10 luglio 2026

Domenica visita alla storica biblioteca di Busseto, occasione per ammirare le sue bellezze

La cultura non va mai i n vacanza, e non ci deve nemmeno andare. Ancor meglio se gli appuntamenti abbracciano le terre del Po, tra l’una e l’altra riva.  Domenica 12 luglio, con partenze alle 10 e alle 11,15, alla Biblioteca di Busseto della Fondazione Cariparma, va “in scena” l’ appuntamento con “Meravigliosa Biblioteca”. Le sale storiche della Biblioteca e dell’antico Monte di Pietà saranno aperte alle visite guidate e, per l’occasione, due opere di Angelo Massarotti, non inedite, ma finite pressoché nel dimenticatoio tornano, finalmente, ad essere visibili. Si tratta di due grandi lunettoni ad affresco custoditi nello storico palazzo del Monte di Pietà, nella centralissima via Roma di Busseto, praticamente a due passi da Cremona, città d’origine del celebre pittore, chiaramente annoverato tra le figure più notevoli della pittura cremonese del tardo Seicento. I due lunettoni si trovavano, originariamente, sotto al portico del palazzo. Negli anni Ottanta del Novecento sono tuttavia stati strappati dal muro e collocati al primo piano del palazzo di proprietà della Fondazione Cariparma. Sono entrambi molto deteriorati (ma chissà che non si possano gettare le basi per un loro restauro) ma comunque significativi e meritevoli, nel ricordo di un grande pittore cremonese che merita di essere conosciuto, valorizzato, promosso. I due affreschi risalgono al 1682 e raffigurano la “Pietà” e il “Martirio di San Bartolomeo”, patrono della città e della parrocchia di Busseto.  La tradizione, tra l’altro, ci ricorda che nei panni di uno dei carnefici di San Bartolomeo il Massarotti abbia utilizzato il volto di un’esponente della storica comunità ebraica locale. La persona in questione, stando sempre alla tradizione, non gradì particolarmente la cosa, ma ormai l’opera era compiuta.

Ma la storica biblioteca ha tanto altro da raccontare e da mostrare.  C'è un libro che la Chiesa bruciò insieme alle ossa del suo autore, sopravvissuto comunque in sessanta edizioni. C'è il libro più bello mai stampato nel Rinascimento, con un segreto nascosto nelle iniziali dei suoi 38 capitoli. C'è un libro di Warhol che contiene un preservativo, un disco di carta che suona davvero e una pagina imbevuta di LSD. C'è il Padre Nostro stampato in tutte le lingue del mondo conosciuto — non come testo devozionale, ma come specimen tipografico: l'antenato del Lorem Ipsum delle typefoundry contemporanee. E ci sono le partiture che un adolescente di nome Giuseppe Verdi lasciò qui, prima di diventare il Maestro. Tutto questo è  nella storica biblioteca bussetana, in un palazzo barocco del Seicento, nel centro di Busseto. La Biblioteca di Busseto non nasce come luogo di conservazione. Nasce come atto sociale. Il Monte di Pietà, fondato nel 1537 dai frati francescani con il sostegno dei marchesi Pallavicino, era un istituto di credito gratuito per i più poveri: prestava grano nelle carestie, finanziava doti alle ragazze povere, sosteneva gli studi dei giovani di talento. È grazie a questo meccanismo filantropico che un certo Giuseppe Verdi, adolescente di Roncole, poté andare a studiare musica a Milano. Nei secoli, il Monte accumulò libri, patrimoni, donazioni straordinarie. Nel 1679 costruì il palazzo barocco che ancora oggi ospita la Biblioteca. I gesuiti espulsi dal Ducato di Parma nel 1768 lasciarono qui i loro volumi — il nucleo del fondo antico con incunaboli e cinquecentine. Al già ricco patrimonio librario negli ultimi anni si è aggiunta la Collezione Mingardi, che comprende sia volumi antichi che il nucleo fondamentale dei livre d’artiste. Oggi la Fondazione Cariparma continua a curare e ampliare questo patrimonio: acquisisce capolavori come l'Oratio Dominica di Bodoni e, proprio in questi giorni, espone in Biblioteca una straordinaria edizione monumentale della Divina Commedia illustrata da Amos Nattini. L’Ingresso, domenica, è gratuito limitato a 25 persone per turno.  Per info e prenotazioni: biblioteca.busseto@fondazionecrp.it e 0524 92224.

