22 novembre 2025

Desertificazione commerciale, Badioni (Confcommercio): "Meno negozi, meno vita e immobili che crollano di valore. Servono subito programmi pluriennali per ridare slancio al commercio di prossimità"

Confcommercio lancia l'allarme: la dilagante desertificazione commerciale sta causando anche un grave crollo del valore degli immobili: meno negozi infatti significano anche meno vitalità delle città e dunque un pesante segno meno per il valore immobiliare.

In Italia ci sono oltre 104 mila spazi commerciali sfitti da anni, ai quali si sommano 140 mila negozi chiusi negli ultimi 12 anni: una dinamica che sta svuotando i centri urbani e indebolendo il tessuto economico dei quartieri. È il quadro delineato dalla nuova indagine Confcommercio–SWG, dedicata alla desertificazione commerciale e presentata durante “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono” il summit di Confcommercio tenutosi a Bologna nei giorni scorsi. Il fenomeno incide anche sul mercato immobiliare: un appartamento situato in una zona ricca di negozi vale in media il 23% in più; dove il tessuto commerciale si svuota, il valore scende del 16%, con un divario che arriva al 39% rispetto alle aree più dinamiche.

Di fronte ai numeri emersi dall'indagine, il presidente di Confcommercio Provincia di Cremona, Andrea Badioni, avverte: “Il commercio di prossimità è parte dell’identità dei nostri territori: ogni negozio aperto porta servizi, sicurezza e relazione; ogni chiusura lascia un vuoto che toglie vita ai quartieri. La desertificazione urbana non è un problema che riguarda solo una categoria, ma una responsabilità condivisa: servono strategie coordinate tra istituzioni e imprese, politiche fiscali più eque, un accesso al credito sostenibile e interventi per riportare in vita i tanti negozi oggi sfitti”.

Lo studio infatti evidenzia come il sistema distributivo italiano continui a pagare un prezzo elevato per la fragilità della spesa delle famiglie e conferma che i negozi di vicinato rappresentano molto più che un presidio economico: sono identità urbana, sicurezza, socialità, servizi, qualità della vita. Secondo gli italiani, la qualità della vita nelle città è determinata soprattutto dalla presenza di bar e ristoranti (78%), spazi verdi (66%) e attività commerciali (65%). Le attività di quartiere sono viste come veri presidi di comunità: per il 64% favoriscono la socialità, per il 62% migliorano la cura degli spazi pubblici, per il 60% aumentano la sicurezza.

La chiusura dei negozi produce un impatto immediato: l’80% degli italiani prova tristezza davanti alle vetrine vuote e il 73% associa le saracinesche abbassate a un peggioramento della qualità della vita. Negli ultimi dieci anni i cittadini hanno percepito soprattutto la scomparsa di librerie, negozi di articoli sportivi e giocattoli (55%), negozi non alimentari come abbigliamento e profumerie (49%), ferramenta e negozi di arredamento (46%) e alimentari (45%). Solo farmacie e pubblici esercizi mostrano una leggera crescita.

Nonostante la crescita dell’e-commerce, due italiani su tre vogliono più negozi nel proprio quartiere e il 68% chiede un mix equilibrato tra piccole e medie attività. Nelle città medio-piccole e nel Mezzogiorno queste percentuali arrivano al 75%. Il commercio locale non è percepito come un residuo del passato, ma come una infrastruttura sociale tuttora essenziale.

Per contrastare davvero la desertificazione commerciale serve un cambio di passo. A livello nazionale occorre un coordinamento stabile delle politiche urbane e una strategia unitaria che integri programmi e fondi regionali ed europei. A livello regionale è fondamentale valorizzare e armonizzare ancora di più l’esperienza dei Distretti Urbani del Commercio. - aggiunge Badioni- A livello comunale servono Programmi Pluriennali per l’Economia di Prossimità, strumenti capaci di rimettere in moto i negozi sfitti tramite canoni calmierati, incentivi coordinati tra pubblico e privato, percorsi di accompagnamento all’avvio d’impresa e interventi di logistica urbana sostenibile. Sono indispensabili nuove forme di partenariato con il mondo immobiliare per rigenerare gli spazi e restituirli ai servizi di quartiere. È un’agenda ambiziosa, ma  ormai necessaria”.

