Sarà recuperato il Mulino di Giuseppe Verdi di Villanova. Presentazione al pubblico il 21 maggio al Teatro Municipale di Piacenza
Nuova vita in vista per lo storico Mulino di Verdi, che da molti anni versa in condizioni di avanzato degrado e di cui, più volte, si è occupata questa testata con la speranza di poterne sollecitare il recupero e il doveroso interessamento? Sembra proprio di sì. Infatti dal 16 aprile di quest’anno, e quindi da un mesetto, il Mulino del Castellazzo, che sorge nella campagna di Villanova sull’Arda, è divenuto di proprietà dell’associazione “Verdi e le sue terre Ets” di Villanova sull’Arda che ha già avviato un progetto di recupero che sarà presentato al pubblico il 21 maggio, alle 11.30, al ridotto del Teatro Municipale di Piacenza in collaborazione con l’Amministrazione comunale della stessa Piacenza.
Il mulino, citato per la prima volta in documenti del 1494, fu acquistato dal maestro Giuseppe Verdi nel 1875 ed è stato parte dei molti terreni di sua proprietà. Come fa notare l’associazione che ne è divenuta proprietaria ha quindi un grande valore storico e, per questo, ha iniziato a lavorare sul recupero e la valorizzazione dello stesso, col ripristino delle sue funzioni idrauliche e la raccolta ed esposizione di documenti e testimonianze su Verdi agricoltore ed amministratore pubblico. <Desideriamo quindi con questa presentazione far conoscere le nostre intenzioni – fa sapere l’associazione – e ci apriamo c chiunque voglia essere parte di questo bellissimo progetto. Il celeberrimo musicista e compositore nato il 10 ottobre 1813 a Roncole Verdi, come noto, era anche un eccellente, scrupoloso e lungimirante imprenditore agricolo. Tra l’altro, giusto aggiungerlo, nel 1877 il Tribunale di Piacenza si pronunciò a favore del maestro in una causa riguardante le acque del canale di Castellazzo (tuttora esistente) che serviva per irrigare i campi posti dietro alla villa. L’avvocato di Verdi era Gaetano Grandi di Piacenza, avo del celebre avvocato Filippo Grandi. Nella tenuta del Castellazzo, tra gli altri, vi lavorò Silvestro Luigi Bellingeri, nato a Casanova d’Offredi il 7 maggio 1869 da Demetrio Bellingeri (celebre fattore del maestro, uno dei suoi uomini di maggior fiducia) e Petronilla Carletti . Casanova d’Offredi, piccolo centro nel “cuore” del cremonese, giusto ricordarlo, all’Unità d’Italia, nel 1861 contava 348 abitanti e fu Comune autonomo fino al primo gennaio 1868 quando venne aggregato a Cà d’Andrea: infatti Silvestro Luigi Bellingeri, come si legge negli atti di allora, risulta nato nel Comune di Cà d’Andrea (era l’anno successivo, il 1869), nella frazione di Casanova d’Offredi. Il suo atto di nascita, tra l’altro, è pubblicato nel libro “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè, ed il prezioso sgabello (finito al centro del volume di Demaldè e Quattrini) fu donato al maestro Verdi a Demetrio Bellingeri (che lavorarono alle sue dipendenze) con la raccomandazione che doveva solo essere guardato e non utilizzato, per non rovinarlo. Demetrio aveva quindi promesso di regalarlo al primo figlio che si fosse sposato, che fu appunto Silvestro. Il maestro aveva fama di padrone oculato e piuttosto intransigente, ma era sempre al centro di tutte le conversazioni della famiglia. E la fidanzata di Silvestro, Regina Bonomi, che tanto aveva sentito parlare del Cigno durante il fidanzamento, quando vide per la prima volta lo sgabello in occasione delle sue nozze ne rimase incantata. Quel prezioso cimelio esiste ancora ed è custodito, con grande cura, dalla milanese Marcella Savi che lo ha avuto in ereditò dalla nonna Paolina Demaldè. Marcella Savi torna spesso nelle terre