La visita a Busseto, ancora una volta,  è sicuramente da consigliare, non solo perché città d’arte e terra del celeberrimo musicista e compositore Giuseppe Verdi (i luoghi verdiani potranno essere visitati rivolgendosi all’ufficio turistico di piazza Verdi, tel.052492487), ma anche perché scrigno e sede di diverse opere cremonesi. Un museo itinerante, ed a cielo aperto, della cultura e dell’arte cremonese. Sempre in centro storico, all’interno della insigne chiesa collegiata di San Bartolomeo Apostolo, si possono ammirare, ad esempio, la grande opera pittorica di Giuseppe Moroni, dedicata alla Passione di Nostro Signore, datata 1942. Del Moroni sono anche le vetrate istoriate piccolo rosone e le due monofore dell'abside, ma anche le decorazioni (datate 1926) della cappella dedicata ai caduti di guerra della parrocchia. Pregevole anche l’altare maggiore costruito dal cremonese Giovanni Battista Febbrari nella seconda metà del XVIII secolo in legno inciso e scolpito con decorazioni e figure di putti, mentre sul fianco dell’altare spicca l’organo realizzato dalla ditta Pacifico Inzoli e Figli di Crema, collaudato il 19 marzo 1930 dal maestro Federico Caudana, che non ha certo bisogno di presentazioni. Di grande valore anche i quindici tondi con i Misteri dei Rosario di Vincenzo Campi. Nella collegiata di Busseto operarono soprattutto pittori cremonesi, tra questi Andrea Mainardi, meglio conosciuto come il Chiaveghino, di cui si conserva la tela dedicata alla “Madonna immacolata con i Santi Paolo, Pietro, Francesco d’Assisi e Chiara”;  Francesco Boccaccino, autore della precedente pala dell’altare maggiore dedicata al patrono San Bartolomeo; Camillo Procaccini, autore invece della “Madonna col Bambino e i Santi Francesco d’Assisi e Chiara”; Francesco Superti, autore della “Madonna in Gloria con i Santi Giminiano e Francesco d’Assisi”; Giovan Battista Trotti (Il Malosso), autore della “Madonna col Bambino ed i Santi Pietro e Giacomo”. Senza dimenticare poi che la collegiata conserva, oltre a diversi dipinti e tele di ignoti pittori cremonesi, anche decorazioni di Giovanni Motta e un reliquiario seicentesco di Altobello dè Cambi. Nell’adiacente oratorio della Santissima Trinità (al quale si accede direttamente falla collegiata), celebre per aver ospitato, il 4 maggio 1836, il matrimonio tra Giuseppe Verdi e Margherita Barezzi, da non perdere la pala dell’altare maggiore (riconsacrato nel 1861 dal vescovo cremonese Antonio Novasconi) raffigurante la Santissima Trinità, opera (datata 1579) di Vincenzo Campi (autore anche dell’Annunciazione conservata nella chiesa bussetana di Santa Maria Annunziata). Appena fuori dal centro storico merita, poi, una visita la bella chiesa di santa Maria degli Angeli, per secoli di proprietà dei frati minori francescani, che pochi anni fa l’hanno donata alla congregazione dei missionari Identes. Tra le opere del sacro edificio spicca una pregevole tela cinquecentesca della “Madonna col Bambino, S.Antonio di Padova, San Giovannino e un altro santo francescano” di Antonio Campi e un “San Francesco in estasi” di Giovanni Scotti (1902). A proposito della tela del Campi ecco che l’esperto critico d’arte fidentino Guglielmo Ponzi, sul settimanale diocesano di Fidenza “Il Risveglio”, scrive:  “Nell'ex convento dei Minori di Busseto (oggi dei Missionari Identes) si possono ammirare splendide tele. Tra queste una delle più belle attribuite ad Antonio Campi (Cremona 1524-1587). Il prezioso dipinto, collocato nell'oratorio interno al convento, proviene dall'altare della cappella del ss. Sacramento della contigua chiesa te di Santa Maria degli Angeli, ove è rimasto fino agli inizi di del secolo scorso.
