Accademia Stauffer-Musicians at work (3) – La lezione del maestro Mario Brunello
C’è una qualità rara nel lavoro di Mario Brunello: la capacità di trasformare ogni progetto in un percorso di ricerca. Che si tratti dei grandi classici del repertorio o di una partitura contemporanea, ciò che colpisce non è soltanto l’esito artistico, ma il processo che lo precede — l’ascolto, lo studio, la riflessione sul senso profondo del fare musica oggi.
Nel panorama internazionale, Brunello occupa un posto singolare. Solista, camerista, direttore, ideatore di progetti che intrecciano repertori, epoche e linguaggi, ha costruito un’eccezionale carriera che sfugge alle etichette. Dalla vittoria al Concorso Čajkovskij di Mosca – primo italiano a ottenere questo riconoscimento – fino ai percorsi più recenti tra Bach, la musica contemporanea e le contaminazioni artistiche, il suo cammino racconta un’idea di musicista come artigiano del suono e, insieme intellettuale di raro acume.
Per la rubrica Musicians at Work, assistere alle lezioni che Mario Brunello ha condotto all’Accademia Stauffer nell’ambito del progetto artistico dedicato alle quattro sonate per violoncello solo di Mieczyslaw Weinberg ha significato interrogarsi su cosa voglia dire oggi fare musica ad altissimo livello: come si costruisce il suono, perché si sceglie di lavorare su un determinato programma, come si tiene viva la tensione creativa dopo decenni di palcoscenico. Perché, nel caso di Mario Brunello, il lavoro del musicista non è mai routine: è una continua ricerca di senso.
Nella sala Stradivari una mezza dozzina di allievi circonda di religioso silenzio le parole del Maestro. “Weinberg era un grande melodista! Anche più di Šostakovič”. La difficoltà del discorso musicale è estrema, la musica di Weinberg un labirinto in cui basta un attimo di distrazione per perdere la via. L’allieva mette tutta sé stessa nell’esecuzione ma è ancora distante dal senso della partitura. Il maestro illumina il percorso come Virgilio nella selva oscura, e lo fa con una grande parsimonia di mezzi: rigore e chiarezza ermeneutica. La sua conoscenza e intelligenza delle Sonate di Weinberg è così profonda da trasmettere agli allievi l’essenziale per eseguirle al meglio. Un punto d’arco diverso può cambiare completamente la resa del brano, e non appena il maestro fa ascoltare il passo con il suo violoncello la stanza si riempie di bellezza.
Brunello emana un carisma naturale: la sua è un’attitudine maieutica. I suoi silenzi sono eloquenti e anche se sembrano quasi ostacolare la comprensione della richiesta, in realtà costringono a imparare quello che è giusto. Ogni indicazione, che è sempre legata all’analisi musicale del testo, ha delle ragioni precise e lampanti nella loro semplicità, e per questo non derogabili. Ma allo stesso tempo Brunello si interroga sull’adeguatezza di alcune scelte e condivide i suoi dubbi con gli allievi.
Ed è proprio da questi silenzi intrisi di senso, da questi dialoghi, da questo insegnare che non impone ma fa nascere la giusta interpretazione, che prendono avvio le nostre domande: per provare a mettere su carta ciò che, nel suo magistero, accade oltre le parole.
Se dovesse descriversi come musicista in una sola frase o aggettivo, quale sarebbe?
Viandante.
Qual è il suo primo ricordo legato alla musica?
Le armonie ricchissime che si sovrapponevano nei concerti di organo nelle chiese, durante i concerti a cui mi portavano i miei genitori.
Qual è l'elemento della sua identità musicale che è rimasto immutato dagli anni del debutto a oggi, al di là dell'esperienza?
Avere un suono mio.
Quanto della sua identità è frutto dei maestri che ha avuto e quanto, invece, è nato dalla necessità di 'tradire' quegli insegnamenti per trovare la sua voce?
Più che una necessità è stata una consapevolezza di dover, a un certo punto, camminare con le mie gambe.
Com’è organizzata la sua giornata ideale di studio?
Alzarsi presto la mattina e studiare subito quattro o cinque ore, dalle cinque alle dieci. E poi avere tutta la giornata libera.
Qual è la prima cosa che fa quando apre una nuova partitura?
Sentire in che aria è immersa la musica.
C’è un esercizio o un’abitudine che considera fondamentale e che consiglia sempre?
Le note lunghe.
Ha un rituale che precede l’ingresso sul palcoscenico?
Tolgo l’anello e lo metto in tasca.
Qual è l’errore più frequente che riscontra negli studenti di livello avanzato, sia dal punto di vista tecnico che psicologico?
Il fatto di non distribuire bene le forze (in riferimento all’arco, ai movimenti, al respiro...); dal punto di vista psicologico il fatto che gli allievi mettano sé stessi davanti alla musica, mentre se mettessero la musica davanti a loro si aprirebbero tante porte, tante strade.
L’arte può prescindere dall’etica? In che modo la sua musica e i suoi insegnamenti sono uno strumento per incidere sulla società, oltre la dimensione performativa?
Essere persone per bene, e musicisti per bene. Non c’è nessuna giustificazione.
La cosa più difficile da insegnare a parole?
La forma.
In che cosa, secondo lei, si riconosce subito un buon insegnante? E un buon allievo?
Un buon insegnante è colui che rispetta la personalità dell’allievo. Un buon allievo è colui che mette al primo posto l’umiltà.
Spesso la sentiamo suonare in scenari naturali, facendo della voce del violoncello qualcosa che dialoga con l’ambiente: cime innevate, boschi, vulcani… Dal punto di vista tecnico come cambia l’emissione del suono all’aperto rispetto a una sala da concerto, e quali strategie mette in atto per costruirlo in contesti così diversi?
Ho imparato tantissimo dal suono senza acustica che c’è all’aperto. Nell’ambiente naturale non abbiamo quello che noi consideriamo “acustica” perché non c’è ritorno, e quindi il suono che esce dal tuo strumento è veramente il tuo suono e non ha nessun aiuto o disturbo da ciò che sta intorno. Io credo moltissimo nel suono all’aperto. Lì si trova veramente la propria voce, il proprio suono, si riesce a scavare dentro la propria voce e il proprio suono.
Roberto Calasso, scrittore e direttore editoriale della casa editrice Adelphi, afferma che "le parole scritte sullo schermo sono depotenziate, perché la parola esige un fondo opaco, resistente – carta, argilla o pietra. E il movimento della mano che scrive su carta è un'estrema, miniaturizzata variante di quello della mano che disegna". Si potrebbe estendere l'analogia alla mano che tiene l'arco?
Sì, la mano che tiene l’arco disegna sulle corde esattamente come la matita disegna sulla carta.
Che cosa sta ancora cercando come musicista, oltre alla carriera?
Sto cercando, e trovando, sempre, bella musica.
Se potesse dare un solo consiglio a chi vuole fare questo mestiere, quale sarebbe?
Porta sempre con te il tuo strumento.
Un libro (anche non di argomento musicale) che l’ha influenzata e perché?
Tutte le commedie di Shakespeare, prima di tutto. Perché la musica necessita di questa immaginazione, di personaggi, di voci, di situazioni psicologiche e in Shakespeare sono rappresentate tutte.
Lo spartito che salverebbe dal diluvio universale?
Il Quintetto per archi in do maggiore D 956 di Franz Schubert.
Un musicista del passato con cui avrebbe voluto studiare?
Johann Sebastian Bach.
foto © Fondazione Stauffer
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