verdiane perché da quelle parti è rimasta la casa dei nonni e quando si reca al Castellazzo osserva, cerca di immaginare, pensa a quando quei terreni erano del maestro Verdi, quando nei cortili delle cascine i contadini venivano sorpresi dal suo arrivo. Il canale del Mulino scorre fin qui e procede fino a Sant’Agata, poco più avanti, e il reticolo delle carraie sembra congiungere tutti i poderi con la Villa del Maestro, quella di Sant’Agata. Nel libro “Lo Sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” (Edizioni Fantigrafica, Cremona, 2018) Maura Quattrini e Davide Demaldé hanno ricostruito un racconto storico descrivendo la vita in questa località, a partire da documenti d’archivio e dalle testimonianze dei discendenti delle famiglie che lavorarono per quel Verdi non solo musicista, ma moderno e lungimirante imprenditore agricolo. Un volume che è un vero e proprio “affresco” della vita agreste piacentina a cavallo tra Ottocento e Novecento nel vasto latifondo del Castellazzo di proprietà del maestro Verdi. Col tempo lo sgabello, passando da una proprietà all’altra, è finito alla famiglia di Paolina Demaldè, rimanendo al Castellazzo. Marcella Savi è sicura che quel che le diceva la nonna fosse vero: lo sgabello era di Verdi. Si è confrontata anche con il Conservatore del Museo del Teatro alla Scala di Milano, Matteo Sartorio, il quale le ha fatto notare che l’oggetto è del tutto simile a quello che appare in una famosa illustrazione nella quale Verdi siede al pianoforte in compagnia del librettista Boito a Villa Sant’Agata.
La relazione peritale diagnostica dello Studio Rosati Verdi Demma di Parma (2015) al contempo certifica che lo sgabello è autentico per epoca e manifattura. Marcella, dunque, presenta uno sgabello da pianoforte ottocentesco, conservato da famiglie che vissero nel contesto rurale delle proprietà di Verdi, identico a quello che utilizzava il Maestro. Il maestro Verdi, va ribadito, fu non solo uno straordinario musicista e compositore ma anche un grande e lungimirante imprenditore agricolo. Se è vero che ebbe conoscenze ed amici del calibro di Manzoni, Cavour, Ricasoli, Minghetti e Garibaldi è altrettanto vero che discuteva abitualmente di colture, raccolti ed attrezzi agricoli tanto a Sant’Agata quanto sui diversi mercati del Parmense, del Piacentino e del Cremonese con proprietari terrieri, contadini ed agricoltori, tecnici e fattori di campagna che non sono forse passati alla storia ma che lui teneva in giusta considerazione. Diventò presto un ricco possidente terriero senza mai perdere i tratti salienti di quella discendenza rurale dalla quale proveniva e quindi una certa rudezza ma anche una immensa umanità, un solido buon senso tipico dell’uomo di campagna, la profonda onestà. Grandi personalità del Risorgimento come Cavour e Manzoni ebbero in comune, con lui, la passione per l’agricoltura ma restava una grande differenza. Cavour e Manzoni erano nobili e ricchi per eredità familiare mentre Verdi costruì la sua attività agricola con i proventi del proprio lavoro di musicista. Si distinse quindi non solo come artista ma anche come agricoltore, patriota, politico con uno smisurato amore per la terra che affondava le proprie radici alle origini stesse del Cigno. I proventi delle sue celeberrime opere servirono per l’acquisto dei poderi e Sant’Agata, con la sua villa, diventò presto il centro di uno eccezionalmente vasto complesso di fondi agricoli che si estendevano tra Villanova sull’Arda, Cortemaggiore, Besenzone, Fiorenzuola d’Arda, Polesine, in quel “fazzoletto” di terra compreso tra Arda, Ongina e Po. Con una “propaggine” anche in terra cremonese, alla tenuta Gerre del Sole.