Viene ricordato dalle fonti come opera di Vincenzo Campi e in tempi recenti (1964) da Teodosio Lombardi che lo descrive in questi termini: "Raffigura la Vergine Santissima in atto di presentare s. Francesco d'Assisi al bacio del piede di Gesù Bambino, dal quale è dolcemente accarezzato.  Vi si  osservano pure le figure di S. Giovani Battista e del compagno di s. Francesco, frate Leone". Gli studi successivi hanno risolto la questione dell'attribuzione assegnando il quadro definitivamente ad Antonio Campi, ma dobbiamo rilevare che il soggetto del dipinto risulta alla fine seriamente sovvertito e ciò non è privo di conseguenze.  In occasione dell'importante mostra sulla pittura del Cinquecento in Lombardia, allestita nel 2001 nelle sale di Palazzo Reale a Milano, la tela viene infatti presentata nella scheda di catalogo come "La Madonna col Bambino e santi Giuseppe, Giovannino, Antonio da Padova e un altro santo francescano". A rendere omaggio alla Vergine non sarebbe dunque il serafico Francesco, come finora si è sempre ritenuto, ma il popolare santo di Padova, mentre resta indefinita l'identità del secondo frate. 
Questa singolare interpretazione iconografica, che contraddice tutta la letteratura precedente, risale agli interventi di G. Godi e G. Cirillo che, in uno studio pubblicato nel 1975 (su "Biblioteca Settanta" e in parte ripreso in "Antonio e Vincenzo Campi, pittori bussetani", Po, 1995, n. 4), affermano di aver identificato s.Antonio da Padova nel frate prostrato ai piedi di Maria.  I due studiosi – scrive ancora Guglielmo Ponzi - adducono come prova dell'avvenuto riconoscimento il giglio riapparso sul gradino del trono della Vergine in seguito a un radicale restauro effettuato in quegli stessi anni. Si può subito obiettare che il giglio, classico emblema di purezza e castità, è un simbolo diffuso, comune a molti altri santi, tra cui lo stesso Francesco. Pertanto la sua presenza sulla scena pittorica non può prescindere da altri riscontri iconografici: non ultime le caratteristiche fisionomiche dei personaggi: come ad esempio, nel nostro caso, la folta barba che si arriccia sul mento del giovane frate adorante. Presente nelle raffigurazioni di s. Francesco d'Assisi fin dai primi "ritratti" conosciuti, la barba incolta è invece in netto contrasto con l'immagine convenzionale di s. Antonio, glabro secondo la tradizione e la pietà popolare, che lo rappresentano come un giovane religioso vestito del l saio francescano con il giglio in mano e il libro della Sapienza.  A questi specifici attributi antoniani si aggiungerà, ma a partire dal Seicento, la visione del Bambino.
Diventa veramente difficile a questo punto sostenere l'ipotesi di un s. Antonio da Padova con la barba: immagine che, come si è detto, non ha precedenti significativi nell'arte e nell'iconografia tradizionale, nella tela di Antonio Campi, databile verso il 1580, la Vergine appare in trono con alle spalle san Giuseppe dormiente. Seduto sulle sue ginocchia il Bambin Gesù viene offerto all'adorazione del santo frate, in un atteggiamento che ripropone uno dei motivi cari alla mistica francescana e di cui non mancano esempi nel periodo post tridentino, particolarmente in ambito emiliano. Si pensi alla famosa Madonna dei Bargellini (1588), ma soprattutto alla non meno nota "Carraccina" (1591) di Ludovico Carracci: opere che confermano la crescente fortuna di un tema devozionale, volto a esprimere l'attaccamento di Francesco all'umanità del Cristo e la sua intimità con Dio.  