Dentro alla bottega: l'intervista a Wanna Zambelli, prima donna italiana diplomata alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona
Wanna Zambelli, prima donna italiana diplomata alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, ripercorre in questa intervista le tappe fondamentali della propria vita professionale e umana, intrecciata con la grande tradizione liutaria cremonese del Novecento. Dall’incontro con maestri come Pietro Sgarabotto, Francesco Bissolotti e Simone Fernando Sacconi fino all’esperienza di quarantquattro anni di insegnamento, emerge il racconto di una liuteria fondata sul rigore artigianale, sul rapporto diretto con i musicisti e sulla trasmissione di un sapere costruito attraverso il lavoro quotidiano in bottega.
Tra memorie personali, riflessioni sul metodo classico cremonese e considerazioni sulle sfide contemporanee — dalla concorrenza internazionale all’intelligenza artificiale — Zambelli offre una testimonianza preziosa e intensa sul significato culturale e umano dell’arte della liuteria, oggi riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.
Maestra Zambelli, quando nel 1968 decise di iscriversi alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, la presenza femminile nel settore era quasi inesistente. Che cosa la spinse verso questa scelta così inconsueta per l’epoca?
Era il '68, avevo quindici anni e vivevo a Volongo – non sono originaria di Cremona, sono dell'altra parte dell'Oglio, del paese degli anni giovanili di Carla Fracci che a Volongo, il 7 ottobre del 1964, si è anche sposata, con Beppe Menegatti.
Dopo un anno passato senza gioia all’ITIS (troppe materie, troppa teoria), il 1° ottobre del 1968 ho varcato la soglia del Palazzo dell’Arte a Cremona, che allora ospitava la Scuola Internazionale di Liuteria e dove oggi ha sede il Museo del Violino. Sono diventata così la prima alunna italiana della scuola aperta nel 1938 dopo le celebrazioni del 1937 per il bicentenario della morte di Antonio Stradivari; sarà stato il destino, forse aiutato dal fatto che porto lo stesso cognome della seconda moglie del sommo maestro (Antonia Maria Zambelli). Prima di me alla scuola le donne sono state due soltanto, una svizzera in anni lontani e poi una francese.
Appena iniziato, ho capito che mi piaceva! Il primo giorno sono stata presentata al maestro Pietro Sgarabotto e al maestro GioBatta Morassi (allora suo assistente). Sgarabotto mi ha preso subito sotto la sua ala, anche se mi terrorizzava con le sue massime del tipo: “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”, come a dire vediamo cosa possiamo fare di questa ragazza di campagna. Mi ha presentato una serie di modelli di “effe” (le effe di risonanza sulla tavola del violino) che a me sembravano tutti uguali. Erano gessi di suo padre Gaetano, ricavati da strumenti antichi e che lui conservava come cimeli, e voleva che io indicassi le differenze tra l’uno e l’altro. Ho pensato: “Se il primo giorno è così, non so come a andrà a finire per me”. Aveva una sua teoria: “Un liutaio, che è un artista e non un falegname, si capisce chi è da ciò che fa. Quindi devi studiarlo a fondo attraverso i suoi strumenti.”
Nell’insegnamento Sgarabotto era un personaggio un po’ romantico, mentre Morassi era più pragmatico e parlava in modo più moderno e comprensibile.
Per fortuna, già il secondo giorno, alla lezione di intaglio, il maestro Francesco Bissolotti, che mi aveva visto a malapena il primo giorno, è stato subito entusiasta di come muovevo le mani. Mi ha detto: "Appena finisci la scuola, vieni a lavorare da me". Allora ho capito che mi trovavo nel posto giusto.
Andare a scuola per me era divertente. Quando arrivavano le vacanze mi annoiavo, perché non avevo niente da fare a casa. Nella mia classe eravamo sei allievi, di anni diversi (10 in tutta la scuola): eravamo come una famiglia. E così non ho avuto alcuna difficoltà. Mi piaceva tanto mettermi al banco da lavoro e capire come dovevo fare.
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