Nel 1857 il maestro acquistò il “Piantadoro” dalla contessa Sofia Bulgarini, un fondo davvero enorme che includeva 9 poderi ed una piccola proprietà a Villanova sull’Arda. Tredici anni più tardi, nel 1870, comprò il podere Gerre del Sole, ad ormai due passi da Cremona, in territorio di Stagno Lombardo. Qui, una figura di rilievo, fu proprio quella di Demetrio Bellingeri, nato a Busseto nel 1832, ma di origine cremonese, suddito di Maria Luigia d’Austria che, proprio negli anni in cui si compì l’Unità d’Italia, sposò una cremonese, Petronilla Carletti, stabilendosi nell’allora Comune cremonese di Due Miglia. Ente, questo, che scomparve, con decreto Statale, nel 1920 su richiesta stessa degli amministratori di Due Miglia e del Comune di Cremona. Era un Comune con la sua importanza, o almeno l’aveva avuta in passato. Il suo territorio, tutto agricolo, rimase legato non soltanto alle vicende militari, ma anche a quelle socioeconomiche. Vi si insediarono anche i monaci cistercensi, noti bonificatori, con sede a Cavatigozzi dove esiste la loro antica Abbadia. Il comune di Due Miglia fu anche un baluardo a difesa della città e le vicende accadute nella lotta per strappare al Po le terre, oggi tutte estremamente fertili, contribuiscono a spiegare chiaramente l’importante sviluppo agrario cremonese. Questo Comune era diviso in sette quartieri, per un totale di circa 9mila e 300 abitanti. Il territorio era composto da 5.160 ettari con un reddito di oltre 4 milioni ed il perimetro del comune stesso era poco più di 48 chilometri. Dati, questi, che insieme ad una carta topografica, formano gli elementi fondamentali dell’atto di consegna e, quindi, di soppressione avvenuto nel 1920 tra le due amministrazioni comunali. Da quell’anno il comune di Due Miglia venne anche cancellato dalle carte geografiche e la città di Cremona crebbe, in estensione, di oltre 5 mila ettari. Tornando alla figura di Demetrio Bellingeri, questi non era che uno dei tanti giovani che all’epoca (forse molto più di oggi), specie in occasione di feste, si spostavano da una riva all’altra. Ma lo facevano soprattutto per lavoro e, specie chi viveva tra Busseto e la Bassa Piacentina utilizzava l’attraversamento del Po che si trovava nei pressi di Soarza. Demetrio e la moglie Petronilla vissero a Ca’ d’Andrea dove nacquero i figli Massimo, Silvestro ed Amalia e, nel 1870, tornarono a vivere a Busseto perché Demetrio (nato nella stessa Busseto nel 1832) aveva trovato un nuovo lavoro nella tenuta dell’avvocato Calvi a Samboseto. Era, quello, l’anno in cui il maestro Verdi acquistò la tenuta Gerre del Sole. Sei anni più tardi la famiglia Bellingeri si stabilì a Ongina di Vidalenzo, al crocevia quindi tra Emilia e Lombardia, in un casolare acquistato sempre dal maestro Verdi nel 1857 insieme alla vastissima tenuta Piantadoro di cui faceva parte anche il mulino del Castellazzo. Nella scuderia ad Ongina, a due passi dall’osteria, venivano custoditi i cavalli utilizzati per il trasporto di sabbia, terra e ghiaia provenienti dal Grande fiume ed utilizzati sia per la realizzazione degli argini che per la ristrutturazione delle cascine. Demetrio lavorò quindi come fattore del Bosco, che era una delle possessioni che componevano il Piantadoro e ad Ongina, nel 1876, nacque tra l’altro il quarto figlio, Giovanni. Si meritò la piena fiducia del maestro Verdi, Demetrio e tra i due i contatti furono frequenti col fattore che informava puntualmente e minuziosamente il maestro (recandosi più volte anche alla villa di Sant’Agata) su tutto quello che accadeva nei suoi terreni, sulle produzioni vendute, sui lavori realizzati specie a rinforzo degli argini al fine di contenere