A questi modelli si ispirerà più tardi anche il nostro Tagliasacchi con la pala giovanile nella Chiesa dei Cappuccini di Fidenza. Tornando al quadro di Busseto, è curioso notare come il pittore abbia accortamente evitato di evidenziare i fori delle stimmate, segno distintivo di s. Francesco. Proiettato in avanti, con il dorso della mano sinistra parzialmente coperto, il santo sembra quasi voler "nascondere" le ferite prodotte dai raggi divini del misterioso serafico. Ma non è da escludere la volontà di "storicizzare" l'apparizione di Maria con il Bambino prima dell'episodio della Verna. Anche per quanto riguarda l'identità del frate assistente, la cui figura è delineata di scorcio sul lato sinistro della composizione, non si può non concordare con padre Lombardi. Lo studioso francescano, forse sulla scorta di dati tradizionali, ritiene che il religioso assorto in preghiera possa essere individuato nel fedelissimo compagno di Francesco, solitamente relegato ai margini, come testimone privilegiato delle estasi del santo. Vale a dire lo stesso atteggiamento del frate che si affaccia con discrezione sulla sinistra della scena dipinta da Antonio Campi. Similmente, nella segnalata pala di Cento, frate Leone è rappresentato con le mani giunte e lo sguardo rapito, mentre guarda s. Francesco impegnato nell'affettuoso omaggio a Gesù Bambino:
siamo in piena sintonia con il gusto dell'epoca e le tendenze dell'arte religiosa post-tridentina.
Qualche considerazione infine sulla presenza del piccolo Giovanni Battista che nel quadro di Busseto sembra andare incontro a frate Leone. Si direbbe che il precursore di Cristo mostri una particolare simpatia per l'umilissimo frate, chiamato per la docilità del suo carattere "agnello" o "pecorella di Dio" (se si osserva attentamente il gioco delle ombre associandolo allo sguardo di Giovannino, il suo atteggiamento potrebbe essere rivolto al sole nascente, nota immagine profetica di Cristo). Non va dimenticato tuttavia – prosegue il critico d’arte -  che Giovanni è anche santo eponimo di colui che viene indicato come ideale destinatario del prezioso dipinto, probabilmente commissionato da Camillo, Giulio e Lucrezia Palla vicino in memoria del padre Giovan Battista (G. Godi G. Cirillo, cit.). La sua presenza insieme a s. Francesco e a frate Leone potrebbe rappresentare un'ulteriore traccia per ricostruire la vicenda storica di questa eccezionale iconografia francescana, travisata forse da una lettura un po' superficiale. Va detto però che i Missionari Identes hanno già rimediato all'equivoco riproponendo nelle didascalie la vera identità dei personaggi raffigurati”. Un itinerario d’arte e di cultura cremonese, condito anche da curiosità,  dunque, a Busseto, che merita di essere conosciuto, valorizzato e percorso, magari a piedi o in bicicletta, tra le atmosfere, le musiche ed i sapori della terra di Verdi. Sulla via del ritorno, per chi decide di far sera, è da consigliare la “tappa” a San Giuliano Piacentino, dove fino a lunedì 13 luglio, prosegue l’Antica Sagra delle Spine fra tradizione, musica, divertimento e gastronomia, con gli stand aperti fin dalle 19.

Eremita del Po

 

Paolo Panni


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