6 aprile 2026

Arte e musica. Mirabile intreccio da scoprire: Genovesino (pittore e musicista), Merula e Monteverdi

Vale la pena, in attesa del Monteverdi Festival, addentrarsi nell’immaginifico intreccio cremonese tra arte e musica nel cuore della Cremona che va dalla metà del Cinquecento alla metà del Seicento. In questo secolo d’oro illustri pittori erano esperti nel creare soavi melodie e, dove, allo stesso tempo, illustri compositori, alla moda, dedicavano composizioni ai geni della pittura. 

Punto focale e snodo fondamentale di questo mirabile mosaico l’Accademia degli Animosi : istituzione che ospitò gli ultimi bagliori della tradizione polifonica cinquecentesca e contestualmente fu culla del maturo barocco vocale e strumentale. 

Nata attorno al 1560, attorno al vescovo Nicolò Sfondrati, ebbe tra i suoi principali protagonisti quel Marc’Antonio Ingegneri identificato anche come Marc’Antonio dal Violin o dalla Viola maestro di cappella della Cattedrale e, ben noto, maestro di Claudio Monteverdi. Il ‘Divin’ Claudio che pure, prima del suo esodo alla corte mantovana dei Gonzaga, aderirà all’Accademia

Ma è proprio a cavallo tra i due secoli che il connubio tra arte e musica diventerà intenso. Negli anni trenta del XVIII secolo a Cremona, da Genova era approdato Luigi Miradori detto appunto il Genovesino . Contestualmente ai vertici dell’istituzione era salito Tarquinio Merula: compositore di origine bussetana e prosecutore del nascente stile barocco. Miradori, come ricorda Lia Bellingeri (Genovesino e Cremona – 2009 ), dovette frequentare prima e forse aderire proprio all’Accademia dove la musica era punto centrale. Un indizio molto concreto lo si ha nelle sue Storie di San Rocco (Cattedrale di Cremona dopo il 1644) nell’episodio Processione. E’ qui dipinto un ensemble strumentale composto da un bassetto, un trombone, un flauto traverso e un violino. Organico che era confacente all’esecuzione delle composizioni del Merula e in particolare alle sue numerose raccolte di Canzoni. E proprio a questo proposito c’è una sorta di contro prova storica nel repertorio meruliano. Laddove nel Quarto libro di Canzoni datato 1651 Merula dedica una della composizione al pittore intitolandola La Miradora. Per altro lo stesso compositore, era uso intitolare le sue composizioni a chi aveva avuto un ruolo nell’Accademia. Si pensi che nel suo Primo libro delle canzoni (Venezia 1615) sono presenti: La Pellegrina (probabilmente riferita a Giovanni Battista Pellegrino, uno dei fondatori degli Animosi), La Monteverdi (indirizzata al celebre compositore) e L’Orbina (riferita a l’Orbino del cornetto, attivo presso la cappella delle Laudi di Cremona e nella stessa Accademia). Intreccio poi con Miradori è ancora più interessante. Lo storico Giovanni Battista Biffi, nelle sue Memorie per servire alla storia degli artisti cremonesi (edizione critica a cura di Luisa Bandera Gregori – 1989), ricorda a proposito del pittore ligure Suonava eccellentemente il colascione […], e forse non vado lontano dal vero se arguisco che dalla cognizione della musica ne abbia trattato delle teorie dell’arte sua e dei canoni pittorici. Dunque, Genovesino, in quella Cremona del tempo, era anche un fine conoscitore di musica nonché un esecutore di grandi qualità che poteva esibirsi anche nella riservata Accademia. Del resto, il colascione era strumento che prevedeva anche una cognizione alta della polifonia, infatti in ambienti colti era utilizzato anche per realizzare il basso continuo. Si tratta, infatti, di una sorta di liuto a manico lungo avente sonorità aspra e diffuso in Italia nei secoli XVI e XVII; uso popolare nell’àmbito musicale napoletano del Seicento. Una tradizione questa del Genovesino che ha influenzato i successivi maestri dell’arte cremonese per ben oltre il secolo successivo. Basti pensare che Giovanni Battista Zaist e Angelo Borroni (XVIII secolo) nell’affrescare la cupola della chiesa di Sant’Omobono dipingono, nelle mani di un angelo, proprio uno strumento che ha tutte le caratteristiche strutturali del colascione: un manico estremamente lungo (poteva raggiungere i due metri) e una cassa armonica simile a quella di un mandolino, ma di più piccole dimensioni.

 

 

 

 

Roberto Fiorentini


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