le esondazioni del Po e dell’Ongina. Lo informava su ogni intervento che veniva realizzato, sulle condizioni del bestiame, dei cavalli e di tutti gli animali che venivano allevati nel podere (compresi i capponi che venivano inviati al mercato di Cremona) e gli presentava conti con assoluta precisione meritandosi appunto l’assoluta fiducia, manifestata dal maestro Verdi anche per iscritto al sovrintendente Mauro Corticelli. Nella tenuta Piantadoro lavorò anche uno dei figli di Demetrio, Silvestro Luigi, nato a Cà d’Andrea nel 1869, imparando alla perfezione il mestiere del padre. A proposito, tra l’altro, del libro “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè, pare che Verdi stesso abbia regalato lo sgabello a Demetrio Bellingeri e al figlio, con la raccomandazione che doveva solo essere guardato e non utilizzato, per non rovinarlo. Demetrio aveva quindi promesso di regalarlo al primo figlio che si fosse sposato. Il maestro aveva fama di padrone oculato e piuttosto intransigente, ma era sempre al centro di tutte le conversazioni della famiglia. E la fidanzata di Silvestro, Regina Bonomi, che tanto aveva sentito parlare del Cigno durante il fidanzamento, quando vide per la prima volta lo sgabello (il dono di Verdi a Demetrio) in occasione delle sue nozze ne rimase incantata. Per oltre mezzo secolo, tra un trionfo lirico e l’altro, tra viaggi in Italia e all’estero, il maestro Verdi fu assorbito dall’impegno delle proprietà e delle occupazioni minuziose e continuative che comporta la vita di campagna, come emerge anche dalle nutrita corrispondenza alla quale ha attinto, a piene mani, il professor Cafasi nel dare vita al libro “Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata”. Volume in cui, nel capitolo dedicato alla cronologia degli acquisti dei beni immobili, emerge che il primo importante investimento fu nel 1844 quando Verdi comprò il podere Pulgaro nei pressi di Madonna Prati. Nel 1870, quindi, l’acquisto del podere Gerre del Sole a Stagno Lombardo e, nello stesso anno, anche l’acquisto del podere “La Pavesa” a Bersano. Delle sue proprietà ha sempre avuto grande e meticolosa cura; basti pensare che quando si trovava a Sant’Agata, all’alba era già in piedi per recarsi nelle stalle, nelle scuderie, nei caselli e nei campi e due volte a settimana riceveva, in una stanza al piano terra della villa, i fattori e le persone addette ai diversi poderi per fare il punto della situazione sulle varie attività. Il Cigno, che aveva una predilezione per il maggengo cremonese, era un imprenditore agricolo dotato di grandi capacità e particolare lungimiranza e curava lui, direttamente, gli affari. Si recava spesso nei mercati agricoli di Parma, Piacenza e Cremona sia per vendere i suoi prodotti che per contrattare direttamente l’acquisto di bestiame, concimi, macchine ed attrezzi agricoli ed era quindi abbastanza frequente veder passare, su strade polverose, la sua carrozza trainata da due vigorosi cavalli da tiro cremonesi. Proprio andando a ripercorrere e studiare la vastissima produzione epistolare dell’epoca (fortunatamente rimasta a differenza di quanto accade oggi con il virtuale che rischia di far scomparire memorie che, un domani, potrebbero avere particolare valore) è possibile conoscere e capire l’humus culturale ed agronomico nel quale il Cigno di Busseto maturò la sua attività in campo agrario, con tutto un tessuto composto da visite a mercati e fiere della zona, letture e studi di testi agrari, frequenti contatti e scambi di esperienze con altri proprietari delle solite tre province di Parma, Piacenza e Cremona. Fu un grande imprenditore agricolo ma anche un produttore e consumatore del