coro favorito) e sia tra i solisti: l’ottimo baritono cremonese Francesco Spadari nel ruolo di Cleopa ed il tenore Giorgio Merli che, oltre al ruolo di Tommaso, ha aperto il concerto con l’Oratio Jeremiae Prophetae nella limpidezza vocale di un canto gregoriano richiamato in più punti nella filigrana musicale e testuale della cantata. Il quintetto dei bravi giovani musicisti (Marta Zese oboe, Raffaele Magosso clarinetto, Elia Donegà corno, Antonia Tessari fagotto e Marianna Tognin flauto) riuniti da Roberto Spremulli, anch’egli dei Cantori Gregoriani, ha sostenuto senza sbavature il lavoro, a tratti serrato, previsto dalla partitura. Bravi anche il Cristo, il basso Filippo Tuccimei, e la Maddalena, il soprano cremonese Greta Bottarelli.  Con determinata presenza, mai venuta meno lungo la fatica dell’intero concerto, il maestro Rampi ha diretto un’illuminata partitura fattasi alta e musicale testimonianza, scritta con note non cercate ma come affiorate, note di pasquale bellezza: di sofferenza e di speranza, di sconforto e di gioia. Note di esistenza nella fede, attraverso le quali il maestro ha consegnato sé stesso, al vertice della propria maturazione musicale e spirituale. Un compimento raccoltosi nella commovente conclusione del concerto costituita dalla sequenza dello Spirito Santo: la tenerezza della melodia e della sua armonizzazione resta attraversata da quella tensione che plasma la figura autentica dell’anima credente che, appunto, “at-tende” serena nell’invocare il proprio Dolce Consolatore.

 

Maurizio Cariani


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