Ghena. A Melody for Gaza: la mostra fotografica di Shadi Al Wawy arriva a Cremona
Il 19 settembre 2025 prende il via la mostra itinerante GHENA. A Melody for Gaza, un percorso emozionante tra dolore, speranza e sorrisi.
L’esposizione personale di Shadi Al Wawy, giovane fotografo di Gaza, racconta attraverso le sue immagini le difficoltà e la resilienza della popolazione palestinese, mettendo al centro l’innocenza dei bambini e la forza della vita quotidiana.
Curata da Manuela Indelicato, Antonino Dimondo e Ilaria Giani, la mostra nasce dal desiderio di reagire all’indifferenza e alle ingiustizie, trasformando l’arte in uno strumento di testimonianza e solidarietà.
In occasione dell’inaugurazione, che si terrà alle ore 19.30 presso il Bar NUMBER ONE di Cremona, abbiamo incontrato Manuela Indelicato per farci raccontare la genesi del progetto, il ruolo delle fotografie di Shadi e il significato profondo del titolo Ghena (“canto”), simbolo di resistenza e speranza per la Palestina.
Come è nata l’idea di creare la mostra Ghena. A Melody for Gaza?
«Tutto è iniziato quando ho preso contatto con Hani Al-Assar, un padre di famiglia e insegnante di matematica che vive a Nuseirat, nella Striscia di Gaza. Lui stava già collaborando online con varie associazioni umanitarie per diffondere notizie sulla situazione drammatica che stava vivendo la popolazione. Le nostre famiglie sono diventate amiche, i figli hanno iniziato a giocare insieme online, e durante una delle videocall Hani mi ha presentato il suo vicino, uno studente di scienza bancarie con un talento straordinario per la fotografia: Shadi Al Wawy. La sua arte e la sua capacità di raccontare la realtà attraverso le immagini mi hanno subito convinta a voler organizzare una mostra. Hani mi ha dato disponibilità di aiutarmi nell’organizzazione e così, in un lampo, è nata Ghena!»
Perché avete scelto di coinvolgere Shadi Al Wawy e il suo lavoro fotografico?
«Shadi ha un talento eccezionale nel cogliere la vita quotidiana e il dolore della sua terra. Nonostante la giovane età, ha già sviluppato una sensibilità straordinaria nel raccontare con i suoi scatti gli orrori e, al contempo, i momenti di speranza a Gaza. Il suo lavoro ci sembrava il mezzo perfetto per far arrivare questo messaggio al pubblico internazionale.»
Il titolo Ghena ha un significato molto intenso. Può spiegare cosa rappresenta per voi e per l’intero progetto?
«Abbiamo scelto questo nome per due motivi, entrambi molto significativi. Ghena, in arabo, significa “canto”. Vogliamo dare voce a chi in questo momento voce non ne ha. Vogliamo che il nostro canto, urlo di dolore verso le profonde ingiustizie di questo abominevole genocidio, arrivi fino a Gaza e fino a tutti i paesi del pianeta. Inoltre, Ghena è il nome della bambina in locandina, una delle nipoti di Shadi. Nel contesto della mostra diventa un simbolo: il volto della sofferenza innocente, una bambina che vive l’inferno della guerra e a cui è stato spezzato il cuore. Il progetto è dedicato a lei e a tutti i bambini palestinesi.»
La mostra affronta temi difficili come dolore, guerra e resilienza. Qual è il messaggio principale che desiderate trasmettere al pubblico?
«Vogliamo che chi visita la mostra percepisca le ferite, il dolore e le difficoltà di chi vive a Gaza, ma anche la forza di resistere e continuare a sperare. Non si tratta solo di raccontare tragedie, ma di far comprendere che anche nei contesti più drammatici esistono umanità, coraggio e voglia di vita. È quello che sta affrontando il popolo palestinese che, nonostante tutto, non smette di sorridere. Questo è ciò che traspare da ogni scatto di Shadi: orgoglio, dignità e fierezza per le proprie radici.»
In che modo le fotografie di Shadi riescono a far percepire sia la sofferenza che la speranza della popolazione di Gaza?
«Le immagini di Shadi sono potentissime: mostrano macerie, ferite e dolore, ma anche i sorrisi dei bambini, la vita quotidiana e le relazioni tra famiglie. Riesce a raccontare la guerra senza cadere nel sensazionalismo, evidenziando la dignità delle persone e la loro capacità di resistere. La sua arte è il riflesso della sua persona: sempre sorridente in videochiamata, fiero, sensibile e di una dolcezza infinita. Nonostante viva nel bel mezzo di un genocidio, trova sempre il modo di strapparmi una risata o di dire al mio piccolo Thomas che gli vuole bene. Ma nei suoi occhi si legge anche tanta stanchezza.»
La mostra è itinerante: quali sono le vostre speranze per la sua diffusione futura e per chi la ospiterà?
«L’obiettivo è far arrivare questa esperienza al maggior numero di persone possibile. Il primo rifiuto da parte dell’amministrazione di uno dei paesi della nostra provincia, mi ha spinta a credere ancora di più nel progetto e a non arrendermi. È così che si combatte l’ignoranza e l’inazione. Ho deciso di creare una squadra e ho trovato sostegno immediato nei miei due amici e co-curatori, Antonino Dimondo e Ilaria Giani. Grazie a loro Ghena.M4G ha preso letteralmente vita e forma. Non c’è decisione che non sia condivisa e, a volte, anche discussa: funziona perché prima di tutto siamo amici. Abbiamo ricevuto anche il supporto di Digital Service, collaborazione preziosissima. Io stessa spero che la mostra possa uscire dai confini nazionali: credo moltissimo in questo progetto e voglio che il messaggio arrivi al pubblico internazionale.
Come madre soffro ogni giorno pensando ai bambini e alle madri di Gaza, e questa mostra è anche un modo per dare voce a loro. Ringrazio la gentilezza dei gestori del Bar NUMBER ONE, che ospiteranno l’inaugurazione con un’accoglienza incredibile, permettendo di aprire la mostra a un pubblico più ampio e partecipativo. In attesa che apra il valico di Rafah e che la mia famiglia possa ricongiungersi a quella di Shadi e Hani per ricominciare tutti insieme in Italia, considero questo progetto come il massimo che posso fare.»
Lavorare a un progetto così intenso deve avere un impatto personale. In che modo questa esperienza ha cambiato il vostro sguardo sulla situazione in Palestina?
«È un’esperienza che cambia profondamente. Con Hani ho stabilito una regola: deve scrivermi ogni due ore per aggiornarmi, altrimenti vado in panico. Vedere da vicino la realtà di Gaza, conoscere persone come Shadi, Hani e i suoi tre meravigliosi bambini, mette davanti al dolore dell’indifferenza e alle ingiustizie quotidiane. Ricorda quanto sia fondamentale usare l’arte e la cultura come strumenti di consapevolezza e solidarietà, e insegna a reagire all’impotenza con azioni concrete, anche piccole.
Allevio il dolore delle mie giornate cercando di agire, boicottare, partecipare alle manifestazioni e fare rumore. Bisogna continuare a credere che il mondo non appartenga ai governi corrotti: il mondo è del popolo e di chi, come noi del Team di Ghena, è rimasto umano.»
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