tutto responsabile, raffinato, profondamente onesto e generoso, con una attenzione particolare verso le fasce deboli della popolazione. A questo riguardo è di particolare interesse un articolo del giornalista piacentino Francesco Giarelli dal titolo “Un po’ di Verdi intimo” che, in perfetta linea con tanti biografi verdiani, fornisce un resoconto molto puntuale della tipica giornata di verdi a Sant’Agata: “Levata di letto prima delle 6 d’estate prima delle 7 d’inverno. Tempo consentendolo una visitina agli operai nei campi prossimi alla villa. Il maestro stringe sotto l’ascella sinistra, ovvero adopera come bastone di appoggio, un parasole di tela russa. Reduce prende a prima colazione qualche crostino burrato ed abbrustolito nel caffè e latte munto dalle sue giovenche olandesi. Poi una visita minuziosa agli stabuli bovini ai cavalli da lavoro e agli allevamenti dei puledri. Ripresa del lavoro colla lettura della corrispondenza con qualche interrogazione al pianoforte, sempre semiaperto, colla scrittura di qualche brevissima lettera. Alle undici e mezzo la seconda colazione riunisce gli ospiti di Sant’Agata. A Sant’Agata il pranzo è alle sei. Dopo il circolo si prolunga in lieti conversari, in lettura amena e di rado in un po’ di musica sino alle dieci e mezzo. Alle undici la villa è immersa nel sonno”.
Anche il passaggio della carrozza del maestro era considerato un vero e proprio avvenimento; lo descrive così lo stesso Giarelli: “Sui grandi argini del comprensorio di Po, sotto al raggio cocente, passava la ampia e monumentale carrozza del maestro: una carrozza tutta scura, tratta da una pariglia di vigorosi e imponenti morelli, tenuti tra mani da un abile cocchiere, in bruna livrea, senza filettatura, senza bottoni metallici, colla coccarda all’alto cappello, ed i guanti bianchi in filo di Scozia. Gli abitanti di Villanuova, di S.Nazzaro, di Monticelli, di Castelvetro, di San Pedretto, di San Giuliano e via dicendo, vedevano allora con settimanale regolarità la carrozza di Verdi, avviarsi a Mezzano Chitantolo, sulla sponda sinistra del Po (quella cremonese, ndr), per salire sul ponte trasbordare in Lombardia. Lungo la via il faccione roseo di Giuseppe Verdi e spesso anche il volto della Strepponi, apparivano, affabilmente salutanti allo sportello. Bon viagg sior maestr e bon appetit. Tale il saluto immanchevole degli umili contadini, sospendenti per un minuto la rude opera del campo, fiancheggiante la via, su cui la vettura di lui roteava verso Croce Santo Spirito”. Soprattutto di sabato il passaggio della carrozza era un appuntamento molto frequente, con Verdi che raggiungeva Cremona dove si fermava all’Albergo del Sole , al solito tavolo e alla solita ora, per gustare la desiderata cotoletta alla milanese, con burro in grande abbondanza. Ancora Giarelli scriveva che “Discutere di prezzi e di mercato , reciso, tagliente, rude, ma sempre giusto. Bisogna stare molto attenti con Verdi perchè non c’era pericolo di fargli intendere una cosa per l’altra. Verdi non aveva le distrazioni degli artisti, ricordava tutto con una esattezza matematica. Austero come era nella vita privata, esigeva da tutti ordine e disciplina. A Sant’Agata c’è ancora un locale, una specie di studiolo a terreno, modestamente arredato con una scrivania e una logora poltrona, nel quale il maestro riceveva una volta la settimana i suoi agenti, i contadini, i famigli. Era una mezza giornata dedicata metodicamente ad essi. E Verdi, chiedeva, preciso e minuto, consigliava, ordinava e spesso si inquietava”. Si inquietava, sì, ed aveva ragione ma aveva anche un cuore grande, colmo di operosa generosità: lo dimostrano non solo la realizzazione e