Badioni ricorda inoltre il progetto Cities di Confcommercio, nato per promuovere un uso equilibrato dello spazio urbano e sostenere il commercio di vicinato attraverso l’analisi degli Urban Data: “Cities è lo strumento che ci permette di leggere il territorio, programmare e valorizzare il ruolo delle imprese del terziario nei processi di sviluppo e coesione. È da qui che dobbiamo ripartire”.

Leggi qui tutti i dati dell'indagine Confcommercio - SWG

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Chicca

22 novembre 2025 09:07

Il problema è che hanno dato il permesso di aprire tanti centri commerciali e la gente vi trova di tutto e di più e oltretutto ha il parcheggio gratis ed è un vantaggio!

roberto

22 novembre 2025 10:28

Aggiungi che la gente non ha soldi da spendere con i rincari degli ultimi tempi, soprattutto nell alimentare

Chicca

22 novembre 2025 11:52

Ha ragione Roberto!

Michele de Crecchio

22 novembre 2025 19:11

L'attuale gravissima crisi che ha mortificato, in una misura che temo sia irreversibile, le attività commerciali cittadine (...attività che, in passato, hanno costituito la principale ragion d'essere e di prosperare della nostra amata Cremona!) è stata soprattutto determinata dalla quasi totale disattenzione con le quale la politica locale ha, dalla fine del secolo scorso ad oggi, ha, cinicamente rinunciato a guidare e controllare l'urbanistica cittadina e del territorio circostante, unico strumento rimasto agli enti locali per almeno limitare i danni determinati dalle pesanti trasformazioni che, nel frattempo, si venivano manifestando nelle modalità di funzionamento delle attività commerciali. Anche se i danni peggiori si sono ormai manifestati e sono, probabilmente, irreversibili, non si comprende perché nessuna iniziativa, quanto meno di salvaguardia, venga assunta per impedire che le perniciose trasformazioni realizzatesi negli ultimi tempi vengano ulteriormente fatte proseguire ed ampliare!

Presariog

23 novembre 2025 11:23

Servono stipendi più alti e risolvi.

Daniro

23 novembre 2025 16:44

La citta' non e' non puo' essere solo spazi commerciali o plateatici ma costituisce un tessuto fondamentale di spazi pubblici e servizi per agevolare funzioni residenziali, lavorative, di studio, di incontro, socializzazione, fruizione, cultura, svago. Le funzioni residenziali inoltre sono fondamentali per mantenere viva e presidiata una citta' che invece tende ad espellere il ceto medio dalle zone a maggiore rendita fondiaria. Le attivita' di servizio e commercio e gli esercizi pubblici sono fondamentali, questo e' certo, ma sono anche attivita' private che si basano su domanda e offerta e poi devono fare i conti con i costi di esercizio e gli affitti del centro. I negozi storici o innovativi se ben gestiti e di qualita' nei centri storici trovano la loro privilegiata collocazione in quanto fanno parte del contesto qualitativo. I negozi di vicinato per servizi alimentari o alla persona chiudono anche perche' il centro si e' spopolato e a chi vive in periferia o nei comuni dell'interland ha molta piu' convenienza e attitudine a recarsi nel piu' vicino centro commerciale che certo non manca vista la politica di espansione che gli enti territoriali ai vari livelli e le associazioni di categoria hanno sicuramente incoraggiato. Non credo che la questione si risolva con affitti calmierati (da chi poi, dal solito pantalone?)

Anna

23 novembre 2025 18:41

Purtroppo la "visione" di chi amministra (?) e delle categorie commerciali (e relative associazioni di categoria) concepiscono la città in modo riduttivo come una sequenza di spazi commerciali e plateatici. Le eventuali iniziative/decisioni sono concepite solo in funzione di questo.
Vero che il centro si è spopolato del ceto medio (e la nuova, per Cremona, moda degli "aparthotel" non farà che peggiorare questo aspetto) ma c'è da tenere presente che i residenti del centro contano una certa percentuale di anziani che nel negozio di vicinato (quello vero, non i farlocchi che nascono e muoiono come funghi ad ondate) vedono anche un importante punto di socialità. Inoltre il negozio di alimentari sotto casa è anche un modo per comprare sostanzialmente solo quello che occorre, con conseguente diminuzione degli sprechi alimentari.