la fondazione dell’ospedale “Giuseppe Verdi” di Villanova sull’Arda e della Casa di riposo per musicisti di Milano, ma anche le tantissime opere di bene realizzate e testimoniate (in buona parte) dalle tante lettere che ancora oggi si conservano (specie quelle indirizzate al canonico don Giovanni Avanzi, parroco di Vidalenzo prima e di Spigarolo poi, suo personale amico e consigliere). Lo testimonia anche il suo testamento olografo, datato 14 maggio, 1900, con i generosi e corposi aiuti lasciati agli Asili Centrali di Genova; allo Stabilimento dei Rachitici, dei Sordo Muti e dei Ciechi di Genova; all’ospedale di Villanova sull’Arda e all’asilo infantile di Cortemaggiore; all’Opera Pia Casa di riposo per musicisti di Milano. Senza dimenticare i soldi lasciati ai suoi dipendenti, ai suoi collaboratori, ai poveri di Sant’Agata. Alla cognata Barberina Strepponi di Cremona lasciò invece, vita natural durante, l’usufrutto del fondo Canale che aveva acquistato da Francesco Pedrini di Cortemaggiore legando la proprietà del fondo stesso “alla Signora Peppina Carrrara – scriveva il maestro stesso – maritata Italo Ricci, figlia primogenita della Maria Verdi maritata con Alberto Carrara. Nel caso che questa disposizione non potesse aver effetto, il fondo apparterrà alla mia erede universale”. Una figura, quella del Verdi agricoltore, di grande interesse che, esattamente come quella del musicista e compositore, denota in tutto una personalità estremamente profonda e una intelligenza di certo fuori dal comune, con capacità immense anche nel saper guardare avanti e leggere i tempi. Un uomo di eccezionale levatura che ebbe a dire “Tornate all’antico e sarà un progresso”: peccato che sia stato poco ascoltato ed i risultati infatti si vedono. Per tutti coloro che desiderano conoscere meglio ed approfondire la figura del Verdi agricoltore si consiglia sempre la lettura di pubblicazioni quali “Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata” di Francesco Cafasi (edizioni Zara), “Lo sgabello di Verdi tra la gente del Castellazzo” di Maura Quattrini e Davide Demaldè (edizioni Fantigrafica), “Ti lascio e vado nei campi” di Ilaria Dioli, Giuseppe Gambazza e Daniela Morsia (Diabasis), “Verdi proprietario e politico” di Giuseppe Martini (catalogo dell’omonima mostra allestita all’Archivio di Stato di Parma nel 2013/2014) e “Verdi e la sua terra” (Cassa di risparmio di Parma) con le eccezionali immagini di Carlo Bavagnoli. Con l’auspicio finale che Cremona, e le sue terre, siano sempre più coinvolte nelle celebrazioni, nelle iniziative e nei progetti dedicati al maestro, proprio in virtù del legame che il Cigno aveva anche con il cremonese e chissà che, un giorno, magari tra le nebbie invernali o tra i girasoli di luglio, tra i campi del “Piantadoro” non si possa dare vita ad un grande concerto verdiano che unisca l’una e l’altra riva del fiume, senza “litigi” (ce ne sono stati molti, tutto sommato abbastanza futili) circa le origini o l’appartenenza territoriale del maestro che è e resterà un patrimonio dell’umanità. Ben venga quindi il recupero del Mulino del Castellazzo e ben vengano tutte quelle iniziative che possano portare visibilità ai nostri territori, sull’una e sull’altra riva del Po, dando nuovo vigore, nuove opportunità e nuova linfa alla nostra gente. Infine, a proposito di mulini, ce ne sarebbero tanti da recuperare nei nostri territori (e potrebbero dar vita, a loro volta ad un interessante itinerario etnografico, turistico, culturale e storico). Due su tutti? Il quattrocentesco mulino di Spinadesco e quello seicentesco di Pieve San Giacomo.
Eremita del Po
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